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Avere vent’anni: HIM – Greatest Lovesongs vol. 666

28 novembre 2017

Tra il debutto dei Nightwish recensito qualche giorno fa e il debutto degli HIM ci sono molti punti in comune, quasi tutti negativi, e una grande differenza. Anzitutto si tratta di due album partiti da premesse concettuali coraggiose (che è un modo per non dire sbagliate): da una parte il tonitruante symphonic power gothic bum-bum metal con soprano alla voce e testi che parlano di Gesù Cristo, cigni, principesse e fornicazioni da romanzo Harmony; dall’altra un concept sul dualismo amore/morte guidato da un efebo che al microfono geme e fa le labbrucce. Anche a ripensarci adesso, sembrano proprio delle idee del cazzo. Ehi amici, facciamo un gruppo metal in cui io parlo di struggimenti amorosi mentre guardo imbronciato un punto fisso all’orizzonte con l’aria da bel tenebroso e faccio gli urlettini? E invece funzionò – ma aspettate che ci arriviamo. Un altro punto in comune è che già dal secondo disco le rispettive band non preserò più tanto in considerazione il proprio debutto, preferendo concentrarsi, anche dal vivo, sulla produzione successiva; addirittura gli HIM risuonarono Your Sweet Six Six Six già nel secondo Razorblade Romance, quasi per sconfessare sé stessi. Ulteriore punto di contatto è che avrei sfidato chiunque, all’epoca, a scommettere sull’enorme successo commerciale che, anni dopo, Nightwish ed HIM avrebbero raccolto.

La cosa che li differenzia è che, se Angels Fall First è un timido quanto apprezzabile approccio ad una materia del tutto nuova, che verrà perfezionata e padroneggiata solo in seguito, Greatest Lovesongs vol. 666 è senza dubbio il migliore degli HIM. Di più: appartiene a quella categoria di dischi,  che non si capisce come siano stati realizzati, considerata l’evoluzione successiva della band; un disco già maturo, compiuto, ma dallo spirito completamente diverso da ciò che verrà fatto in futuro. Tipo Amok dei Sentenced. Anche perché qui gli HIM si reggevano su un equilibrio davvero irriproducibile, che li rendeva un gruppo unico e perfettamente coerente con sé stesso. Mai più gli HIM furono così profondamente oscuri, e mai più, del resto, l’originale significato His Infernal Majesty del moniker ebbe un senso come in quest’album. Se in seguito gli HIM trascurarono il secondo elemento del binomio fondante amore/morte, qui non c’è nulla che non parli di queste due tematiche; sia da un punto di vista lirico che musicale. È tutto estremamente credibile, e lo è, in maniera sorprendente, anche Ville Valo, l’unico frontman possibile per un gruppo del genere, interpretando la tradizionale figura rock del cantante-sciamano coerentemente con quest’ambientazione; a suo modo, l’unico vero re lucertola della sua epoca, anche se per pochissimo tempo. 

Greatest Lovesongs vol. 666 non ha particolari influenze, se non una: i Black Sabbath. Il che, di solito, equivale a non avere nessuna influenza, essendo i Black Sabbath il grado zero di ogni gruppo metal che si rispetti, anche più dei Judas Priest; ma il debutto degli HIM, per quanto possa sembrare assurdo alla luce della discografia successiva, riprende esattamente quel tono di oscurità e quell’amore per il riff; non in modo esasperato come accade per lo stoner, lo sludge e, per generalizzare, i generi post-Saint Vitus: ma in modo funzionale alla canzone e all’atmosfera, più autentico e meno filologico, diciamo. Con la differenza che qui non c’è alcun Tony Iommi: tutto è incentrato sulla figura di Ville Valo, compositore unico escludendo le due cover, magnifiche nella resa e nel criterio di scelta: Wicked Game di Chris Isaak e soprattutto (Don’t Fear) The Reaper dei Blue Oyster Cult, una delle migliori cover che abbia mai ascoltato, tutt’altro che snaturata nello spirito, anzi qui letteralmente rivificata e riportata a nuovo splendore.

