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Il pig squealing è una cosa importante: BENIGHTED – Necrobreed

14 aprile 2017

Mi sono appena reso conto di aver colpevolmente sottovalutato i Benighted. Del resto, se i francesi sono una presenza così ricorrente nella scaletta dei festival (mai visti dal vivo, però), la curiosità di dar loro un’altra chance sarebbe dovuta venirmi. Quindici anni fa avevo recensito per il Metal Shock cartaceo il loro secondo disco, Psycose. Era un po’ scombinato ma c’era un senso di malattia genuino, che nel death metal è la cosa principale. Era un periodo nel quale la scena estrema francese era diventata tra le migliori d’Europa; le etichette transalpine Osmose e Adipocere si erano risvegliate e stavano dissotterrando parecchie realtà underground interessanti. Tra costoro c’erano questi degenerati di Saint-Étienne.

Li ritrovai, cinque anni e due dischi più tardi con Identisick, 2006, al quale affibbiai, mi pare, un 4 o un 5. Col senno di poi, credo fosse una di quelle stroncature che ti uscivano perché stavi girato di coglioni per conto tuo e, per dimenticare le tue rogne personali, scrivevi sei recensioni in una serata in compagnia di una cassa di Peroni. Poi non li ho mai più ascoltati fino a un paio di settimane fa, quando sono incappato in Necrobreed tramite il Release Radar di Spotify (sempre sia lodato). Ho recuperato i dischi immediatamente precedenti e mi sa che qualcosa me la sono persa.

Necrobreed non è nulla di eccezionale e non cambierà la vita a nessuno ma riesce a conciliare un senso di psicosi genuino con una cura dei dettagli maniacale (i suoni e gli arrangiamenti sono pulitissimi, quasi leccati, ma non potrebbero essere diversi). Una lucida follia che rimanda, almeno nella filosofia, a gente come Red Harvest e Anaal Naathrak, posto che i nomi appena citati sono di un altro campionato. Black metal industriale, si diceva. E poi grind, quello moderno figlio dei Nasum. Riff alla Meshuggah. Frustate death metal più cadenzate. Cambi di tempo ogni venti secondi, che renderanno la prossima accelerazione ancora più letale, una disinvoltura chirurgica nel cambiare registro in un secondo che ti lascia sempre inchiodato. E, soprattutto, una prestazione mostruosa del cantante Julien Truchan, che alterna cinque o sei timbriche. Tra le quali uno dei pig squealing più espressivi che abbia mai sentito. E il pig squealing è una cosa importante. Nell’edizione deluxe, che trovate sempre sul sempiterno Spotify, c’è pure una notevole cover di Christraping Black Metal. (Ciccio Russo)

One Comment leave one →
  1. 14 aprile 2017 13:43

    Stroncare Identisick è un peccato mortale.
    Intendiamoci, neppure quello ha cambiato la vita a nessuno, ma per l’epoca fu un disco devastante.
    Gli è sempre mancata la genialità, purtroppo :(

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