Arriva Tsar Bomba che scoppia e rimbomba: NECROPHOBIC – Mark of the Necrogram

Il nome in codice era Big Ivan, ma passò alla storia come Tsar Bomba. L’ordigno nucleare più devastante mai concepito dall’uomo. A modo suo, un capolavoro della fisica, basato su tre stadi: fissione, fusione, un’altra fissione. Leggo su Wikipedia, 3.125 volte più potente della “Little Boy” che fu lanciata su Hiroshima. Cento megatoni. Fu testata nel 1961 a metà della potenza perché altrimenti le conseguenze sarebbero state ingestibili anche per la Russia, il Paese con più spazio libero per esperimenti all’idrogeno che ci sia, e non si sapeva fin dove sarebbe potuto arrivare il fallout. Il capo progettista Andrej Sacharov poi diventerà un attivista per la pace e nel 1975 vincerà il relativo Nobel, senza poterlo ritirare. Ma questa è un’altra storia.

Fatto sta che prima o poi un gruppo heavy metal doveva scrivere un pezzo in proposito. Ci hanno pensato i Necrophobic. Ed è pure un pezzo della madonna, già singolo dell’estate. È un peccato che, al concerto per l’anniversario dell’annessione della Crimea coinciso con le elezioni, Vladimir Putin non abbia chiamato i Necrophobic per fargliela suonare. È sempre in tempo per la prossima parata militare. Però tutto Mark of the Necrogram merita. Una sorpresa inattesa e legata in tutta evidenza ai cambi di line-up. Segue spiegone per tutti gli appassionati di filologia delle formazioni svedesi a porte girevoli. So che non siete in pochi.

Da Womb of Lilithu sono passati cinque anni. Di quelli che lo incisero sono rimasti solo il batterista e fondatore Joakim Sterner e il bassista Alex Friberg, che era arrivato nel 2008 e sta pure nei Firespawn (che a me continuano a non dire niente). Ma non è arrivata gente nuova. È tornata gente vecchia. Alle chitarre rivediamo Johan Bergeback e lo storico Sebastian Ramstedt. Alla voce, addirittura, Anders Strokirk, che aveva cantato sull’indimenticabile debutto The Nocturnal Silence e poi se ne era andato. Sostituisce Tobias Sidegard, il bassista originario che era passato al microfono e ha poi dovuto lasciare la band per guai giudiziari (niente chiese bruciate o altre cose pittoresche: menava la moglie). Gli svedesi sono quindi inevitabilmente tornati all’antico. E sia lodato Lucifero. Womb of Lilithu non era male ma il gruppo stava iniziando a infilarsi nel vicolo cieco del voler dimostrare di essere evoluti e al passo coi tempi. A volte sembravano i Watain, dai. Con Mark of the Necrogram si torna all’antico, senza tuttavia fare finta di non essere nel 2018, con una produzione equilibrata.

Premi play, parte la title-track ed è di nuovo 1996. Il giro di chitarra ti rimane stampato in testa al primo ascolto. Il salto di qualità in termini chitarristici, del resto, è enorme. Belli gli assoli, belli i riff, belli gli arpeggi, belli i fischioni. Ma tutto è al posto giusto. Gli stacchi acustici, i cambi di tempo, i rigurgiti thrashettoni (Crown of Horns vi farà svitare il cranio, per poi esplodere in una mitragliata di black metal puro). E lo screaming basso alla svedese di Strokirk mi piace molto più dello stile declamatorio che stava sviluppando Sidegard. E poi caccia ritornelli veri. Lamashtu. Sacrosanct. Una meglio dell’altra. Quella facilità di scrittura quasi candida che caratterizza tutti i migliori gruppi svedesi. C’è pure la copertina di Necrolord, cosa volete di più dalla vita. (Ciccio Russo)

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