La vera essenza degli HIM – di questi HIM, gli unici che valga davvero la pena di conoscere e comprendere – si capisce ancora di più nel live a Viva Overdrive del ’98, in cui la band suona con distorsioni ulteriormente compresse sotto una cupa luce vermiglia che li spersonalizza e amplifica il senso di disperazione e straniamento. Perché gli HIM del debutto non erano un gruppo vero e proprio, ma un concetto: Ville Valo, cresciuto nel sexy shop del padre, aveva conosciuto nel profondo il lato squallido del rapporto di coppia, e per reazione ha creato un gruppo che dell’amore glorifica il lato più puro, fino all’estremo nichilista dell’unione assoluta nella morte. Eros e thanatos, dalla meravigliosa opener For You che comprime le distorsioni di basso e chitarra fino alla saturazione alla suddetta cover di (Don’t Fear) The Reaper, passando per la straziante When Love and Death Embrace a The Heartless, e giù fino alle altre, gli HIM non stanno creando semplicemente canzoni: stanno cercando di musicare un concetto. Se già dal disco successivo si fiutò l’affare commerciale e si spezzò questo delicatissimo equilibrio svilendo tutta questa costruzione concettuale, in Greatest Lovesongs vol. 666 non c’è nulla che non sia intrinsecamente ostico, con questi ritmi lenti, ossessivi, sabbathiani che prendono allo stomaco e parlano di sentimenti e sensazioni che fanno male. L’unico gruppo che gli si possa associare, sempre a livello concettuale, sono i Type 0 Negative; ma chiaramente in maniera molto diversa, essendo gli uni di Brooklyn e gli altri di Helsinki. Un grandissimo contributo l’ha sicuramente avuto Hiili Hiilesmaa, produttore dei Finnvox Studios, che infatti si rifiutò di produrre i successivi due album ritornando dietro la consolle giusto per il quarto Love Metal, ma – riprendendo l’inizio dell’articolo – il vero merito dell’operazione è tutto di Ville Valo, perché già farsi venire in mente un’idea del genere meriterebbe una menzione d’onore. Portarla a compimento in questo modo, poi, vuol dire entrare nella storia: perché nessuno ha mai suonato come gli HIM del debutto, tantomeno gli HIM successivi, e il fatto che questo disco non abbia il riconoscimento che dovrebbe avere è secondo me da ascrivere proprio a ciò che gli HIM sono diventati dopo, e a tutti i pregiudizi che – più o meno giustamente – hanno fatto in modo che il metallaro medio schifasse la band a priori. Per dire, gli HIM non sono ammessi neanche nel duro-e-puro Metal Archives, manco fossero i Limp Bizkit. Un po’ il contrario di Reload, recensito poco fa: quello è poco considerato per il passato glorioso degli autori, ma non merita una riscoperta perché, effettivamente, è una merda. Greatest Lovesongs vol. 666 è poco considerato a causa del futuro ambiguo degli autori, ma andrebbe recuperato ad ogni costo. Perché, sempre tornando al parallelismo iniziale, se non vi piace Angels Fall First (o i Nightwish in generale) lo capisco benissimo, e capisco anche che mi si prenda in giro se a me piace; con Greatest Lovesongs vol. 666, invece, non c’è davvero niente da ridere. (barg)

6 commenti leave one →
  1. Arkady permalink
    28 novembre 2017 10:18

    Apparte il fatto che secondo me il secondo degli H.I.M. è un capolavoro, e lo dice uno che lo comprò insieme al debut dei Dragonlord di Eric Peterson, qui cari i miei ragazzi dobbiamo tutti ringraziare il sig Ville Valo per aver permesso a molti metallari di scopare: si, di scopare delle ragazze vere. Impossibile direte voi, ed invece a quei tempi facevi la cassettina con Join Me In Death, sfruttavi un pò la vodka panna e fragola, e se Odino voleva andavi a segno…cosa che ahimè con The Bard Song non funzionava

    Liked by 1 persona

  2. vito lomonaco permalink
    28 novembre 2017 10:47

    per recensire questi gruppi ci vuole questo approccio “romantico” che contraddistingue perfettamente noi metallari che dietro ogni rutto o bestemmia conserviamo un gran bel cuore.

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  3. Stefano Vitali permalink
    28 novembre 2017 18:53

    anch’io ho un debole per la versione lucidata e smaltata di questo album, quel Razorblade Romance che come dice Arkady raramente falliva con le fie, ma non si può negare che le idee fossero tutte in questo. il checcazz nel rendermi conto che compie vent’anni è stato tonante…

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  4. Rain Chaos permalink
    30 novembre 2017 08:37

    Mah, un po troppe menate. Il vero capolavoro é il successivo, pieno zeppo di capolavori, equilibrato, dosato, non una nota o un vocalizzo fuori posto…stupendo, altro che idee finite ahaha

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  5. Supermariolino permalink
    30 novembre 2017 18:29

    Non li ho mai presi in considerazione ma mi hai fatto venire voglia di ascoltarli.

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