Vai al contenuto

Avere vent’anni: maggio 1998

31 maggio 2018

OBITUARY – Dead

Trainspotting: ALL THE WAY FROM TAMPA, FLORIDA… OBITUARY! Comincia così il canto del cigno degli Obituary, quelli veri, che dopo il capolavoro Back From the Dead entrarono in uno stallo che sboccò poi nel tristissimo scioglimento. Prima dei saluti finali fecero però in tempo a far uscire questo live, registrato a Boston l’anno prima, che li immortala al loro assoluto apice: produzione grezzissima, scaletta incentrata sull’ultimo disco (riproposto quasi per intero) e insieme al fomento assassino salgono anche i lacrimoni a sentire che razza di band erano gli Obituary alla fine degli anni Novanta. Non puoi dirti metallaro se non ti parte la brocca ascoltando Slowly We Rot, o se non ti viene la pelle d’oca quando parte Chopped in Half e John Tardy latra CHOPPED IN HAUUU! FEEL THE BLOOD SPILL FROM YOUR MAUUU! A Threatening Skies poi scapoccia anche il mio cane, ma che ve lo dico a fare amici. Grazie Obituary, GRAZIE per tutto quello che siete stati e che nel mio cuore continuerete ad essere per sempre. Amore è una parola da centellinare con cura ma con ogni probabilità è esattamente quella giusta da usare in questa circostanza.

GORGOROTH – Destroyer, or About How to Philosophize With the Hammer

Michele Romani: Dopo tre dischi imprescindibili per ogni amante del true norwegian black metal anni ’90, i Gorgoroth tentano il grande salto accasandosi con Nuclear Blast e dando alla luce questo Destroyer, con un risultato finale però abbastanza rivedibile. La band per l’occasione tenta un parziale stravolgimento della propria proposta: il suono delle chitarre diventa più thrasheggiante e cominciano ad apparire con insistenza campionamenti  industriali, synth, e voci filtrate (che vedono alternarsi Gaahl, Pest, T-Reaper e lo stesso Infernus). Sicuramente il disco non è una ciofeca come molti die-hard fan dei Gorgoroth della prima ora descrivono, però si ha come l’impressione che Infernus abbia voluto troppo stravolgere il sound caratteristico dei norvegesi (aggiungiamoci pure una produzione veramente troppo caotica), non a caso i momenti migliori del disco sono quelli di Om Kristen Og Jodisk Tru o della stupenda Open The Gates, dove il sound si mostra molto più ancorato al passato rispetto alla maggior parte degli altri brani (Bloddofer ad esempio  è una delle cose più oscene mai partorite dai norvegesi). Destroyer è l’inizio della decadenza dei Gorgoroth, nonostante alcuni spiragli di luce che comunque scompariranno del tutto nei lavori successivi, che per quanto mi riguarda sono uno più brutto dell’altro.

NASUM – Inhale/Exhale

Ciccio Russo: Dopo cinque anni di obbligatoria gavetta grind fatta di split ed ep a profusione, i Nasum esordiscono col botto e iniziano a riscrivere le regole di un genere che cambieranno nel profondo, portandolo nel nuovo millennio e dando la stura a una legione di cloni che ancora continua a trapanarci le orecchie in memoria della buonanima di Mieszko Talarczyk, defunto insieme alla moglie nello tsunami che nel 2004 colpì il Sud-Est asiatico, una vacanza fatale che ci portò via uno degli interpreti più originali e creativi della musica estrema contemporanea. Inhale/Exhale è, per certi versi, un disco ancora piuttosto tradizionale ma, proprio per questo, lo preferisco al successivo Human 2.0, che resta un lavoro di transizione, per quanto riuscito. Il debutto degli svedesi, anche riascoltato oggi, suona comunque modernissimo e personale: c’è un tiro – figlio del d-beat – che mancava ai tanti cloni dei Carcass impegnati solo ad alzare il più possibile l’asticella del casino; c’è una lucidità cristallina in quest’orgia di ultraviolenza fatta di brani violentissimi e fulminei ma ragionati e pure piuttosto tecnici. Una grande band era nata. Sarebbe morta troppo presto.

