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Avere vent’anni: aprile 1996

30 aprile 2016

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KILLING JOKE – Democracy

E aggiungo una cosa ancora: “I considers there’s the flag of Uni States, nosonly a flag ov a country, buzz is an youniversal messag ov freedom have… democracy”.
(Silvio Berlusconi)

Matteo Cortesi: Sarebbe bello se, per effetto di una qualche inspiegabile distorsione spaziotemporale, queste parole fossero arrivate a Jaz Coleman in anticipo di una decina d’anni rispetto a quando verranno effettivamente pronunciate. Avrebbe avuto un senso. La migliore descrizione possibile del disco: psichedelico, dissacrante, allucinogeno, portatore e generatore di gioia insensata e conclusioni di massima sulle questioni importanti della vita sulla base di assunti indimostrabili. È così perché è così, period the end. L’unica maniera per uscire con le sinapsi intatte da un viaggio psichico tra i più impegnativi nella storia del gruppo. I dischi dei Killing Joke sono bellissimi o fanno vomitare, nessuna via di mezzo (a parte l’omonimo del 2003, 50/50 per la prima e unica volta): Democracy viene dopo Pandemonium (prima categoria), che viene dopo Outside the Gate, Revelations e Brighter Than A Thousand Suns, in assoluto i peggiori di sempre, il punto più basso nella carriera di chiunque, per intenderci roba al cui confronto Landing on Water diventa rispettabile. Democracy è bellissimo. In Italia falcidiato dal repentino tracollo di Flying Records, distributore di questo e un sacco di altre meraviglie, camionate di copie a due spiccioli in qualsiasi negozio di dischi della penisola, sticazzi: Coleman ride dal suo avamposto in Nuova Zelanda dove lavora come compositore ufficiale stipendiato dal governo. Nel singolo messe di remix della title track, tra cui una bomba trance di 18 minuti sganciata dagli Orb e un “Rooster mix” dei Carcass già sciolti. Stavano succedendo cose meravigliose. Il mondo era un bel posto dove stare.

 

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CRADLE OF FILTH – V Empire or Dark Faerytales in Phallustein

Ciccio Russo: V Empire è la demo promozionale più sontuosa della storia dell’heavy metal. Dopo l’inatteso botto underground di The Principle of Evil Made Flesh, i Cradle of Filth capirono di avere qualcosa di grosso per le mani e non potevano certo sprecarlo appresso alla sfigatissima Cacophonous Records. E quindi, come secondo e ultimo album da contratto, esce un dischetto di sei pezzi per 36 minuti abbastanza lungo da poter essere spacciato per lp. Tanto pure i norvegesi li facevano di mezz’ora. Per esempio, Antichrist dei Gorgoroth a prezzo pieno era una truffa. La prima traccia è una sorta di trailer di un minuto e mezzo del sound degli inglesi. La seconda è un remake più rifinito e potente (nel frattempo avevano imparato un paio di cose a livello di arrangiamento) di uno dei brani più diretti e memorabili del debutto, dal quale viene pure lo stacco parlato, una citazione di Dracula, che apre la successiva Queen of winter, throned, dieci minuti dove c’è di tutto, da quella furia thrash che non andrà mai davvero via alle suggestioni gotiche sulle quali marceranno in futuro per attrarre le ragazzine col piercing al labbro, sempre un target rispettabilissimo. Le vampire bone, l’erotismo infernale, le infinite magliette, una più bella dell’altra (non ne ho mai avuta una ma avevo fatto un pensierino su quella con la gorgone vampira)… Impossibile non cascarci, se si era adolescenti e si aveva un retroterra culturale fatto di film horror della Hammer e poeti maledetti. L’operazione di marketing riuscirà e Dusk and Her Embrace verrà pubblicato dalla Music For Nations, che non molto dopo andò a puttane ma all’epoca se la giocava con Nuclear Blast e affini.

