Luciano col pandino. La triste fine dei Limp Bizkit

A un certo punto i Limp Bizkit sono stati veramente una cosa ultrafica. Più che altro erano l’istantanea di un periodo, i veri interpreti del delirio di onnipotenza del nu metal nel momento in cui era riuscito a sfondare la nicchia della musica alternativa. Più dei griffatissimi Korn, di cui si vociferavano produzioni da milioni di dollari ma troppo autenticamente sociopatici. Più dei Linkin Park, perché anche i millemiliardi di copie vendute di In The End non riuscirono mai a togliergli la puzza di latte di dosso. Più dei RATM, per i quali i tappetini rossi stridevano con il ruolo da ribelli difensori del proletariato che garbava loro interpretare. Più, ovviamente, dei vari gruppi che per diversi motivi nello stardom non riuscirono mai a entrare, dai Deftones ai Disturbed ai Papa Roach e via scendendo. I Limp Bizkit sono stati per un brevissimo periodo quello che prima di loro erano stati gli Oasis, i Guns & Roses, i Nirvana. E così come per questi ultimi, tra gli strumentisti dal look operaio che nessuno ricorda più (Duff McKagan? Krist Novoselic? Bonehead?), si stagliava la figura del leader carismatico. Fred Durst era un personaggio con un carisma strabordante, che appariva insieme ad Eminem, a Christina Aguilera, alle soubrette siliconate dei programmi d’intrattenimento. Aveva addirittura lanciato la moda del cappellino rosso, e chi c’era se lo ricorderà: bastava girare per una grande città a caso per vedere ragazzini coi vestiti oversize e il cappellino rosso. Del resto i Limp Bizkit passavano ogni cinque minuti su Mtv, alle radio, nelle scalette dei rock club, erano in cima al mondo e noi stavamo a guardare.

A me i Limp Bizkit ricordano le serate al Blackout, un rock club romano -all’epoca nel quartiere San Giovanni- dove la gente alternativa andava per farsi vedere, tipo il corso di Brindisi il sabato pomeriggio. C’era di tutto là dentro. Mi ricordo particolarmente un grassone con la maglietta gialla e i capelli lunghetti, che si posizionava ogni santissimo sabato su una balaustra e non faceva altro che guardare con sufficienza la gente che pogava e ballava. Poi quando partiva una roba schitarrata (cioè praticamente sempre) iniziava a fare headbanging andando vicinissimo alla ringhiera della balaustra e rischiando di spaccarsi la testa. Chissà che fine ha fatto il ciccione con la maglietta gialla, probabilmente è morto con il cranio frantumato sulla ringhiera del balcone di casa al suono di From This Day dei Machine Head, canzone che pareva piacergli particolarmente. Comunque è stata una figura importantissima della mia vita, quasi un personaggio mitologic0 come il bidello nero del liceo e Robocop, il benzinaio brindisino con inquietanti difficoltà motorie. Di solito si dice cosa stavi facendo mentre crollavano le torri gemelle (io ero con Ciccio Russo e il simpatico furetto, pranzavano con me mentre stavo buttando fuori di casa il coinquilino dell’epoca), ma anche qual era la tua vita all’epoca dei Limp Bizkit potrebbe essere una buona. La mia vita all’epoca era quella di una matricola universitaria fuorisede. Luciano col pandino. Bob Mento che tifava Lazio. Io e Marco Grassi a fare compilation su cd e cercare rarità degli Ac/Dc su Napster fino alle 5 di mattina e dopo quattro ore c’era lezione di diritto civile. Dragon Ball Z. International Superstar Soccer Pro Evolution 3. Il secchione barese con lo sguardo assente sempre in prima fila a lezione soprannominato Eroina. Le magliette dei Manowar comprate allo Zoppo in via Giolitti, che continuavo a prenderle ma dopo due lavaggi diventavano kleenex. La ferma convinzione che i testi degli Hammerfall fossero tavole delle leggi morali che se tutti avessero seguito il mondo sarebbe diventato migliore. La produzione letteraria completa di Tolkien mandata a memoria e letta in loop compresi epistolario, frammenti, poesie, abbozzi e pure le tesi di laurea su Tolkien. Gino Geno che usciva dal bagno dopo un’ora con una rivista di macchine in mano e tu per rendere l’ambiente vivibile dovevi buttare lo zyklon-b. L’assoluta certezza che Francesco Russo fosse omosessuale. La ricerca di assomigliare il più possibile, nell’abbigliamento, a Eddie Vedder epoca Vitalogy. Il progetto, immaginato per anni e poi purtroppo andato in porto, di farmi crescere i capelli lunghissimi. Alvaro ‘el Chino’ Recoba. Le notti a dormire sul pavimento della stazione di Milano dopo un qualche concerto dei Rhapsody o dei Gathering. Queste sono le prime cose che mi vengono in mente, della mia vita all’epoca dei Limp Bizkit.

Questi avevano tirato fuori 3 Dollar Bill, Significant Other e Chocolate Starfish che erano diversissimi tra loro e per motivi diversi tutti spettacolari. Loro avevano un carisma incredibile, erano degli animali da palco e in studio erano di un altro pianeta. Sei canzoni per dominare il mondo e avere ragione: Counterfeit, Nookie, Break Stuff, Take a Look Around, My Generation e Rollin’. Tutto il resto una spanna sotto, ma ste sei canzoni valgono da sole discografie e discografie di gruppacci del cazzo a cui, ne sono sicuro, qualcuno di voi starà pensando nella propria testolina bacata dicendo questa è musica, no i Limp Bizkit. Io credo che Take a Look Around sia un capolavoro di proporzioni micidiali. Seriamente nel suo genere è la perfezione assoluta. Il mondo dovrebbe esser loro riconoscente anche per un ritornello come I did it all for the nookie so you can take this cookie and stick it up your ass.

Dopo Chocolate Starfish il mondo è cambiato e i Limp Bizkit hanno perso il ruolo che vi ricoprivano. Sinceramente vorrei conoscere nomi e cognomi di chi ha continuato a seguirli e a comprare i loro fantastici dischi. Questo ottimo e superlativo Smelly Beaver mi è capitato per caso, ho voluto scriverne solo per assaporare la madeleine dei ricordi. Mette una tristezza addosso simile a quando scopri che una grande diva di Hollywood degli anni 30 è morta sola e abbandonata in un ospizio per i poveri. È ovviamente una porcata che non ci si crede, ma il disgusto per la musica di merda in esso contenuta è nulla davanti al lacrimevole sconforto che ti prende a sentire Fred Durst rappare con la voce roca e distrutta dalla cocaina con di sottofondo una musichina passata di moda. Una fine peggiore non potevano augurargli. Se si fossero sciolti dopo il tour di Chocolate Starfish sarebbero stati i Nirvana che ci meritavamo. (barg)

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