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Requiem for a Band: THE DILLINGER ESCAPE PLAN (1997-2017)

29 dicembre 2017

Stasera, al termine del terzo di tre show sold-out da mesi al Terminal 5 di New York, i Dillinger Escape Plan si scioglieranno. Ci sono molti modi per ritirarsi dalle scene, alcuni sinceri e tutto sommato genuini (chi ha detto Black Sabbath?), altri fasulli e a tratti irritanti (chi ha detto Judas Priest?). Quello scelto dalla band del New Jersey lascia sinceramente ammirati: un ultimo album (il notevole Dissociation, uscito nel 2016), un tour d’addio, un pugno di date finali a pochi passi da casa e poi chi s’è visto s’è visto.

In vent’anni tondi di attività i DEP non hanno mai davvero sfondato, venendo spesso accreditati come uno dei gruppi più influenti e rivoluzionari della loro generazione ma rimanendo comunque un gradino sotto le posizioni da headliner nei grandi festival. One shot at glory, canterebbe Rob Halford. Colpa (o merito) di una proposta estremamente complessa e anticommerciale, figlia del free jazz e capace di creare un genere a se stante miscelando death metal e musica elettronica, hardcore punk e grindcore. Alcuni l’hanno definito “mathcore”, altri più prosaicamente “experimental metal”, ma la verità è che qualunque etichetta per ciò che i DEP hanno prodotto dal 1997 ad oggi sarebbe restrittiva. Questo è il motivo per cui intorno a Greg Puciato & soci si è diffuso una sorta di culto sotterraneo, alimentato da fan affezionatissimi sparsi per il mondo rimasti abbagliati dalle loro famigerate prestazioni live. Sì, perché la dimensione più consona ai DEP è sempre stata quella del palco.

Io ho avuto la fortuna di vederli dal vivo tre volte, in tre contesti diversi (piccolo locale di periferia, club di medie dimensioni e gigantesco open air), a distanza di cinque anni l’una dall’altra: sono sempre stati concerti incredibili, devastanti, in cui il senso di pericolo era fisicamente e costantemente tangibile. In qualunque momento potevi ritrovarti addosso uno dei membri del gruppo che si era lanciato dal palco, naturalmente senza smettere di suonare, o potevi ritrovarti in prima persona sul palco, trascinato lassù da chissà chi. Ricordo in particolare una data all’ormai defunto Circolo degli Artisti di Roma, nella primavera del 2012. Era l’ultima tappa del tour e questo contribuì ad alzare ancor più del solito l’asticella della follia. Durante la conclusiva Sunshine The Werewolf finii scaraventato insieme a tanti altri oltre le barriere di sicurezza, con Ben Weinman, chitarrista e unico membro originale ancora in formazione, che faceva crowd surfing sulle nostre teste continuando a violentare la sua sei corde, mentre Greg Puciato si lanciava sul resto del pubblico da una delle travi del locale e gli altri membri distruggevano strumenti e amplificatori. Semplicemente epico.

È anche per mantenere intatta queste fama leggendaria che i Dillinger Escape Plan si sciolgono, all’apice della popolarità, della forma e della prolificità. Annunciando la decisione, Weinman ha spiegato: “Voglio dire, che non saremmo in grado di farlo a sessant’anni probabilmente è assodato, ma non ci fermiamo perché ci sentiamo incapaci, questo è sicuro. Realisticamente non riusciremmo a fare lo stesso tipo di show – i miei arti stanno già cedendo adesso – ma non importa, perché quando suoniamo, suoniamo. Il resto del mondo e il resto degli avvenimenti della nostra vita non esistono. Penso che questi momenti saranno quelli che mi mancheranno di più. Ma non percepiamo l’idea che nel futuro prossimo potremmo non essere più in grado di fare concerti; abbiamo ancora tutto l’entusiasmo e la catarsi del suonare dal vivo perché è il nostro modo di esprimerci al livello più disinibito. Ma, ripeto, uno dei motivi per cui ci fermiamo adesso è che ci sentiamo ancora benissimo e abbiamo il controllo del nostro destino”.

Andarsene da vincitori è un lusso concesso a pochi. Addio, Monna Lisa.

7 commenti leave one →
  1. 29 dicembre 2017 09:36

    Cazzo, grandissimi. Voi per averli ricordati, loro per dischi madornali e concerti immensi. Io li ho visti al Brutal Assault quest’estate.

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  2. weareblind permalink
    29 dicembre 2017 10:22

    Mai ascoltati, ma scrivete davvero bene. Avanti così.

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  3. 29 dicembre 2017 10:40

    Visti una volta, allo Sherwood festival a Padova, quando negli Anthrax c’era ancora John Bush. Il concerto tardava a iniziare e dopo circa mezz’ora compare sul palco uno degli organizzatori, comunicando che c’era un problema con l’impianto e che non potevano suonare, ma che, se il pubblico voleva, il gruppo si offriva di fare un set ridotto senza impianto. Ovviamente vi fu un boato di approvazione. Dieci minuti dopo i roadie avevano montato batteria, amplificatori e microfoni davanti al palco, mentre il pubblico si era disposto a semicerchio tutt’intorno. Il gruppo arrivò con la massima naturalezza e fece un concerto devastante a trenta centimetri dal pubblico. Il cantante si scontrava costantemente con la prima fila, e io, che ero più defilato, rischiai ripetutamente un occhio a causa della punta della paletta della chitarra, che il chitarrista menava senza sosta di qua e di là.
    Da quel giorno la mia stima per loro è immensa a prescindere da qualunque sviluppo la loro discografia abbia conosciuto. Li saluto levandomi metaforicamente il cappello.

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  4. Judah permalink
    29 dicembre 2017 13:38

    Che concerto devastante quello al circolo degli artisti! L’unico rimpianto è che ci andai da solo e ogni volta che cerco di spiegare quello che ho visto e provato a quel concerto inizio a sudare e smasciellare e quindi perdo un po’ di credibilità. Ma per fortuna oggi c’è il vostro articolo a testimonianza!

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  5. Fredrik permalink
    29 dicembre 2017 18:57

    Idem, a me sta roba dà l’orchite, comunque total respect per gruppi che si comportano così.

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