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Suicidarsi in rapida sequenza: CARCASS e KYUSS

19 maggio 2018

Esistono album a cui sono infinitamente affezionato, ma che non ho mai avuto il coraggio di definire bellissimi. Di uno abbiamo parlato qua in un vecchio articolo di Avere vent’anni ed è niente meno che Swansong dei Carcass, una delle release più chiacchierate e messe in discussione degli anni Novanta. Non che gli mancasse la concorrenza, perché in quei tempi un bel po’ di gente invertiva rotta o sorprendeva tutti quanti di punto in bianco, ma Swansong è sicuramente uno dei pochi titoli che spesso prendo come esempio per descrivere quel preciso tipo di fenomeno. Non che l’ultimo Carcass prima dello scioglimento mi faccia schifo, anzi il contrario; ma tendo sempre a dargli un’altra, ennesima e mai ultima chance, salvo poi appurare che è un disco estremamente interessante e coraggioso, e che tanto trovo le sue liriche impetuose e irriverenti quanto, infine, finisco per constatare ogni volta che al comparto musicale manca un po’ di quel mordente che avrebbe fatto decollare molti dei suoi brani. Due o tre dei quali comunque non riesco più a togliermeli dalla testa, come ovviamente l’accoppiata d’apertura: un numero sufficiente a renderlo importante, ma mai abbastanza per un gruppo di quella impareggiabile levatura.

Non ho un loro album preferito in senso assoluto, e probabilmente finirei per costruire un’ipotetica griglia di partenza con Heartwork e Symphonies Of Sickness in prima battuta; Necroticism e l’ultimo, ottimo Surgical Steel subito dietro e infine, al fianco del debutto, proprio Swansong. È curioso come mi senta particolarmente legato proprio a questi ultimi due: ostici, a tratti indigesti, ma riesco in ogni modo ad ammirarne i contenuti e, nel caso del disco del 1996, le vicissitudini con la Columbia non potevano non farti schierare completamente dalla parte della band e del suo avviatissimo processo di autodistruzione. Un po’ come Daniel Wilding: sarà un batterista infinitamente più quadrato e prestante di Ken Owen, ma è lo stile creativo e immediato di quest’ultimo che amerò per sempre, finendo per non considerare alcun altro nome come ideale per prenderne il posto. Un gruppo dalla classe infinita, e che probabilmente, nelle sue pubblicazioni se così vogliamo dire “peggiori”, finì anche per dire le cose più interessanti: forse dico questo per il semplice fatto che si tratta di una delle mie band preferite, o forse c’è realmente stato qualche fattore che ha influenzato, corrotto se non addirittura rovinato cose che, come questa, avrebbero potuto – anche senza fare le fortune degli illusionisti della Columbia Records – rimanere nella storia senza necessariamente passare per gli scomodi paragoni col passato recente di Heartwork. Un bel disco insomma, ma è ragionandoci sopra che insisto nel ripetere a me stesso che poteva, anzi doveva essere migliore di così. E intanto Amott se ne è andato e loro continuano a spaccare culi con nonchalance e senza escamotage, né fica.

Poi mi tocca parlare dei Kyuss, su cui mi verrebbe da scrivere un articolo riguardo Blues For The Red Sun e Welcome To Sky Valley per il semplice fatto che sono due dei miei album preferiti, in assoluto. Ma sarebbe troppo facile, e così come per i Forbidden sono partito da Distortion e Green, anche qua – innanzitutto per restare in tema con Bill Steer – comincerò dalle faccende più complicate. 

…And The Circus Leaves Town è quasi unanimemente considerato il loro peggior disco, ed io varierei la risposta in Wretch semplicemente per il fatto che non erano ancora pronti, nonostante una formazione fatta dei pezzi migliori e hit storiche come Son Of A Bitch o la rapida Katsenjammer. Un rock debitore nei confronti di tante, troppe cose, fra cui il punk, ma noi i Kyuss li conosciamo e li celebriamo per altro. Così, dopo i due inni allo stoner rock composti egregiamente da Josh Homme di seguito a Wretch, la loro carriera si è conclusa quando erano ancora dei ragazzi; sì giovani, ma già passati attraverso la turbolenza dell’abbandono di Nick Oliveri (per Scott Reeder, dunque un insostituibile per un comunque grande bassista) o di Brant Bjork (altro batterista che come Ken Owen adoro nonostante non si tratti di un fuoriclasse), che fu rimpiazzato da Alfredo Hernandez. In pochi considerano il sintomo che poteva essere letto, fra le righe, in seguito all’ingresso in formazione di quest’ultimo. Hernandez, come il futuro batterista Joey Castillo, è l’ideale per quello che all’epoca già passava per la testa di Homme: strutture ripetitive, semplicità, ritmi marziali e poco altro. L’abbandono, in sostanza, del groove e della fantasia di Brant Bjork in favore di un qualcosa che avrebbe portato alla luce etichette come robot rock o altre minchiate del genere, prima di chiudere in bellezza con la doppia Fatso Forgotso. E già il mutamento, quel preciso mutamento, si intravedeva in …And The Circus Leaves Town: prendere l’ipnotica Gloria Lewis per credere, oppure Tangy Zizzle, sì furiosa ma già in direzione delle cose a cavallo fra l’ultimo EP, lo split con i Beaver ed il debut omonimo dei Queens Of The Stone Age.

