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COALESCE – Give them rope (Edison Records, 1997)

31 gennaio 2014

coalesce-give-them-ropeMassì, dategli corda (per impiccarsi). È sufficiente il titolo del primo full length dei Coalesce a restituire il senso di frustrazione, cinismo e alienazione che permeava i testi di Sean Ingram, urlati su un flusso musicale metallic post hardcore, tecnicamente intricato ma egualmente in grado di esprimere l’urgenza tipica dell’hc. I Coalesce sono stati una band seminale per un certo modo di intendere l’hardcore (il cosiddetto postcore, che include un sacco di band diversissime tra loro, ma i cui membri sono accomunati dall’appartenenza allo stesso “circuito” musicale e dall’aver sviluppato gusti eterogenei, funzionali poi alla reinterpetazione degli stilemi di un genere che fino alla fine degli anni ’80 era un monolite); basti pensare che il primo EP risale al ’94 e tre split (con Napalm Death, Today  is the day e addirittura The get up kids – il batterista in quel periodo era anche il tastierista dei leggendari emo rockers di Kansas City) del ’97 stanno a testimoniare quanto la band fosse già in anticipo sui tempi quanto ad apertura mentale.

Se i social network possono fornire la misura del gradimento di una band da parte del pubblico, nulla ci dicono dell’effettivo valore di un disco, al netto delle fortune promozionali e delle conseguenti vendite che il disco ottiene. A oggi, i Coalesce, per esempio, hanno circa 16mila fan su facebook, i Dillinger Escape Plan 258mila. Il punto è che Give them rope non ha nulla da invidiare a un disco dei DEP e storicamente i Coalesce sono stati più influenti dei secondi, ma li conoscono relativamente in pochi. Ai DEP fanno tutti elogi a profusione perché suonano metal schizofrenico, paranoide e ultratecnico; i Coalesce hanno fatto altrettanto, ma senza passare troppo tempo davanti allo specchio a compiacersi della bravura tecnica e soprattutto senza scrivere canzoni complesse allo scopo di mostrare la supposta genialità dei compositori ma sterili a livello di impatto emotivo (evidente difetto degli autori di Calculating Infinity, che diventano stucchevoli nel volersi affermare come i primi della classe). Anzi, questo disco trasuda brutale sincerità, come un qualunque disco hardcore degno di questo nome. I membri dei Coalesce, tuttavia, furono troppo litigiosi per avere quella continuità che consentisse loro di ottenere un seguito più nutrito. Sean Ingram, per esempio, dopo un passato straight edge, sputava chiaramente sull’intero movimento nel pezzo Harvest of Maturity, risalente allo split con i Napalm Death del ’97, proprio nel periodo in cui la fanbase dei Coalesce era composta da ragazzi appartenenti alle crew straight edge dell’epoca. Il singer dei Coalesce, inoltre, espresse spesso posizioni politiche conservatrici e anche questo non era semplicissimo nella scena in cui suonavano: il pezzo Cut to length, per esempio, denuncia la morbidezza del sistema giudiziario nei confronti dei colpevoli di violenze su minori (“your bullshit liberal declaration of pedophile immunity/ yet you wear it like a badge of wealth”) o, nell’invettiva anti-straight edge Chain Smoking, caustico è il verso “don’t stop using names like fag or nigga” contro l’eccesso di politicamente corretto. Altri canzoni sono inerenti, invece, le relazioni padre-figlio o le difficoltà dei rapporti coniugali: messe giù così sembrano banalità da liti domestiche degne di un processo al tribunale di Forum con il giudice Santi Licheri a presiedere, ma Ingram aveva una capacità di scrittura e una vocalità tali da riaprire nell’ascoltatore le lacerazioni nella carne viva causate dalla perenne conflittualità con le persone amate, che genera disillusione e senso di impotenza.Sean Ingram

Musicalmente, nonostante l’andamento schizofrenico della sezione ritmica, le linea di basso-batteria rendono le canzoni dei veri e propri macigni (anche se ancora prive della struttura quasi marziale e tetraedrica delle canzoni del successivo Functioning on Impatience) e le chitarre tracciano riff ossessivi che influenzeranno una serie di ottimi cloni negli anni a venire. Si inseriscono nel solco di gruppi devastanti come i Turmoil e gli Unsane, gente con un forte background hardcore e ascolti metal che decise di cambiare le regole del gioco, limitandosi a suonare quello che meglio rappresentava il senso di inquietudine che si portava appresso (e che continua a farlo egregiamente, come nel caso dei Converge).

Album imprescindibile per capire un intero genere, anche se, a mio avviso, qualitativamente inferiore al secondo disco, caratterizzato da sonorità più sinistre e testi ancora più cinici.

It has nothing to do with style, It has nothing to do with today’s political rant, It has to do with personal issues

One Comment leave one →
  1. 31 gennaio 2014 17:08

    ero 17enne e questo disco mi mesmerizzo’
    poi vennero i converge
    quando ancora le vans le aveva solo ray cappo :)

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