Avere vent’anni: MOONSPELL – Irreligious

Da una decina d’anni a questa parte i Moonspell sono diventati un gruppo per metrosessuali e gothic lolitas, ma c’è stato un tempo in cui il gruppo di Fernando Ribeiro era uno dei migliori prospetti di un certo modo d’intendere il metal. Un periodo in realtà molto breve, diciamo chiuso nello spazio di tre dischi, con i tre successivi a fare da piacevole corollario di belle canzoni e tanto mestiere senza molte altre velleità. Ma, se esistesse un corso di studi dedicato alla materia, ognuno dei primi tre dischi dei Moonspell meriterebbe quantomeno un esame a testa.

Tra i gruppi venuti fuori dall’età d’oro del gothic metal, e dalle mani d’oro di Waldemar Sorychta, forse i Moonspell erano quelli più rappresentativi. Non nel senso strettamente stilistico, ma più che altro perché Irreligious è davvero la prima cosa che viene in mente sia pensando a quel periodo sia pensando alla definizione stessa di gothic metal. A differenza di praticamente tutti gli altri protagonisti di quella scena, i Moonspell non erano finiti a fare questo genere dopo aver fatto altro: Wolfheart, il debutto, seppur tradisse un vago retroterra black, virava comunque decisamente verso il gothic: Vampiria, An Erotic Alchemy, le menate su De Sade, le orchestrazioni insistite della tripletta iniziale, il timbro eldritchiano di Ribeiro, eccetera. Ciò che era veramente black di Wolfheart era il rapporto strettissimo tra musica e Portogallo, un modo di intendere e rappresentare la parte più arcana e primitiva del proprio spirito di popolo, senza renderlo macchietta, ma celebrandolo e rivitalizzandolo. Una cosa che li avvicinava molto ai Rotting Christ, che pure di lì a poco sarebbero passati dalle parti di Sorychta con tutte le conseguenze del caso.

Irreligious appartiene a un’epoca ingenua del gothic metal, quando le produzioni ipertrofiche e la canonizzazione stilistica estremizzata non avevano ancora cancellato la magia della suggestione. Ricordo che all’epoca una rivistaccia di musica generalista, una di quelle con gli U2 o Vasco Rossi in copertina che per qualche ragione a me ignota ogni tanto dedicava qualche riga ad un disco metal a caso, chiudeva la recensione di Irreligious con “lasciatevi ammaliare…”, con quei puntini di sospensione che ti facevano immaginare il mago Otelma e il mago Gabriel che facevano uuuuuuuuhhh agitando le braccia circondati da candele, drappi viola e macchina del fumo settata al massimo. 

lasciatevi ammaliare...

lasciatevi ammaliare…

La cosa tradiva, ad ogni modo, l’incapacità dello scrivente di descrivere compiutamente cosa trasparisse dai solchi del disco; incapacità che ironicamente si riflette anche nelle parole di un ascoltatore più smaliziato, oltretutto a vent’anni di distanza. Perché si potrebbe parlare per ore del movimento gothic metal di quegli anni, delle produzioni firmate Sorychta, del delicato equilibrio che quest’ultimo raggiunse prendendo materiale grezzo e raffinandolo senza però mai snaturare l’essenza dei singoli gruppi, ma la verità è che un album come Irreligious è molto difficile da spiegare a parole. Potrebbe aiutare un elenco di immagini evocative, ma anche queste sarebbero più utili dopo l’ascolto, e non prima dello stesso. Proviamo: Irreligious rievoca atmosfere da studiolo d’alchimista con ampolle opache in cui bolliscono a fuoco lento misteriosi liquidi dai profumi stordenti; fumerie d’oppio ottocentesche dei bassifondi crocevia di poeti, assassini, malversatori, semplici tossici e maudit d’ogni specie; pagine ingiallite e rose dal tempo di formulari esoterici in mezzo a cerchi di candele nere che bruciano in fumose stanze dal soffitto basso; fascinazioni faustiane, deboscio intellettuale e svuotamento d’energie fisiche. Chi già conosce – e quindi ama – questo disco troverà in questo elenco alcune delle immagini saltategli alla mente durante l’ascolto; per chi non lo conosce, viceversa, sarà solo una catasta di parole e concetti senza senso.

A sedici anni pensavo che Irreligious fosse il prodotto di chissà quali approfondite e ponderate ricerche occulte, quasi un divertissement di profondi conoscitori dell’esoterismo che lo avevano composto nei ritagli di tempo tra uno slancio faustiano e l’altro. Adesso credo che sia semplicemente frutto di sensibilità spiccate, affascinate da un immaginario romanzesco protostorico che difficilmente ha trovato più piena compiutezza. Comunque, il fatto che all’epoca fossi convinto di quelle cose segna un grosso punto a favore della potenza della loro poetica.

Il singolo scelto fu Opium, ma sarebbe potuto essere praticamente qualsiasi altro. L’atmosfera dell’album è talmente omogenea da rendere quest’ultimo un blocco unico nonostante le forti differenze a livello puramente stilistico dei singoli pezzi. Da Raven Claws a For a Taste of Eternity passa parecchia strada, e cose come Mephisto, Herr Spiegelmann (ispirata a Il Profumo di Suskind) o Awake non sarebbero la stessa cosa senza quest’opprimente atmosfera onirica da ottundimento oppiaceo. Irreligious sarà anche l’ultimo album con Ares al basso, e sarebbe ingenuo pensare che ciò non abbia avuto alcun impatto sui dischi successivi. Siamo comunque al solito punto morto: non importa quanto io mi sforzi per parlarne, per capire un disco del genere bisogna ascoltarlo e farsi da esso catturare. Insomma, lasciatevi ammaliare… (barg)

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