Sono questi ultimi che, nelle intenzioni, fanno già capolino nel songwriting del disco. E, sempre in parallelo a Swansong, pure qua mancava quel mordente di cui accennavo sopra: in primis John Garcia che canta senza l’energia e la frenesia da posseduto di una Thumb e, come se lo facesse semplicemente per contratto, non è lontanamente paragonabile al passato; inoltre, gli episodi puramente stoner sono quelli che talvolta sembrano soffrire di più – come il quasi intermezzo Thee Ol’ Boozeroony o l’elementare opener Hurricane – il tutto in favore di altri, più propensi alla psichedelia o strutturati nella cura dei dettagli e degli arrangiamenti. Vedi Phototropic oppure il crescendo funky di Size Queen, quasi una Leg Of Lamb più acida e imbastardita nonché in anticipo di cinque anni rispetto ad quest’ultima. I suoni sono ancora più cupi e oltranzisti che in passato, sufficientemente ripuliti per non nascondere ogni cannonata sparata al ribasso da Reeder, e distorti come da tradizione della casa: faranno la fortuna della clamorosa suite finale Spaceship Landing, probabilmente il mio pezzo preferito dei Kyuss al pari con Supa Scoopa And Mighty Scoop, e seguita a ruota dalla tanto chiacchierata traccia nascosta Day One. Ci sono sfortunatamente episodi, come El Rodeo, di cui ti entra immediatamente in testa un motivo, un lead di chitarra o una qualsiasi altra cosa, dopodiché finirai per non amarne mai e in nessun modo il prosieguo.

In sostanza, sarà capitato anche a voi di imbattervi in cose del genere: uscite discografiche che avrebbero potuto essere la vetta definitiva raggiunta da una band, ma che per contrasti interni al gruppo, forzature dell’etichetta o altri fattori indesiderati, non si sono mai affermate come tali. Al contrario, in certi casi troviamo dischi come questi in fondo alle classifiche di preferenza dei loro ascoltatori, nonostante non fosse affatto il cambio repentino di stile a deteriorarne la riuscita. Swansong ed …And The Circus Leaves Town sono i due titoli che continuo a piazzarmi in cuffia partendo dal presupposto che, oltre quel preciso limite, non mi porteranno mai. Ma che non troverò le loro caratteristiche migliori in nessun altro album delle rispettive band, neanche nei migliori, per cui varrà sempre la pena ritentare. E che poi Keep On Rotting In The Free World e One Inch Man fossero una ficata in senso assoluto è un altro paio di maniche. Fatto sta che dopo questi album entrambe le band si sciolsero, senza fermare la volontà dei musicisti al loro interno di andare oltre, ma ostacolando – più o meno definitivamente – il cammino di due nomi che in quel momento erano già una leggenda. (Marco Belardi)

7 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    19 maggio 2018 15:37

    Mi spiace sinteticamente dire che Swansong è orrendo.

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  2. Cosmo Kidd permalink
    19 maggio 2018 23:25

    Personalmente li adoro entrambi.

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  3. El Baluba permalink
    20 maggio 2018 10:35

    Concordo pienamente su Swan Song, non mi fa’ impazzire, ma ci sono comunque affezionato. Su Circus Leaves Town non ho molto da dire, lo sempre ascoltato poco…si sente che il giocattolino si è rotto, e il tutto non gira alla perfezione. Tra l’altro i Queen Of The Stone Age non sono mai riuscito a digerirli fino in fondo…

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  4. Aris permalink
    20 maggio 2018 13:18

    Non completamente d’accordo, ma ti ringrazio perché nel 2018 riesci a parlare di dischi cosí importanti per molti di noi.

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  5. Fredrik DZ0 permalink
    20 maggio 2018 19:25

    quando uscì swansong lo considerai pessimo, e tale atteggiamento rimase immutato credo per i successivi 10 anni, quando ogni tanto mi imponevo di dargli una chance. Con gli anni – sarò cambiato io – l’ho rivalutato in positivo. Rimane un corpo estraneo per la discografia dei carcass, ma ora lo ascolto con piacere ben più di una volta l’anno.

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  6. bonzo79 permalink
    21 maggio 2018 14:56

    swansong è un buon disco, un po’ troppo semplice e “rock” nella struttura dei pezzi rispetto al resto della discografia, ma resta un buon disco, con tre o quattro chicche assolute e testi meravigliosi

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  7. sciup-1 permalink
    21 maggio 2018 15:35

    X me il problema + grosso di “and the Circus…” è che è stato preceduto da 2 dischi che fanno parte della categoria dei Are You Experieced, Led Zeppelin 4, Master of Puppets: capolavori assoluti che saranno tali anche tra 30 anni. Detto questo anticipa quasi tutto quello che poi hanno tirato fuori i QOTSA e in quel senso secondo me anche lui è una piccola (molto più piccola) pietra miliare.

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