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NASUM // WORMROT @XM24, Bologna, 22.06.2012

25 giugno 2012

 

Me lo aspettavo, comunque. Cioè che niente andasse storto e che tutto filasse più o meno secondo i piani. Dopotutto, a riprova che il grindcore può impartire più valori costruttivi dello scoutismo, era nei piani che la serata finisse senza troppi eccessi, con enormi sorrisi sulle labbra e con il cuore gonfio di aspettative sul futuro. Ma andiamo con ordine.

Prendo un treno per raggiungere quella Bologna che stanotte si trasformerà nella madre di tutti gli squat. Penso a come sarà farsi accogliere per pochi euro in uno dei centri sociali più impegnati nella gestione di eventi del genere, non dimentichiamo che il 29 ci saranno gli Unsane e giorni prima c’erano stati addirittura gli Harvey Milk, poi Si Non Sedes Is, Gottesmorder, Planks… Ma i Nasum no, non riesco ad immaginarmeli anche perché, pur essendo veramente quel genere di band che per statuto trova spazio e familiarità proprio negli squat, non ce la fai ad pensarli con le panze all’aria per il caldo che vendono le spillette, bevono birra, stringono mani, danno vigorose pacche sulla schiena e accarezzano i randagi lì in giro. Ma quella del centro sociale è quel genere di cornice che anestetizza ogni glorioso sogno di fan, soprattutto se hai speso molta parte dei tuoi anni migliori a collezionare i dischi della band in questione e poi te la ritrovi paciosi che bevono oscuri intrugli superalcolici.

Scortato da alcune nuove leve entriamo nell’Ex Mercato ed iniziamo a spulciare tutte le distro lì presenti. Agipunk rifila ottimi pezzi a me e alla ghenga che mi accompagna ma soprattutto non posso fare a meno di notare questo drappello di pesi medi dai tratti asiatici accompagnati (al banchetto) da un losco dottor morte occhialuto e molto hardcore-chic. Sono infatti i Wormrot, e ti accorgi subito che la band è in palla dalla fatto che non fa che girare nervosamente caricandosi a vicenda, il tutto mantenendo quell’aria del tipo “ehi, questo è grindcore, siamo qui per lavorare”. Vien voglia anche a me di tirar loro pesanti pacche sulle spalle ma poi penso alle insormontabili differenze di approccio che passerebbero tra noi occidentali e loro e quindi vado oltre, preferisco dirigermi verso il bancone per un sorso di vino. Solo più tardi comprerò un disco al loro banchetto.

Faccio scorta di dischi e mi perdo il primo gruppo, tali Execration dalla Norvegia, un po’ perché il loro death metal un tanto al chilo riesce veramente confusionario nella saletta che ospita l’evento ma anche perché vorrei preservare ancora per un po’ quello strato di pelle non ancora squagliatosi per l’afa (altra tematica grind: il surriscaldamento globale). Subentrano i colleghi Diskord, sorta di pesto alla genovese di sonorità storte tra grindcore, rallentamenti autopsyani e certo math da catechismo. Nulla di osceno, sia chiaro, ma di strada i norvegesi ne devono ancora fare.

Nel frattempo i banchetti si fanno e si disfano e diventa facile imbattersi pure in un pacioso Jesper che ti vende magliette e spille come se questo fosse stato il suo lavoro di sempre. Entriamo ed usciamo dallo squat e i Nasum li vedi cazzeggiare a destra e sinistra mentre il bassista è lì che parla un po’ con tutti. Un grande, l’effetto-Barney rimbalza su tutte le pareti e mi scalda il cuore già gonfio di buoni propositi. Una stretta di mano, due chiacchiere almeno per ribadire che, insomma, ho tutti i vostri dischi compreso il box Grind Finale vuoi che almeno non ti debba salutare? e poi via ad annusare nuove crustissime brezze che, nel frattempo, stanno rendendo felici decine di punk.'Ehi, siamo qui per lavorare...'

E arriva il turno dei Wormrot. La band sistema gli affari veramente in poco tempo e scalda i ferri con consapevole destrezza, infatti basta un cenno non si sa di cosa e parte subito il marasma. Arif è un dannato urlatore coinvolgente, furioso e, come abbiamo avuto modo di scoprire nell’arco del breve ma compattissimo set io e la ciurma al seguito, anche dannatamente dedicato alla causa del grind. Non basta che danzi goffamente imitando l’orso Baloo perché venga via la patina di sincera incazzatura quando sprona i fan a pogare col sorriso. Piuttosto preferiamo credere che colà, a Singapore, l’abnegazione per la causa non consenta partenze brutaltruthiane per la tangente. I ragazzi sembrano degli eterni adolescenti pulitissimi in tutto quello che fanno, apparentemente senza infamia e senza lode, ma la verità giace proprio nel contesto della serata: io vengo dall’altra faccia della terra per urlare nel microfono a te cose incomprensibili. Se non è questo essere fedeli alla linea non so proprio come spiegarvelo. E poi, come scrissi ormai un anno fa, la band segue pedissequamente le regole fondamentali del grindcore tra cui il rinnovato mantra ‘se non senti il basso, è grindcore’. A riprova di questo la band suona ancora in formazione a tre: voce, chitarra, batteria. Promossi. Peccato che il carro della Earache sia passato un po’ in ritardo.