BESEECH – …From a Bleeding Heart

Trainspotting: Questo fu il debutto per i Beseech, band svedese a mio parere parecchio sottovalutata, che nell’ambito del gothic metal avrebbe potuto godere di tutt’altra considerazione. Sono affettivamente più legato ai dischi successivi, in particolare i piacioni Drama e Sunless Days, ma il presente …From a Bleeding Heart rifulge di luce propria in un modo peculiare – ed è da ogni punto di vista il migliore della loro discografia. Come spesso accadeva per questo tipo di gruppi nati a inizio/metà anni Novanta, il debutto risente di un approccio molto più doom, che qui peraltro sconfina anche in territori vagamente affini ai Sentenced di Amok (ad esempio nella bella Inhuman Desire); e il paragone coi Sentenced si potrebbe estendere al fatto che in entrambi i gruppi una prima fase abbastanza indefinibile e unica nel proprio genere ha poi lasciato spazio ad una discografia quasi completamente diversa nello stile e nelle intenzioni. Da rimarcare inoltre l’ottimo lavoro fatto con gli arrangiamenti, anche in relazione alla giovane età e ai mezzi evidentemente scarsi, a riprova di quanto i Beseech fossero una band che, specialmente in quel periodo storico, traboccava di idee. Da recuperare a tutti i costi.

GLOOMY GRIM – Blood, Monsters, Darkness

Trainspotting: Se pensate che Blood, Monsters, Darkness sia un titolo ridicolo, sappiate che è decisamente la cosa più seria di tutto il disco. Il debutto dei Gloomy Grim è infatti uno dei casi in cui la definizione di disco di merda è fuorviante, perché fa talmente schifo che tutti i dischi di merda della storia potrebbero offendersi a morte. Sono a questo punto molto curioso di andare a rileggere le riviste dell’epoca che ho ancora conservate nell’armadio, perché a quei tempi i recensori tendevano ad andarci giù pesante, a differenza di oggi, e magari ne sarà uscito fuori qualcosa di divertente. Loro comunque erano finlandesi e suonavano questo gothic (?) black (??) metal di plastica con gli strumenti della Fisher-Price e soprattutto nessun tipo di ritegno né senso del pudore. L’unica utilità di questo fantastico album potrebbe essere quella di richiamo per gabbiani. Pensateci: in caso di carestia estrema, si lascia il galattico Blood, Monsters, Darkness in uno spazio aperto e poi si impallinano i gabbiani che si mettono a ruotare in circolo intorno ad esso, tipo alla discarica di Malagrotta. Ultima nota di colore: la cantante femminile, qui accreditata come Whisper Lilith (un po’ di vampirismo ci stava sempre bene) non è altri che Tanja Kemppainen, la mitologica camionista alla voce dei primi Lullacry, all’epoca fidanzata del cantante.

BUZZOVEN – … At A Loss

Ciccio Russo: Per suonare sludge devi stare male, e i Buzzoven stavano male sul serio. Il debutto del ’93 To A Frown diventa subito culto underground e la Roadrunner li mette contratto. Il budget per registrare Sore verrà speso quasi interamente in droga e il relativo successo aumenta a dismisura l’appetito per le dipendenze del gruppo, dipendenze che li bruciano in tempi rapidissimi. Le loro performance live erano proverbiali per violenza e intensità ma i loro eccessi sono tali che i Neurosis sono costretti a cacciarli dal tour nel quale se li erano incautamente caricati. …At A Loss esce a band di fatto già sciolta, con Dixie dei Weedeater al posto del bassista originale, ma è forse il loro lavoro migliore, nonché il più accessibile e groovoso, dato che avevano premuto ulteriormente sia sulla vena punk che su quella sabbathiana. Nel suo genere, un classico assoluto.

TWIN OBSCENITY – For Blood, Honour and Soil

Trainspotting: A fine anni Novanta la prima ondata del black metal scandinavo era già finita da un pezzo, ma esistevano ancora dei gruppi un po’ in ritardo sul programma che mantenevano quelle caratteristiche che ormai sembravano già preistoriche. Tra questi i Twin Obscenity, autori di tre dischi a cavallo tra i due secoli, che nel 1998 davano alle stampe il loro secondo lavoro For Blood, Honour and Soil tenendo alta la fiamma del black norvegese incontaminato. Lo stile è molto epico e insieme sinfonico, ma sempre in una maniera molto grezza, più o meno una specie di incrocio tra gli Enslaved di Frost e i primi Emperor. Specie questi ultimi riaffiorano abbastanza spesso grazie al lavoro di tastiere, mai troppo invadente, e ad una grandeur che pervade irrimediabilmente l’album. Questi saranno però gli ultimi respiri che la Norvegia si concederà in ambito black metal; l’ondata Enthrone Darkness Triumphant, e l’illusione che il genere si potesse rinnovare mantenendone le caratteristiche spirituali, saranno fatali a tutto il movimento. E gemme come For Blood, Honour and Soil non usciranno più da quelle lande.

