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CALL OF THE VOID – Dragged Down A Dead End Path (Relapse)

13 marzo 2013

ImmagineIl bello di questi dischi è riassumibile in poche pillole di saggezza ardecore o quasi. È prodotto benissimo, al punto che un presumibile sound Relapse finisce per gareggiare in presenza col profilo tutto sommato basso (e forse anche un po’ sterile) della band stessa, ma in fondo ci frega poco perché siamo metallari, chi più, chi meno. È duro, tosto e originale il giusto, del tipo che tra voglia di devasto e inflessione melodica c’è la sacrosanta via di mezzo tale da rendere il prodotto personale top record delle passeggiate urbane tra verdurai, tavolini dei bar, mercatini e buskers. Dura pochi minuti, il giusto, dura quanto un disco del genere dovrebbe durare. Insomma, il piccolo e all’epoca sfrontato tentativo attuato dagli Slayer su Reign In Blood, che solo col tempo ha fornito le dovute spiegazioni a ridosso delle innumerevoli pubblicazioni a loro contemporanee, per dire.

Ex Iron Horse, i Call Of The Void suonano (la metto giù pesante solo per fugare dubbi) come una band neocrust proveniente dall’underground americano può suonare una volta passata per i “trendsetter” (si fa per dire) e gli abili geni del marketing della Relapse: pulita ma sporca al tempo stesso (oppure sporchissima e ripulita il giusto), intensa e rumorosa ma col tatto e il palato fine di chi con certo crust apocalittico ci ha passato anni bellissimi (e in tal senso la lezione dei capitali His Hero Is Gone è stata interiorizzata al meglio), violenta e veloce come le attuali band hardcore suonano apprezzando e meticciando il proprio stile col grindcore e il metal pestone. La prima traccia ci ricorda, ad esempio, che di batteristi d’ispirazione convergiana ce n’è a pacchi e che la tentazione melodica da fine millennio (il nome della band dice tutto) per certe melodie del tipo ‘non c’è un domani’ è un gioco fin troppo scoperto per non essere accolto con tutta la nostra benevolenza di nozionisti pretenziosi (beccate la citazione). Ma funziona e la lunga ombra della band di Boston copre anche il resto delle tracce: c’è feeling e tecnica, come i Converge ci hanno insegnato sin dai loro più o meno noti esordi, ma il tutto si semplifica radicalmente e risulta infine meno spossante e drasticamente drammatico. Forse siamo già nel grind ma insomma senza sguazzarci troppo. Massì, continuiamo a chiamarlo crust. D’altronde negli stati uniti band dal carattere così oscuro e inequivocabilmente definito ormai ne escono a carrettate e alla Southern Lord ci stanno puntando sopra da due-tre anni almeno.

Vagamente affini per certi versi a quei pestoni dei Nails (all’epoca giustamente stroncati dal buon Matteo ma per me ancora godibili), ma più sostanziosi e di gran lunga più interessanti. Il resto delle influenze ve le vorranno spacciare per chissà quale pastone modernista (penso al brutto vizio di rifilare sludge e post-metal ovunque) ma, tranquilli, siamo ancora in territori abbastanza noti. Qualche saturazione di troppo e un impasto di chitarre a garantire una resa tra l’analogico e il ‘realistico’ ancora non bastano però per chiamare in causa i primi Mastodon o i Neurosis, sorta di santino da tirar fuori quando sei a corto di parole.

Apprezzabili, insomma, anche se con le dovute riserve. Resta pur sempre una bella roba adatta a rispolverare la felpa con la toppa dei Dropdead sul cappuccio che sicuramente nascondete in qualche cassetto. Io ce l’avevo una smanicata e con la zip, se non ricordo male. Sul petto c’era una toppa scolorita dei Discharge che presi ad un concerto dei Napalm Death come testimonianza di una serata che mi ha cambiato la vita. Forse l’ho prestata a un’amica. Quanto tempo.

Vi linko di sotto il singolo di Endless Ritual Abuse in versione karaoke, come ormai ci ha abituato la Relapse.

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