Il ritorno di Fernando e del suo petto villoso: MOONSPELL – 1755

Era l’ora che i Moonspell si dessero una svegliata. A dire il vero l’avevano già fatto due anni fa, stampando Extinct e tornando a quelle melodie che una quindicina di anni prima avevano reso celebre Darkness And Hope. Ribeiro valorizzava di nuovo le sue clean vocals, e sembrava che la fase estrema inaugurata con Memorial e portata avanti all’incirca fino ad Alpha Noir avesse subito una brusca frenata. Molto meglio a parer mio, perché quelli di mezzo erano i Moonspell anonimi, e finiti a pestare come fabbri per cercare di coprire una neanche troppo velata mancanza di ispirazione, che in passato ci consegnò canzoni pazzesche come Ruin & Misery. Così voglio sentire i portoghesi: trascinanti, melodici e dritti al cuore. Se Extinct aveva fatto del camminare su binari più canonici il suo punto di forza, con 1755 il quintetto torna a rischiare e lo fa imbastendo un concept che narra di uno dei peggiori terremoti della storia, quello che colpì Lisbona uccidendo decine di migliaia di persone il primo di novembre di quello stesso anno.

1755 non ha niente a che fare col suo valido predecessore: Ribeiro torna ad affidarsi quasi unicamente al growl come in Alpha Noir e l’album si può definire come fortemente sinfonico, pomposo e carico di elementi folk, in particolar modo di matrice medio-orientale. In poche parole recupera quegli accenti orientaleggianti citati agli esordi e, senza pretendere di raggiungere la pesantezza di Under Satanae, compone un ambizioso dieci tracce che al primo ascolto spiazza un po’, ma finisce per convincere in seguito.

La band è riconoscibilissima, ma la sua nuova veste funge da punto di rottura con l’immediato presente mostrandoci Ricardo Amorim e soci finalmente in netta evoluzione, e non intenti ad appesantire e ammodernare il sound che li celebrò con Irreligious. Il principale problema di 1755 sono gli onnipresenti cori lirici che, se inizialmente ti sorprendono, dopo un po’ finisci per aspettarteli dietro a ogni angolo. Oltre a questo e alla sua scarsa immediatezza, parte un po’ male con una title-track piuttosto piatta e recupera molti punti nella sua parte centrale, dove In Tremor Dei fa scattare la vera e propria scintilla per poi lasciar spazio alla forte carica emozionale di Desastre, ed allo splendido trio centrale composto da Evento, 1 de Novembre e Ruinas – quest’ultima addobbata da un ispiratissimo lead di chitarra nella parte conclusiva.

1755 non è niente di prodigioso, ma abbiamo fra le mani il secondo disco consecutivo azzeccato dalla formazione dell’ irraggiungibile Wolfheart. Bene così insomma: e ora che si fa? (Marco Belardi)

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