EINHERJER – Odin Owns Ye All

Michele Romani: Nel panorama viking metal gli Einherjer sono sempre stati un gruppo a sé stante, grazie ad un sound che, a differenza di molti loro illustri colleghi, ha sempre pescato a piene mani più dall’epic metal che dal black metal. E, se si pensa alla regione di provenienza dei Nostri, la cosa risulta quanto meno particolare. Questo Odin Owns Ye All, secondo full della band di Haugesund, conferma quanto detto precedentemente: il seppur minimo retaggio black del debutto Dragons Of The North lascia spazio ad un suono più classicamente heavy metal, arricchito dalle tipiche atmosfere viking con tanto di cori da osteria in sottofondo. A ciò contribuisce anche il nuovo cantante Ragnar Vikse, che canta unicamente in pulito evitando alcun tipo di screaming. Il disco, che come si evince dal titolo è un concept legato alla figura di Odino, scorre via abbastanza piacevolmente, con un songwriting molto semplicistico ma  di tutto rispetto, che hai i suoi picchi in brani come l’opener Out of Ginnungagap, Clash of The Elders, Remember Tokk (qui siamo proprio sull’heavy metal classico) o la malinconica A New Earth. Un disco sicuramente da rivalutare, e che comunque non può mancare nella collezione di ogni appassionato di viking che si rispetti.

SHINING – Submit to Selfdestruction

Trainspotting: Anche se gli Shining debuttarono davvero solo due anni dopo, è questo il primissimo vagito musicale di Niklas Kvarforth, all’epoca appena quindicenne. Due tracce per tredici minuti, all’epoca disponibile solo in 7 pollici, in Submit to Selfdestruction si ritrovano tutti gli stilemi che in seguito resero la band svedese una delle portabandiera del depressive black metal, insieme ai nostrani Forgotten Tomb e pochi altri. L’odio per l’umanità caratteristico dei migliori Shining è qui amplificato da una produzione marcissima e dalla giovane età di Kvarforth, che si trovava in quella stessa fase anagrafica in cui in America scaricano la tensione sparando ai compagni di classe con un fucile a canne mozze. Merita un ascolto quantomeno la prima traccia, Endless Solitude, una burzumata riuscita particolarmente bene.

BOTCH – American Nervoso

Ciccio Russo: C’era un tempo felice in cui la parola metalcore non indicava la merda che andava un po’ di tempo fa in America con i breakdown e i coretti ricchioni ma i gruppi della Victory che negli anni ’90 ibridarono per primi hardcore e metal estremo, dagli Earth Crisis ai Deadguy e, più tardi, tutta la roba strafica che usciva per la mai troppo rimpianta Hydra Head, il cui catalogo a fine anni ’90 conteneva quasi tutto il post-hardcore metallizzato che contava. I Botch durarono pochissimo – questo album e We Are The Romans l’anno successivo, quando la band si sfasciò per tensioni interne. Se avessero campato abbastanza, sarebbero diventati dei seri concorrenti dei The Dillinger Escape Plan, con i quali condividevano la scrittura imprevedibile e cervellotica, con abuso di tempi dispari e cambi di registro improvvisi, ovvero quello che i giovani d’oggi chiamano mathcore. All’epoca il filone mi risultava ancora vagamente indigesto ma American Nervoso è uno dei due o tre dischi con i quali iniziai ad innamorarmene.

TSATTHOGGUA – Trans Cunt Whip

Trainspotting: Difficilmente mi sarei accostato ad un disco chiamato Trans Cunt Whip (a meno che non fosse una roba grind australiana con i campionamenti delle esplosioni nucleari), ma la curiosità verso questo disco mi venne per il moniker, dato che Tsathoggua (con una T) è uno degli Dèi esterni del pantheon lovecraftiano, per l’esattezza quello con le fattezze da batrace che viene citato in Colui che sussurrava nelle tenebre. Peraltro ‘sti tizi prima si facevano chiamare Dissection, poi nel 1993 uscì The Somberlain e furono costretti a trovarsi un altro nome, mannaggia. Loro comunque erano tedeschi e suonavano un black metal veloce e tendente alla scuola svedese di Keep of Kalessin e Marduk; niente di particolarmente trascendentale, ma per qualche motivo mi ha sempre preso abbastanza bene. Peraltro mi ero dimenticato che Ciccio aveva a suo tempo recensito il debutto Hosanna Bizarre, che io non ho mai ascoltato, descrivendolo come un disco molto più peculiare rispetto a Trans Cunt Whip; io posso solo testimoniare su quest’ultimo che, invece, non ha particolari caratteristiche che lo rendano diverso dalla grande massa di album che uscivano in quel periodo.

