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Avere vent’anni: LIMP BIZKIT – Three Dollar Bill, Y’all

27 luglio 2017

Tanto tempo fa il pianeta terra era un posto in cui si vendevano milioni di cd e l’industria discografica faceva soldi a palate. La musica pesante e/o alternativa era un vero affarone e tutti i grandi imprenditori musicali si sforzavano di tirare fuori sensazioni nuove a getto continuo che altrimenti la gente rischiava di annoiarsi. Ad un certo punto ai piani alti qualcuno decise che il crossover, per molti versi uno dei fili conduttori della musica anni ’90, si sarebbe chiamato nu-metal e un po’ di gente è stata data in pasto ai lupi (ampiamente remunerata, sia chiaro). Fra tutte le innumerevoli rivoluzioni che avrebbero dovuto salvare e il metallo (tamburelli, industrial, ecc.) e poi l’hanno ammazzato questa era l’unica che in realtà non era davvero nuova.

Tutto il rock + rap si basa su una intuizione originaria di Rick Rubin vecchia di oltre un decennio ma che fino a quel momento aveva dato frutti sporadici ed era rimasta in qualche maniera ingovernabile. Tutto questo per dire una cosa che a molti potrà dispiacere: i Limp Bizkit una volta erano una cosa fica. Vi dirò di più, erano considerati un gruppo serio. Lo so che fa strano a dirlo ma vi assicuro che era così, a me li fece conoscere un mio amico di quelli integerrimi di area indie, lo stesso che mi introdusse a Pixies e Slint, per dire, penso che se glielo ricordassi oggi negherebbe spudoratamente. La storia poi ci racconterà che le cose sarebbero finite a merda, loro sarebbero stati incolpati di essere la causa di tutti i mali del mondo e, in una faida più falsa di un incontro di wrestling, pure accusati di falsometallismo da quei peracottari degli Slipknot.

Intendiamoci, le pernacchie successive se le sono meritate tutte, è incontestabile che i Limp Bizkit il culo l’abbiano venduto quasi subito, però fino ad un certo punto l’hanno fatto con classe: Significant Other è una paraculata come poche, però è anche un discone, e con questi risultati, beh, viva i furbi. E poi diciamocelo, da questa cosa dell’ erano meglio prima non scampa nessuno, neanche io o voi.

Three Dollar Bill Y’all è la foto di quello che c’era prima che il cappelletto rosso invadesse le televisioni e i negozi di abbigliamento. C’è molto di più di quello che loro stessi avrebbero semplificato in maniera bambinesca di lì a breve, è qualcosa di diverso dall’immaginario americanozzo/ steroidi/ canotta/ polpacci depilati che associamo al loro ascoltatore medio (una cosa che ci fa orrore e al contempo ci gratifica del nostro essere europei e raffinati). È un disco arrabbiato, con poca roba realmente orecchiabile. In mezzo ci troviamo moltissimo decontrollo, un brano psichedelico di sedici minuti e una gran quantità di corde vocali scorticate. E soprattutto un amore sconfinato per le influenze che lo hanno partorito e che, per una volta, appartengono ai contemporanei e non alla preistoria (di Suicidal Tendencies e Tool le citazioni più palesi).

È proprio il suo essere così profondamente immerso e influenzato dalla contemporaneità a rendere Three Dollar Bill ciò che è. La novità reale non è certo racchiusa nella fusione degli stili ma nei riferimenti interni ad essi. È palese che quello che fanno i Limp Bizkit lo facevano già i Rage Against The Machine da qualche anno, ma se Tom Morello ha uno stile che richiama i classici, Wes Borland (da buon floridiano) proviene dal death metal. La stessa cosa vale per lo stile di rap che Fred Durst aggiorna a canoni più moderni rispetto a quello vecchia scuola di Zack De La Rocha. Lo scarto ulteriore e definitivo è la presenza di un dj nella formazione, per una volta non il classico riciclato di poca fama ma addirittura un Dj Lethal transfuga dagli House Of Pain il cui contributo va ben oltre il tipico ruolo di suppellettile che spesso hanno quelli che fanno girare i piatti nei gruppi rock. Questo era il 1997 e i Limp Bizkit erano una bomba pronta ad esplodere. È stato un bel botto, peccato solo per la miccia un po’ corta. (Stefano Greco)