 

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RAGE AGAINST THE MACHINE – Evil Empire

Stefano Greco: Evil Empire dura sei minuti e mezzo, il tempo di infilare in sequenza due futuri classici e consegnare tutto il resto al dimenticatoio. Non è un album invecchiato male, è proprio nato male, come tutti quei dischi venuti al mondo con il problema insormontabile di non avere i pezzi. Ci volle poco a capirlo e un bel po’ di più ad ammetterlo perché lo si attendeva come la buona novella, era l’album che avrebbe dovuto definire la mia generazione ma si rivelò essere una delle più grosse delusioni di sempre. Nonostante tutto però, il poster giallo col ragazzino è stato per anni sul muro della mia stanza a rappresentanza, assieme ad altri paraphernalia centrosocialari, della sezione antagonista (risate) di un pantheon culturale altresì composto in egual misura da Uomo Ragno, AS Roma, spade laser, coffeeshop olandesi e amplificatori Marshall. Gesummio che pazienza i miei genitori.

 

Louder-Than-Hell-by-Manowar

MANOWAR – Louder Than Hell

Ciccio Russo: All’inizio della mia carriera di metallaro i Manowar non mi piacevano nemmeno. Avevo visto il video di Gloves of metal in televisione e avevo deciso che mi facevano cacare. Provai ad ascoltare Into Glory Ride e lo trovai noioso. E poi dove cazzo volevano andare con quelle mutande di pelliccia, su. Un po’ di tempo dopo recuperai Kings of Metal, uscì Louder Than Hell,  fui folgorato sulla via del Valhalla e i Manowar diventarono all’improvviso uno dei miei gruppi preferiti. Del resto, per un ragazzino, era più semplice fomentarsi per la goliardica sloganistica manowariana e le fan che facevano vedere le tette (oggi non si usa più perché è sessista) che ascoltare Secret of Steel e ritrovarci le suggestioni di Frazetta e Howard. A tali amare conclusioni doveva essere giunto anche Joey DeMaio. Louder Than Hell è infatti il disco con il quale i Manowar smettono del tutto di provare a essere una band seria e diventano un cartone animato. Un cartone animato bellissimo che ti segna la vita tipo I cavalieri dello zodiaco o Ken il guerriero, intendiamoci. Aveva bruciato parecchio il relativo flop di un album ispirato, fieramente anticommerciale e genuinamente epic metal come The Triumph Of Steel, con il gruppo, reduce dall’addio di Ross the Boss, che rischia di sfasciarsi dopo aver messo su la formazione tecnicamente migliore di sempre e aver inciso quello che è forse il loro vero capolavoro. Qua era tornato Scott Columbus, al quale volevo tanto bene, chiaro. Però mi era dispiaciuto non ci fosse più Rhino, che la batteria quantomeno la sapeva suonare. Alla chitarra era arrivato quell’altro tamarro di Logan, che Joey aveva conosciuto al bar dei motociclisti o qualcosa del genere. Le canzoni sono semplici e acchiappone come non mai e i testi iniziano a essere scritti da un generatore automatico. Infatti venderà bene, contribuendo a spianare la strada al subito successivo ritorno di fiamma per il power metal. Dal punto di vista creativo, Louder Than Hell è la pietra tombale dei Manowar. Che poi lo adori e lo ascolti ancora spessissimo (tutti meravigliosi i primi cinque pezzi; per me la migliore ballata dei Manowar non è Heart of Steel ma Courage) è un altro discorso.

 

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VINNIE MOORE – Out of Nowhere

Cesare Carrozzi: Mi piacque all’epoca ma sulla lunga distanza gli ho preferito sia quello prima (Meltdown) che quello dopo (The Maze). Questo qui porta avanti un po’ il discorso iniziato con Meltdown, cioè il totale distacco del nostro Vinnie dalle sonorità neoclassiche dei primi album a favore di un hard rock strumentale puro, semplice ed efficace. Però, ripeto, Meltdown da ‘sto punto di vista mi pare molto più riuscito, mentre The Maze è una sorta di equilibrio perfetto tra l’hard rock ed il neoclassico. Comunque Vinnie è sempre bravissimo, pure se si scrive tutte le dannate parti e non improvvisa manco a sparargli, ma d’altra parte manco è l’unico. Vabbè.