DØDHEIMSGARD – Satanic Art

Giuliano D’Amico: Un quarto d’ora per sconvolgere il mondo. Questa l’impressione che ho sempre avuto su questo mini LP, ascoltato e riascoltato per molti anni a seguire. A cominciare dalla copertina, che mescola il solito immaginario di caproni e pentacoli a certe suggestioni cinematografiche di primo Novecento, in Satanic Art ci sono pochissimi conti che tornano – eppure è una gemma di importanza cardinale, dopo la quale nulla fu mai come prima. I suoni e parte del riffing sono ancora quelli tradizionali e standardizzati dalla Moonfog, ma la costruzione dei pezzi, i cambi di tempo, gli inserti di piano e di violino guardano a qualcosa che ancora non c’era, ma che alcuni, una decina di anni dopo, avrebbero chiamato “avantgarde black metal”. Appunto, dieci anni dopo: e non aggiungo altro. I Dødheimsgard, del resto, erano già proiettati al futuro – basti pensare all’outro di pianoforte, ripresa nei secondi iniziali di quell’altro strambo disco che è 666 International, quando i norvegesi la fecero davvero fuori dal vaso – ma anche in quell’occasione con grande stile. Ne riparleremo a tempo debito.

WITHERED BEAUTY – st

Trainspotting: Ogni tanto su Metal Skunk, così come nella vita di chi ha avuto la fortuna di essere baciato dall’acciaio, viene fuori il discorso sui gruppi sfigati o comunque minori della scena death svedese degli anni Novanta, e di quanto li si rimpianga adesso. In questo contesto non sono assolutamente da sottovalutare i Withered Beauty, autori di un unico disco e cioè questo, eponimo, di vent’anni fa. I Nostri erano leggermente più blackettoni del normale, ma sempre con i piedi ben saldi nella tradizione svedese di quegli anni; ciò risulta comunque in una maggiore varietà dello spartito, con alcune soluzioni più atmosferiche e altre (come in Joust) che riprendono addirittura gli Entombed del contemporaneo Same Difference. L’album è invecchiato pochissimo, e si lascia ascoltare oggi come allora anche grazie alla produzione di Peter Tagtgren, che, dopo il successo avuto per il disco dei Dimmu Borgir, stava per cominciare un periodo di eccessiva sovraesposizione sul mercato.

PROPHANITY – Stronger Than Steel

Ciccio Russo: Incuriosito dalle recensioni positive, feci per comprare il primo e unico album dei Prophanity ma il commesso della Casa del Disco di Cagliari (oggi l’ennesimo Feltrinelli Store) mi convinse ad acquistare in alternativa The Mind’s I nel timore di “tirarmi un pacco”. Ovviamente era molto meglio The Mind’s I (che pure all’epoca mi deluse) ma ‘sto Stronger Than Steel non era così male, l’ennesimo disco svedese medio che all’epoca passava inosservato ma che se uscisse oggi non dico farebbe sfracelli ma magari in qualche playlist finirebbe. La band era composta da emeriti carneadi che non avrebbero più combinato nulla in seguito, però le potenzialità c’erano. Death/black con parti sparatissime alternate a buoni spunti melodici figli della scuola di Goteborg. Lascia un po’ interdetti l’ultima traccia Swedish Steel, tentativo power che nelle intenzioni voleva essere divertente ma purtroppo il cantante con la voce pulita non se la cavava bene e a tratti sembrava stesse per morire soffocato da un momento all’altro.

SIEBENBÜRGEN – Grimjaur

Trainspotting: Non avete visto gruppi a tema vampirico nell’ultimo paio di puntate di Avere vent’anni e avete dunque pensato che nel 1998 la moda dei canini di plastica fosse già finita? Non avevate fatto i conti con i Siebenbürgen (“Transilvania” in tedesco), band svedese che proprio in quel periodo ebbe i suoi quindici secondi di notorietà grazie a dischi apprezzabili come il debutto Loreia e il qui presente Grimjaur. Black metal dalle melodie molto svedesi, dai ritmi sostenuti e spesso epici (si prenda ad esempio la titletrack o Slottet Auragon); con sporadiche puntate nel folk/pagan, come in For Mig Ditt Blod Utgutet, che – anche per l’uso della voce femminile – potrebbe essere uscita dal disco degli Storm di Fenriz e Satyr. Tutto sommato Grimjaur è un album da riscoprire, così come tutta la discografia iniziale dei Siebenbürgen, dato che all’epoca, comprensibilmente, si era troppo impegnati coi capolavori che ci piovevano addosso un giorno sì e l’altro pure.

2 commenti leave one →
  1. sergente kabukiman permalink
    31 maggio 2018 09:15

    madonna il disco dei gloomy grim è meraviglioso, col cantante che pare chris degli alestorm mentre imita gli impaled northern moonforest e gli strumenti musicali trovati nell’uovo di Pasqua..grazie, grazie, GRAZIE.

    Mi piace

  2. Mirko permalink
    31 maggio 2018 16:36

    Tonnellate di amore per gli Obituary, non c’è un disco brutto fino a questo live…degli anni 2000 mi piacciono solo “Frozen in Time” e l’ultimo, che è stata una gradita sorpresa.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: