DREAM THEATER – Dream Theater (Roadrunner)

Aveva ragione Mike Portnoy. Dovevano fermarsi almeno per un lustro. Almeno. E non sarebbe neanche stata una mossa azzardata, cioè: sono i Dream Theater. Giusto o sbagliato che possa essere, hanno una fama che oramai travalica anche gli eventuali giudizi sulla bontà o meno delle loro uscite, vendono a prescindere qualsiasi porcata con il loro logo sopra, che sia l’ennesimo live fuffa, che sia l’inutilissimo disco solista, che sia qualche collaborazione alla cazzo di cane,  questi vendono a prescindere da tutto, venderebbero pure un disco di scoregge siglate Dream Theater e non è detto che non lo facciano davvero, prima o poi.  La famosa merda d’autore. Tipo gli Iron Maiden, solo che gli è capitato ben prima. Non è che hanno bisogno di battere il ferro finché è caldo, dico.

E quindi mi tocca constatare l’onestà intellettuale e sostanziale di Mike Portnoy, dicevo. Quello evidentemente si era accorto che qualcosa girava nel verso sbagliato da un po’ di tempo, solo che, ammetto, non essendo esattamente il tipico fanboy e non seguendo più i nostri circa dal periodo di Train of Thoughts (che a parere dello scrivente è un signor disco e francamente mi frega qualcosa meno di zero se al peone medio non piace perché non si sentono abbastanza le tastiere che svolazzano qui e lì o magari è troppo duro, alla Metallica, che cazzo ne so. Anzi, l’unico vero difetto di quel disco è che sotto sotto ci stanno, le tastiere.) non è che ho seguito da vicino tutta la faccenda della separazione col vecchio Mike. La prima cosa che ho pensato quando se ne andò in tour con gli Avenged Sevenfold, in effetti, fu che si fosse completamente rincoglionito, mica no. 

Però il nostro era ben lontano dall’essere quella primadonna bisbetica in crisi che certi media, molti fan ed alcuni degli ex sodali hanno dipinto. Cioè, è una primadonna ed era in crisi, ma aveva ragione a dire di volersi fermare per un po’, di fare una pausa anche lunghetta per riordinare la vita e le idee, per ricaricarsi. Avrebbe fatto bene a lui ed inevitabilmente avrebbe fatto bene al resto del gruppo. È stato onesto, e considerando quello che è venuto dopo è proprio difficile dargli torto, a cominciare da quella mezza specie di boiata alla American Idol (o X Factor o uno degli ultrasimpaticissimi talent show che vanno tanto di moda) per sceglierne il successore, una cosa talmente triste e svilente che davvero non si capisce come tra loro e la casa discografica abbiano potuto cagare fuori un’idea così farlocca tranne per il fatto, come dicevo, che ci sono zilioni di esagitati che berrebbero qualsiasi pisciata di John Petrucci e compagnia allegra scambiandola per Dom Pérignon.

Solo che il resto del gruppo e la casa discografica non è che la pensassero poi allo stesso modo, evidentemente. Daje, batti il chiodo finchè è caldo che siamo ultra-quarantenni, tra cinque anni saremo quasi-cinquantenni, teniamo famiglia, il mutuo, la crisi, il college dei bambini, James La Brie ha finito i soldi per la tintura dei capelli, John Petrucci rischia di non potersi più permettere la palestra e poi come fa a plettrare, John Myung ha ancora bisogno del logopedista che ancora non ha imparato a parlare, e Jordan Rudess magari vorrebbe comprarsi un’altra mezza tonnellata di synth, tipo, che a vederlo mi sa che di donne manco a parlarne. Ma sono gusti, immagino. Insomma, non è che possiamo star a pensare alla vita, l’amore e Portnoy per un lustro sano, eh. Tempus fugit.

Bè, che dire: bei risultati di merda. Reclutato il pur talentuoso Mike Mangini con quella sorta di gioco a premi che dicevo (che poi Mike Mangini quando gli comunicarono che aveva vinto il concorsone pareva davvero uno che dormiva in uno scatolone alla stazione al quale improvvisamente appare la Madonna dei batteristi dandogli i numeri di un terno secco milionario sulla ruota di  Bari. Che per carità, umanamente sono pure contento per lui ma, cazzo, ‘sta roba non si può davvero, davvero vedere. Prima se ne escono con A Dramatic Turn Of Events che, vabbè, è il disco di rodaggio della nuova formazione, il primo senza Portnoy, ci sta che non sia propriamente il massimo, ma questo qui omonimo non dico che è pure peggio ma dico che, a occhio e croce, siamo lì, il che no bueno. No bueno per niente.

Tutto sommato, non parte manco malissimo: l’intro e The Enemy Inside in effetti paiono prese più da un disco power metal giapponegro a caso che non da un disco dei Dream Theater, però, vabbè, si lasciano comunque ascoltare e scorrono. La cosa migliora ulteriormente poi  con The Looking Glass, che pare uno scarto di Awake il che, considerando la qualità media delle ultime uscite dei nostri, è abbastanza un miracolo. Ma poi più nulla, debacle totale. C’è la strumentale a cazzo. C’è la ballad che è peggio d’andare di notte, c’è pure la suite da venti e rotti minuti che al confronto A Change Of Season è la nona di Beethoven, tra l’altro con un intermezzo d’orchestra ficcato dentro a forza della serie “diamoci un tono che tanto comunque ci sta sempre bene” che manco a dirlo non ci sta bene proprio per niente. Che poi tra l’altro, oggigiorno, qualunque stronzo con un minimo di conoscenza ed un pc mediamente potente, volendo, riesce a far suonare un’intera orchestra in maniera piuttosto credibile, quindi francamente sta storia dell’orchestra che se ci sta dev’essere per forza una figata, ammesso che fosse vera prima, adesso non ha proprio più senso.

Vabbè, basta. Meglio Portnoy in trio con Kotzen e Sheehan. Meglio Portnoy a prescindere. Non che mi fosse simpatico prima, non che lo sia adesso, non che mi piaccia tutto quello che suona o quello che ha suonato o suonerà, però è onesto. O almeno lo è stato e, tutto sommato, per quanto posso dire, non è poco.  Affatto. (Cesare Carrozzi)

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