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Avere vent’anni: ROTTING CHRIST – A Dead Poem

7 settembre 2017

Sulla carta A Dead Poem sarebbe dovuto essere un disco quantomeno deprecabile. Messe da parte le origini black metal, eliminata quella sensibilità morbosa e lovecraftiana che è – e sarebbe ritornata presto ad essere – la loro caratteristica più riconoscibile, accodatisi al suono goticheggiante in quel momento tanto in voga, quasi qualsiasi altro gruppo sarebbe andato incontro ad una disfatta epocale, uno di quelli da cui ci metti anni a riprenderti, semmai riuscirai mai a riprenderti. E invece i Rotting Christ no. Loro azzerano tutto e tirano fuori l’ennesimo discone dal nulla, e noi ancora qui dopo vent’anni a cercare di capire perché sia tanto bello nonostante tutte le premesse siano completamente sbagliate.

A Dead Poem sublima le tendenze atmosferiche dei Rotting Christ e ne apre definitivamente il periodo gotico, già accennato in Triarchy of the Lost Lovers e che poi proseguirà nei successivi Sleep of the Angels e Khronos. Con risultati abbastanza alterni, essendo Sleep of the Angels il migliore del lotto e Khronos il meno riuscito. A Dead Poem è anche il disco più venduto della storia dei Rotting Christ, quello che permise di farsi conoscere anche da chi era estraneo al giro del black metal underground dell’epoca. Era del resto il periodo in cui la Century Media valorizzava le sonorità gotiche di certi gruppi e ne scopriva altri su quella falsariga. Pur se, come detto, la svolta melodica trova le sue origini già nel precedente Triarchy, sarebbe stato praticamente impossibile presumere una sterzata così netta come quella che si ascolta in ADP. Gli stessi riferimenti stilistici degli esordi qui sono irrintracciabili, essendo ADP un album perfettamente contestualizzabile in quello scorcio temporale e con pochissimi legami con la tradizione. A partire dalla produzione, firmata da Xy dei Samael (qui anche tastierista), che ricalca l’operato di Waldemar Sorychta rinnovando completamente il suono dei primi Rotting Christ. In questo senso non c’è niente di più esplicativo di Among Two Storms, con la voce pulita di Fernando Ribeiro a fare da controcanto allo screaming di Sakis nel ritornello: bastano quei pochi secondi per capire che questo disco sarebbe potuto essere tutto cantato in pulito, e il suo spirito probabilmente non ne avrebbe risentito. All’opposto, lo screaming sgraziato di Sakis dà un effetto straniante, in un contesto del genere, anche perché non aveva mai cantato così, e successivamente non avrebbe più cantato così. 

Messo di fronte alla sfida di comporre un disco più morbido e melodico, Sakis risolve l’impasse fondando tutto sulle chitarre. A Dead Poem è un disco di chitarre. Una successione di riff che dà corpo ai pezzi, e su cui si basa l’intera struttura. Dato che, vent’anni dopo, la loro ultima evoluzione li ha portati praticamente ad eliminare il concetto di riff, la cosa risulta ancora più sorprendente, considerate anche le non eccelse doti tecniche dei musicisti coinvolti. E, nonostante la secchezza generale della produzione e della struttura compositiva, si ha sempre la sensazione di essere avvolti dalla musica, caratteristica immancabile di ogni stadio evolutivo del gruppo ateniese. Inoltre, a differenza di molti dischi suoi contemporanei viranti sul gothic, A Dead Poem è invecchiato benissimo.

I Rotting Christ sono come un diamante che ruota su sé stesso: in ogni momento rifulge di una luce particolare, sempre leggermente diversa e sempre ugualmente preziosa e peculiare, come la pietra da cui prende vita. Riascoltare oggi l’album a mente libera, dopo aver vissuto in prima persona tutte le trasformazioni della band, aiuta a mettere tutti i tasselli al posto giusto e rende giustizia ad un episodio che è tutt’altro che arrendevole o commerciale, come alcuni lo definirono all’epoca. Capisco che molti abbiano preso A Dead Poem sottogamba, ma invito caldamente a riscoprirlo, ponendo attenzione all’incessante lavorìo delle chitarre. So che non sono mai completamente affidabile quando parlo dei Rotting Christ, ma provate a fidarvi lo stesso, stavolta. (barg)

3 commenti leave one →
  1. bonzo79 permalink
    7 settembre 2017 15:46

    capolavoro… una nota: manca il tag “gruppi migliori del mondo” che francamente qui ci starebbe ;)

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  2. Federico permalink
    14 settembre 2017 15:18

    Un bel disco con un sacco di ottimi riff, non un capolavoro soprattutto a causa della produzione un po’ castigata che andava all’epoca in casa Century Media e che finiva per far assomigliare un po’ tutti i i dischi del periodo (tipo Sentenced, Moonspell o Samael e questi Rotting). Personalmente preferisco questo a Sleep che aveva qualche caduta di tono e non sarebbe male risentirli ancora in questa veste, anche se l’ultimo mi è piaciuto un sacco

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