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Keynes non può bastare: BETWEEN THE BURIED AND ME – Automata I

4 aprile 2018

Between-The-Buried-And-Me-Automata-I-Album-Review-738x738I Between the Buried and Me sono una di quelle band che non ho potuto vedere live mentre mi trovavo negli Stati uniti per via delle infrastrutture scadenti e della mancanza di mezzi pubblici. Insieme, tra gli altri, agli A Perfect Circle, i quali si trovavano a Reading, nella desolata Pennsylvania centrale, a un’ora e mezza di macchina; unico mezzo disponibile: l’autostop – era proprio quella data in cui hanno buttato fuori una dozzina di spettatori perché stavano usando il cellulare. Quindi, la prossima volta che sentite dire che solo il mercato libero può funzionare e che lo Stato deve investire in opere pubbliche solo durante i periodi di crisi (se va bene), pensateci due volte prima di assentire.

Inoltre, per quanto mi riguarda, insieme per esempio ai Dillinger Escape Plan, i Between the Buried and Me fanno anche parte di quella manciata di ottimi gruppi che si può salvare tra tutte le cafonate uscite dagli USA – pensate ai Disturbed – e che è riuscita in qualche modo ad “imporsi” comunque nel mainstream. Li avevo conosciuti con Colors, probabilmente la loro migliore opera e, dopo un approfondimento retrospettivo dei primi acerbi album, ho dovuto assistere alla parabola discendente della loro discografia. I successivi album erano molto più vicini agli ultimi Dream Theater di quanto potessero esserlo a loro stessi, e culminavano con Coma Ecliptic, una “rock opera” talmente ambiziosa (e pretenziosa) da far venire subito il latte alle ginocchia. 

La cosa che attraeva di più dei Between the Buried and Me – oltre al progetto parallelo del bassista, i Trioscapes – è che potevi ascoltare un sound moderno, violento (chiamatelo metalcore se proprio volete) senza sentirti per questo un dodicenne che ascolta i Bullet for My Valentine o gli Avenged Sevenfold. Automata I non è nulla di troppo speciale, ma banalmente torna un po’ a quel sound diretto ma intelligente. È sempre progressive, più di quanto lo fossero i primi album, ma non si perde eccessivamente in ciance e inutili virtuosismi. E soprattutto, per fortuna, dura solo trentacinque minuti. I cinque pezzi funzionano tutti, senza troppi alti né bassi, e sono abbastanza coinvolgenti nonostante la loro relativa complessità (ascoltate House Organ e Millions).

A giudicare dal numero romano dopo il titolo, avremo una seconda parte. Qualcuno potrebbe dire che è uguale pubblicare le due parti di un album a un anno di distanza, a qualche mese, oppure contemporaneamente. Io non credo, perché se pubblichi un doppio album di 160 minuti che mi devo almeno in teoria ascoltare di fila perché hai voluto fare l’intellettualoide e creare un concept fantascientifico allora le cose sono due e una non esclude l’altra: 1) sei uno snob rompicoglioni; 2) alla prova del riassunto alle elementari la maestra ti metteva sempre 5 – e non di meno solo per non umiliarti davanti alla classe. E, in ogni caso, sono di gran lunga meglio gli Eluveitie, che Evocation II l’hanno pubblicato a otto anni da Evocation I, piuttosto che i Dream Theater con The Astonishing, un’altra rock opera (sono fissati!) che sfido chiunque a trovare il coraggio di affrontare. (Edoardo Giardina)

4 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    4 aprile 2018 16:12

    mah li conosco poco…per intero giusto The Parallax II: Future Sequence, che ancora non capisco se mi piaccia o meno. Provai con “Coma Ecliptic”, visto i votoni fioccati su molti siti, ma non mi hanno lasciato nulla…se ho tempo ci riprovo con questo.

    Piace a 1 persona

    • Edoardo Giardina permalink
      5 aprile 2018 09:07

      Ti consiglio di riprovare con questo, Colors o Alaska

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    • Cure_Eclipse permalink
      5 aprile 2018 15:05

      Per me i migliori sono Alaska, Colors e The Great Misdirect (in cui c’è “Swim to the moon”!). Parallax II inizia a soffrire un po’ troppo della sindrome progcacca che poi esploderà con quella gran rottura di Coma Ecliptic. Con quest’ultimo disco – e concordo con Enrico – hanno ritrovato un po’ la loro via.

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  2. 4 aprile 2018 23:02

    Come titolo non era meglio “Friedman non può bastare”?

    Piace a 1 persona

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