The sound of violence – speciale CARCASS

La cosa migliore di Reek of Putrefaction era che non riuscivi a capacitarti di quel che usciva dallo stereo; ti chiedevi veramente cosa cazzo stesse succedendo. La voce era un rantolo bestiale che non conservava più nulla di umano, il caos prodotto dagli strumenti faceva paura perché era qualcosa di alieno, animato e motivato da una furia indecifrabile, ultraterrena; la produzione, poi, un buco nero che risucchiava ogni possibile barlume di logica e raziocinio lasciando intorno a sé soltanto panico e l’incommensurabile orrore del nulla. Dice che è stato registrato in uno studio del cazzo in condizioni precarie, ma non è questo il punto; il demo Flesh Ripping Sonic Torment, quello sì che suonava di merda. Reek of Putrefaction sembra sia stato inciso nella navicella spaziale di Alien o in chissà quale altro luogo ignoto e fuori dal tempo; comunque, quel che ne esce è qualcosa di inesplicabile e irraccontabile e totalmente a sé bastante, nel 1988 come nel 2013 o nel 3460. La nausea, il coté ospedaliero, la fascinazione per i tipi più disparati di morte violenta e il forsennato copiaincolla dai dizionari medici, tutto questo viene dopo e addirittura passa in secondo piano rispetto alla sovrumana portata dell’album sotto un profilo esclusivamente musicale; le liriche avrebbero potuto trattare qualsiasi argomento (del resto con i grugniti bestiali di Jeff Walker non si sarebbe capito un cazzo comunque), la musica sarebbe rimasta e rimane la stessa, indescrivibile nei secoli dei secoli. Non capivo come mai i Carcass fossero stati inseriti nel filone grind: i pezzi erano lunghi (rispetto alla media: superavano quasi tutti il minuto e mezzo), le trame di chitarra intricate e deformi come un quadro di Francis Bacon, i testi non parlavano di quanto facesse schifo il sistema né di quanto ti lavassero il cervello le multinazionali, le foto di gruppo non mostravano preadolescenti luridi o squatters col cane bensì due capelloni pulitissimi e un tizio con l’aria da ragioniere. D’altra parte avevano ben poco da spartire col death metal, che pure si stava formando; il loro immaginario anatomico era troppo particolareggiato e obliquo rispetto alle dozzinali descrizioni di omicidi crudeli o malattie mortali dal decorso disgustoso. Erano una cosa a sé, e tale sono rimasti. 

Roma, 1991; in un Circolo degli Artisti tutt’altro che gremito si consuma la nuova metamorfosi dei Carcass. Dall’abnorme gorgo psichico di Reek of Putrefaction sono passati a edificare l’unico ponte possibile tra (gore)grind e death metal, Symphonies of Sickness (mai come in questo caso il titolo dell’album è anche la recensione), fino a disegnare ex novo, nello spaziale Necroticism, una teoria di death metal gelido e morbosamente chirurgico che non assomiglia a niente e non ‘ricorda’ nessuno. I mulini di capelli di Bill Steer e del nuovo chitarrista, l’ex-Carnage Michael Amott, non riescono a distogliere l’attenzione dall’impossessato Jeff Walker in assetto da battaglia più crusty che mai, t-shirt nera senza maniche e lunghi dread bisunti; il batterista Ken Owen, sommerso dietro un drum kit che farebbe invidia a Dave Lombardo, sfoggia indomito una bandana alla Pantani e un repertorio di tic facciali da mandare in paranoia anche l’osservatore più disattento. In poco più di un’ora srotolano senza fare una piega l’intero Necroticism più qualcosa dei dischi prima, cambiando irreversibilmente la vita a ognuno dei paganti. Un genio si porta dietro la telecamera e ne ricava un videobootleg miracoloso visti gli anni e i mezzi; mano ferma e audio cristallino, “Roma 1991” diventa all’istante il Live at Leeds del metal estremo, ma non solo. Una generazione di teste metal, hardcore kids, frequentatori di centri sociali e gente strana in genere ha trovato i suoi nuovi eroi. È talmente trasversale il pubblico dei Carcass perché è universale la loro visione: il mondo è marcio, vivere costa fatica e procura dolore e tutti noi non siamo altro che sacche di carne e muscoli e sangue e pus destinate in partenza a una decomposizione più o meno lenta e più o meno stomachevole. Non esistono alternative, nessuna via di fuga: noi siamo questo. Il tutto esposto con una glaciale distanza da entomologo che in realtà maschera l’esatto contrario: una celebrazione dell’esistenza fin negli aspetti più crudi e parossistici, uno sguardo profondamente morale sul mondo operato senza superiorità e soprattutto senza sconti. Loro sono teste in fiamme che bruciano forte e bruciano in fretta, e infatti il successivo Heartwork è ancora una volta avanti ere geologiche e a sé stante al tempo stesso; i testi (tutti firmati da un ispiratissimo Jeff Walker) vertono su un pessimismo distruttivo che si maschera da cinismo per non perdere del tutto la forza della ragione, la musica è l’unica ipotesi di death metal melodico possibile. Del manipolo di band gestite in comproprietà tra Earache e Columbia (le altre erano Napalm Death, Godflesh, Entombed, Cathedral e qualcun’altra che sicuramente dimentico), i Carcass sono l’unica a fare il botto: oltre 100.000 copie di Heartwork vendute in poco più di un anno, e l’interesse non accenna a spegnersi. La Columbia scarica tutti gli altri ma si tiene loro; vuole lanciarli su larga scala, vuole trasformarli in superstar e comincia a metter bocca sul songwriting, sull’immagine della band, su tutto quel che può far schizzare definivamente gli equilibri mentali già labili della coppia delle meraviglie Steer/Walker, con Owen e un altro tizio (il capelluto Carlo Regadas, sostituto del dimissionario Amott che aveva preferito sfondarsi di tromboni con gli Spiritual Beggars) ad assistere impotenti. Le registrazioni del successore di Heartwork procedono a singulti, tra una trattativa estenuante e l’altra, e quando il disco è pronto la Columbia si rifiuta di pubblicarlo; si farà avanti la Earache, ma intanto i Carcass erano già sciolti per mano di un esaurito Steer che molla per primo la baracca. Swansong viene lanciato allo sbaraglio nell’estate 1996; massacrato praticamente ovunque (se non ricordo male la messe di stroncature verrà inaugurata da Kerrang!, che assegna l’album due ‘K’ – average, lo stesso voto che prese la colonna sonora di Barb Wire) e bellamente ignorato dai fan, è un bizzarro esperimento di stoner metal ante litteram, dolente, negativista e profondamente perturbante, con i testi di Walker che non risparmiano più niente e nessuno. Un auto da fé globale totale che probabilmente è giusto rimanga l’ultimo disco dei Carcass.
Pochi mesi dopo lo scioglimento Walker, Regadas e Owen formano i Blackstar insieme all’ex-Cathedral Mark ‘Griffo’ Griffiths; l’unico album Barbedwire Soul (1997) è un gioiellino di stoner metal marginale e inquietante penalizzato solo da una produzione tremenda. Da par suo, Steer scompare per un paio d’anni per ributtarsi nel business a fine millennio con i rockettari revivalistici Firebird, un primo disco vagamente spinelloso e i successivi old school americana alla vecchia col santino dei Lynyrd Skynyrd sul cruscotto del pickup. Poi personalmente ho smesso di seguire tutta la faccenda; so che Jeff Walker ha pubblicato un solo album country e che i Carcass si sono riuniti ma non ho mai ascoltato il primo né visto dal vivo i secondi. Comunque la storia l’avevano già scritta. (Matteo Cortesi)

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