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Il gioco delle aspettative: SAMAEL – Hegemony

9 gennaio 2018

Mi pare di aver ricevuto il promo di Reign Of Light dalla Self. Confermò una teoria che ho sviluppato sul gruppo svizzero, ovvero che ogni loro album che inizialmente detesto, finirò per adorarlo. Ed al contrario, quando i dischi dei Samael fanno il botto iniziale, è un bel traguardo se riuscirò a rimetterli su almeno una volta o due. Ad esempio, ero talmente legato a Ceremony Of Opposites che feci di tutto per convincermi che Passage, il loro capolavoro assoluto, non facesse per me o che quanto meno avesse dei particolari difetti per i quali non valesse la pena ascoltarlo. Il pregio di Reign Of Light – invece – è che si trattava di uno di quei lavori della band di Vorph in cui è realmente iniziato un qualcosa di nuovo. Come nel caso del sopraccitato capitolo del 1996. Ora, di anni, album e case discografiche nel caso dei Samael ne sono passati davvero un bel po’. Ma è una band da cui ti aspetti sempre il botto, e non a caso c’erano riusciti perfino una decina d’anni fa quando – in attesa di un altra gemma di elettronica e metal estremo, ritmato quanto oscuro – questi se ne fregarono altamente e cacciarono fuori un potentissimo distillato di black metal dal futuro come Above – che è uno dei preferiti in assoluto dal sottoscritto. Per questo, quando un nuovo album di una delle più sorprendenti formazioni europee mi piace fin da subito, ma non mi spiazza, realizzo con certezza che mi godrò i suoi contenuti e lo riporrò presto nel dimenticatoio.

I Samael sono una band che quando ero ragazzino sentivo rammentare da tutti, ma conoscevo davvero pochissima gente che li ascoltasse sul serio: stesso discorso che vale per Voivod, Coroner e pochi altri “eletti”. Hanno scritto pagine della storia del metal eppure il loro pubblico è relativamente ristretto, se paragonato al valore delle composizioni che sono state date alla luce. Oggi, questi gruppi hanno un grandissimo vantaggio: la mancanza generale di band di punta in sostituzione di quelle storiche, fattore che sta facendo vivere ad alcuni di questi pionieri di nicchia una seconda giovinezza, che ha consacrato uscite fantastiche come Target Earth. Perciò dai Samael è adesso che mi aspetto il massimo, ed esattamente come nel 2004 ci rimango contento solo a metà. Se nel buon Solar Soul avevo rivisto in parte alcuni canoni tipici di Eternal, il paragone più semplice che mi viene di fare in occasione del nuovo Hegemony riguarda proprio Reign Of Light: è un disco variopinto, pomposo e dominato dagli archi nonché da ricorrenti melodie che richiamano il Medio Oriente. È – inoltre – un contesto pieno di carne al fuoco a dispetto della relativa semplicità con cui nello scorso decennio erano stati portati a casa risultati sempre buoni, e non a caso anche lo stesso Reign Of Light vantava pezzi clamorosi come Inch’Allah (suo uno dei ritornelli più belli che il gruppo abbia mai saputo scrivere).

Il confronto con il precedente disco, intitolato Lux Mundi e che non mi ha mai fatto impazzire, finisce con una vittoria ai punti in favore del lavoro del 2011. Era anch’esso un sunto della parte più acclamata della carriera dei Samael, e poneva in vetrina un singolo della madonna come Antigod. La scrittura di Hegemony rasenta ancor più la perfezione e punta tutto sull’ estetica, dalla copertina piena di simbologia passando per la buonissima produzione. La forte carica sinfonica, però, è un ostacolo che ne dimezza la longevità – mentre nel nuovo Moonspell finiva per rallentarne solo in parte l’efficacia. Le prime cinque canzoni, ad esempio, sono tutte quante potenziali hit ma non ce n’è una che riesca a colpirmi al cento per cento, ed il primo vero e proprio filler arriverà subito dopo – con Black Supremacy un vano tentativo di pestare duro come in Above, dove un brano simile non sarebbe stato neanche la bonus track dell’ edizione filippina. È con Murder Or Suicide che i Samael ritrovano il giusto tiro, prima di perdersi in un altro paio di pestiferi riempitivi, per poi piazzare l’asso con la buonissima Land Of The Living. Dopo la conclusiva Dictate Of Transparency, pure lei di discreto livello, scatta quel qualcosa che porta ogni band – in un momento non precisato della sua carriera – a coverizzare Helter Skelter dei Beatles. E’ toccato agli Aerosmith, ai Siouxsie And The Banshees e pure al gruppo di Vorph e Xy. Non c’è un cazzo da fare, e se suonate toccherà pure a voi.

Buon disco questo Hegemony, ma i Samael sanno indubbiamente fare di meglio e spero che il passaggio su Napalm Records – sempre saggia e attenta a bilanciare materiale classico ad uscite ben più estreme – ne favorirà i risultati. (Marco Belardi)

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  1. bonzo79 permalink
    12 gennaio 2018 13:42

    un po’ lunghetto e dispersivo… un paio di riempitivi in meno avrebbero giovato al risultato finale

    Mi piace

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