7 commenti leave one →
  1. blackwolf permalink
    27 luglio 2017 10:16

    Da ragazzino mi stavano sulle palle e li ho odiati ferocemente. Poi crescendo e uscendo con altri ragazzi della mia zona, che ascoltavano tutti hip hop (se abiti nella periferia milanese becchi solo i peggio tamarri o gente che ascolta rap, non ci si scappa..) e riascoltati anni dopo, mi piacquero tanto. Sono pure andato a vederli dal vivo qualche anno fa e mi divertii anche. I primi 2 o 3 album ci stanno alla grande. Pompano, loro ci credevano, ti prendono bene e sono fantastici in macchina. Questo album l’ho pure regalato al mio fratellino, anni fa. Visto che non è diventato metallaro, almeno provare a fargli sentire comunque qualcosa di buono. Poi i due singoli che mi ricordo, Counterfeit e Sour ci stanno alla grande. E’ vero, sono diventati i nemici del vero metal e la causa dei mali del mondo, per motivi stupidissimi. Ci sono gruppi che stanno uccidendo il metal, ma siccome nei video si vestono con la giacca di pelle e hanno i capelli lunghi sono ok, mentre i Bizkit sono il male perché si vestono con la canotta da basket e la felpa della Adidas. (Quando ero ragazzino sentii dire che i Korn non erano metal, perché non vestivano di nero. Ok che ti stanno sulle palle i Korn, ma argomentazioni migliori??) Forse se non ci fossero stati i Bizkit, tanto successo che ha avuto il metal negli ultimi 20 anni, non ci sarebbe stato. Hanno stravolto il genere, ma almeno lo hanno tenuto sulla bocca di tutti e molti gruppi di “vero metal”, secondo me, hanno fatto fini più indegne. Dai Bizkit questa fine te la potevi anche aspettare. Poi alcune delle ultime cose che hanno fatto, non sono così male. Golden cobra e She’s ready to go mi divertono e prendono. Ecco, per la puttana, se però nei featuring hip hop passi da Dj Premier, Redman, Method Man e DMX a quel nano con la voce fastidiosa di Lil Wayne, beh porca miseria, qualcosa è andato storto si. Chi ne sa un po’ di hip hop capirà.

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    • El Greco permalink
      27 luglio 2017 11:28

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      • blackwolf permalink
        29 luglio 2017 09:05

        Esatto. Me li voglio ricordare così i Bizkit. Poi alla fine di chocolate starfish c’era quel pezzone super zarro (rolling urban assault vehicle o come diavolo si chiamava, sempre con Method Man, DMX e Redman) che se te lo ascolti in auto, hai l’impressione di essere su un aereo che sta decollando. Fantastico. Tra parentesi la versione uncensored con video di questa canzone, è una mosca bianca. E Preemo trasforma in oro qualsiasi beat faccia, incredibile. Pochi cazzi.

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  2. Cure_Eclipse permalink
    27 luglio 2017 12:01

    Nel 2000, a 16/17 anni, ascoltavo quasi solo loro e i Korn. Chocolate Starfish, nonostante sia pacchiano in modo esagerato, resta per me il loro disco di riferimento, ma riascoltando più di recente questo qua mi sono reso conto di come sia quello con più idee (come scrive giustamente il recensore). E poi c’è Pollution!

    I discorsi TRVE, mai calcolati: anche perché senza i LB probabilmente non starei scrivendo questo commento su un sito che si chiama METAL Skunk.

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  3. 27 luglio 2017 12:29

    Il disco che mi traghettò a 16 anni dall’ hip hop al metal (non è vero, fu “Significant other”; ma questo aveva troppa più aggressività isterica rispetto al successivo).
    Pollution, Counterfeit, la cover di George Michael “Faith”: c’era una tale quantità di carne al fuoco e di cattiveria in questo disco che per le mie orecchie vergini fu il punto in cui valicai il Rubicone.
    Quando i Korn fecero la comparsa sul radar della generazione allora liceale ’83 eravamo già pronti a metabolizzarli anche grazie ai Limp Bizkit.

    Che epifania.
    Grazie della recensione.

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    • blackwolf permalink
      29 luglio 2017 09:07

      E’ vero, la cover di Faith!! Come ho fatto dimenticarla!!!

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Trackbacks

  1. Avere vent’anni: luglio 1997 | Metal Skunk

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