 

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NECROMASS – Abyss Calls Life

Giuliano D’Amico: Quando li vidi dal vivo alla Dracma, sarà stato il 1997, il black metal mi faceva ancora paura. Poi, quando li vidi scendere dal palco e dare bacino bacetto alle pischelle che erano venute a vederli, sentii che qualcosa non quadrava. Qualche settimana dopo ebbi una rivelazione alla fermata del 38 di piazza Rivoli, mentre nel walkman andava The Call of the Wood: “E se fossero tutti un branco di paraculi?” Alla domanda non so ancora rispondere ma questo disco è uno dei capolavori più sottovalutati della storia del black metal. O forse è solo colpa della Dracma e della sua distribuzione che non arrivava più in là di Volpiano. Fatto sta che in questo disco si SPERIMENTAVA, poche palle, in un’epoca storica in cui lo facevano solo i Ved Buens Ende. Poi dieci anni dopo si sono messi tutti a fare il post black metal e a credere di aver scoperto qualcosa, mentre invece era solo acqua calda dell’acquedotto di Firenze, da dove i vari Bellotti Cordoni e Pecorini (fu molto bello leggere i loro cognomi accanto alle facce pittate sul retro della cassetta) si erano abbeverati un decennio prima.

 

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ROTTING CHRIST – Triarchy of the Lost Lovers

Ciccio Russo: Per quanto possa essere affezionato al grezzo fascino di Non Serviam, Triarchy of the Lost Lovers lo supera, sviluppandone le intuizioni in maniera più matura e aprendo la strada alla svolta piaciona e goticona, obbligatoria se si aveva un contratto con la Century Media e Waldemar Sorychta in giro per lo studio, del successivo A Dead Poem. Il suono di chitarra è però ancora quello, così come le atmosfere torride e soffocanti, tipiche del black greco primigenio. A cambiare sono le dinamiche dei pezzi, più versatili: Themis nel frattempo aveva imparato a suonare e smette purtroppo di deliziarci con il proverbiale pattern di doppia cassa dritta che su Non Serviam dominava ancora imperterrito. In un mondo ideale, One with the forest e Archon sarebbero entrate nella hit parade. La maestosa King of a stellar war è una delle canzoni della vita. E basta, lo sapete che da Metal Skunk non potete aspettarvi pareri obiettivi sui Rotting Christ.

7 commenti leave one →
  1. Banasci permalink
    30 aprile 2016 18:53

    Siamo dei vecchi nostalgici del cazzo.
    Però su Manowar e Cradle ci hai preso e sono due dischi che ascolto ancora spesso e volentieri, a volume molto alto.

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  2. fredrik permalink
    30 aprile 2016 23:02

    confesso che mi sto aiutando con metal archives, vuoi perchè sono vecchio e vuoi perchè all’epoca i dischi li compravo anche a qualche mese dall’uscita per ovvi motivi economici, ma mi aspettavo che citaste gli amon amarth, il bellissimo EP sorrow through the nine worlds (che mi arrivò ad agosto dopo mesi di attesa) e il miglior lavoro dei desaster (a touch of medieval darkenss).
    dei vostri ricordo volentieri cradle of filth e rotting christ.

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    • 1 maggio 2016 19:38

      Degli Amon Amarth non abbiamo parlato perché, come può accadere, non c’era nessuno particolarmente legato a quell’ep. I Desaster avrei dovuto farli io ora che ci ripenso, ahem.

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      • fredrik permalink
        1 maggio 2016 21:30

        ahaha immaginavo che a te i desaster piacessero! mi son scordato anche di crimson degli edge of sanity a cui sono legatissimo… anche se lo acquistai in estate / autunno.

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  3. weareblind permalink
    1 maggio 2016 11:47

    Quanto sono d’accordo su Louder than hell…

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