Si esce tutti fuori a godersi il moderato frescolino che monta poco a poco, man mano che la band principe allestisce il suo set. Nel frattempo Jesper è andato chissà dove e al banchetto dei Nasum mi attendono due loschissimi bestioni. Dei due mi preme parlare del simpaticissimo Keijo, voce dei Nasum a seguito della dipartita di voi sapete bene chi e frontman degli ormai noti (a ragione, anche se i dischi sono quello che sono) Rotten Sound. Scambiamo due chiacchiere e fatico a trattenere le trippe per non soccombere al suo devastante umorismo finnico, schivo e sue battute come fossero dardi in corsa e mi accontento di sapere che i suoi Rotten Sound stanno lavorando a nuovo materiale che probabilmente verrà fuori in forma di Ep o persino di split (ma il nome della band coinvolta nello split non ve la svelo per scaramanzia). Nel frattempo il compagnone al banchetto mi parla persino dell’imminente ristampa di Grind Finale in vinile (udite udite). Stretta di mano, pacche vigorose, umorismo slapstick e dentro tutti che la band sta già accordando.

I membri finalmente si palesano al completo. Li avevamo beccati in giro ma vederli in tutto il loro vigore scandinavo su un palchetto piuttosto misero ti fa veramente pregustare la sventola micidiale che stanno per darti. Attaccano con una micidiale Mass Hypnosis, e non sarà l’unico pezzo tratto dall’ormai (moderno) classico Human 2.0. Ecco, qui perdo già le corde vocali assieme a mille altri paciosi ed estasiati fan in adorazione e delirio, un po’ per la botta incredibile che la band ha appena esploso sulla folla, un po’ per il caldo equatoriale che si soffre nella minuscola saletta. Piccola nota: accanto a me un Costantino Della Gherardesca versione metallara che risponde con un sorriso a tutte le imprecazioni dei fan. The Masked Face, Just Another Hog, Scoop (ovviamente), Relics e mille altri microclassici che la band lancia sulla folla a grappoli, tre alla volta come non ci fregasse veramente un cazzo del karaoke grindcore e di quanto riusciate a distinguere un pezzo dall’altro. La band è realmente in forma, Jesper percuote il basso con violenza, urla nel microfono, rotea chioma e occhi nelle orbite manco fosse la sua prima esibizione e Jon (che nel frattempo è passato alla chitarra assieme a Urban, lui anche nei noti Regurgitate) si gode il suo momento di gloria tamarra destreggiandosi tra incolore rigidità hardcore e fanatismo fanfarone. Keijo spiazza tutti con una naturale e involontaria gimmick totalmente nasumiana: barbetta, pelata lucida e trucker hat. Ma al resto ci pensa la sua gran voce. Che poi, oh, lo sappiamo tutti che i Rotten Sound devono veramente tanto ai Nasum e qui mi fermo. La batteria sappiamo com’è, e sappiamo pure che forse senza Anders un bel po’ di belle cose non sarebbero mai accadute. La dedica commossa al compianto Mieszko porta alla band il momento di riscatto definitivo e qui, grazie al cielo, mi dimentico che la musica è brutta e la reunion è peggio, se possibile.

Attaccano Shadows e i fan volano letteralmente per aria. Corrosion. Si sale sul palco e ci si tuffa, staccando pure un bel po’ di cavi. Una The Smallest Man all’epoca dedicata al cowboy killer (per dirla come i Napalm Death) Bush ancora scuote la folla col suo groove assassino. I See Lies. Chissà quanti pezzi ho dimenticato, comunque tanti anche per meno di un’ora di concerto e senza encore.

Circle of Defeat, e qui su suggerimento del briccon Keijo si scatena un circle pit pazzesco. Chiude una Inhale/Exhale suonata come il definitivo anthem delle nuove generazioni grind. Volano corpi, mi schiaffeggiano dreadlocks, zaffate di sudore.

Usciamo dalla saletta, ci godiamo il refrigerio e ci domandiamo come abbiano fatto quei matti dei Laghetto e compagnia ad organizzare ben dieci edizioni dell’Anti Mtv Day in un buco dotato di un solo ventilatore. Anche questo è rock ‘n’ roll, anzi direi soprattutto questo. Cazzeggio per lo squat, mi godo lo spettacolo della band seminuda che si compiace coi fan dello show tutto nervi e schiaffoni e becco anche Anders in estasi post concerto.

Quando la notte è ormai calata su di noi, seduto in attesa del treno delle tre mangerò una mela ed una pesca immaginando quale assurdo filo rosso leghi questo mio atto di integrità salutista ad una serata grindcore piena di valori socialisteggianti.

La commozione cresce e non si spegne. Grazie Nasum.

12 commenti leave one →
  1. Certain Death permalink
    25 giugno 2012 12:17

    Long way back from hell, abbiamo visto la storia esplicarsi dinnanzi i nostri occhi, abbiamo visto l’inferno e siamo tornati, vivi.

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  2. m4trock permalink
    26 giugno 2012 19:20

    La frutta riscaldata a fine serata, che poi a conti fatti era considerabile una colazione prematura, ha sicuramente portato le sue epifanie. Mancava il misticismo intrinseco di quel ventilatore solitario, ma sono stati entrambi momenti da portarsi nella tomba.

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    • Tonio Bragaglia permalink
      26 giugno 2012 19:45

      Te lo spiego io il significato di quel ventilatore. Quando si dice ‘fan’ in inglese si intende anche il ventilatore a pale. Secondo me piazzarlo nel mezzo di una sala bollente e afosa ha più dell’installazione artistica che della sua operatività naturale. Era tutto un test.

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