Archeologie musicali: DREAM THEATER – A Dramatic Turn Of Events (Roadrunner)

Alla notizia dell’uscita di Portnoy dal gruppo ho reagito facendo spallucce. Sebbene il personaggio non mi sia mai stato simpatico l’ho tallonato nel corso delle sue varie iniziative e partecipazioni laterali (Avenged Sevenfold a parte – coi quali ha collaborato unicamente per farsi qualche fresca scopatina – che valgono quanto il due di coppe) poiché, oltre ogni dubbio, è un batterista a tal punto veloce e tecnico che ha la capacità di lasciarmi ogni volta imbambolato. Dal vivo poi è una potenza superna, surclassato solo dalle mitologiche performance di Dave Lombardo. Il fatto in sé non mi interessava e non mi sarei smosso più di tanto anche se fosse stato foriero di uno scioglimento. Petrucci & Co. non si sono affatto posti il problema ed hanno semplicemente tirato avanti con le registrazioni del nuovo album nella probabile convinzione che i Dream Theater non fossero solo Portnoy. Ma dopo aver vissuto all’ombra di Mike, il cui tonnellaggio artistico offuscava di molto quello delle altre prime donne, non avrebbero potuto rispondere in altra guisa. Ovviamente non gliela hanno data vinta aspettando, come nei desideri del buon Michael, qualche annetto che la primavera delle sue voglie adolescenziali avesse una fine e che la riserva ormonale si prosciugasse per il troppo somministrare dosi del dolce su e giù. Mike, prima glie fai sentì a presenza e poi glie dici che è ‘na zozza!

Non intendevo, infine, ascoltare questa ultima uscita come ho fatto da Six Degrees of Inner Turbulence in poi. Non che abbia mai avuto avversione per il loro corso, diciamo così, della seconda Repubblica. Gli è che semplicemente ad un certo punto hanno smesso di essere interessanti. Del resto dopo 7 album (ci metto in mezzo pure la suite di A Change of Seasons con tutto il divertissement annesso) è fisiologico aver terminato gli argomenti. Mi è successa la stessa cosa per i Symphony X che invece si sono ripresi alla grande, come ho già detto qui. Il Prog metal non è un genere di cui fare indigestione. Bisogna andarci cauti perché rischia di appesantire quello che non deve essere altro da un momento di svago. Ma dato che, dovete sapere, esso (e non Lady Gaga) è stato il mio primo vero amore e in redazione sono quello fissato col rock progressivo italiano e menate di questo tipo mi vengono spesso rifilate tutte le novità attinenti la scena, roba quasi sempre inascoltabile e di cui rigorosamente non parlo mai. Dunque mi sono sentito un po’ in dovere di prestare attenzione a questo A Dramatic Turn Of Events

Non capisco l’alone di sacralità intoccabile che pervade i Dream. Tutto sommato hanno prodotto soltanto due ottimi album, diciamo anche due capolavori insuperabili. Ma ciò rientra nella media delle buone opere che consentono ad una band di definirsi pregevole ed uscire dal guano della moltitudine. Alla fine, se guardate la faccenda con lucidità e senso storico, alla maggior parte di coloro a cui è andata bene succede di essere ricordati per merito di un solo gran disco. Questi appartengono alla prima categoria. Poi ci sono quelli a cui gli va di gran lusso e che azzeccano due album al massimo, come Moonspell, Blind Guardian, Burzum, Judas Priest, Megadeth, The Gathering, etc etc., ed avendo trovato la giusta formula riescono magari a farsi rispettare nel tempo grazie a piacevoli riproposte. In questa categoria ci piazzo gli eterni secondi. Sono invece ben pochi, alla stregua di Maiden, Metallica, Black Sabbath, Slayer, capaci di imporsi nella storia del metal con più di 3 capolavori. Al momento mi vengono in mente solo Helloween, Manowar e Rammstein. È una questione di numeri e non credo di sostenere una tesi così assurda. Poi i gusti sono gusti ed ognuno si fa le sue classifiche. I Dream rientrano in quel Purgatorio dei “grandi per una stagione” avendo contribuito a gettare parecchio cemento nelle fondamenta di un nuova categoria del metal. Ma quagliamo adesso.

Approcciandosi a A Dramatic Turn Of Events (forse che la scelta del titolo si riferisce all’attuale line-up?) si rischia anche di averne una precipitosa opinione positiva. In effetti l’opener On The Back of Angels, che vi abbiamo già anticipato, è un brano ben congegnato e scorrevole, lungo (quasi 9’) ma non noioso, con quel bravo ragazzo di Mangini che tenta una rispettosa emulazione del più dotato predecessore. Uno dei migliori brani dell’album. Bene, bravi, bis. Manco per il cazzo invece. Sfogate le migliori idee nel suddetto i newyorkesi tirano fuori dal mazzo la carta Build Me Up, Break Me Down fiore all’occhiello dell’imitazione electrodark dei Nickelback  che finalmente palesa il desiderio recondito ed inconfessato di James LaBrie di bissare il conto in banca di Chad Kroeger. Ma fallisce anche in questo. Comunque, come se nulla fosse, i non più freschi colleghi si concentrano su uno stile più classico ed operatico con l’inizio strumentale e symphonic di Lost Not Forgotten che poi degenera senza speranza nel più classico degli sbrodolamenti made in Dream Theater. Si inaugura la sagra del già sentito e due simpatici zebedei fanno capolino. Non soddisfatti del risultato raggiunto i pluri-prog-laureati ci deliziano con la filosofica This Is The Life, piaciona ballata che evoca lo scoglionamento da amore infranto dell’epoca Falling Into Infinity. E così anche Far From Heaven attenta al poco di dignità residua. Bridges In The Sky contribuisce a conferire una sensazione di indigesto e da parte sua inizia (e finisce) con una specie di prolungato rutto postprandiale che stura dal satollamento ed alleggerisce il prosieguo della gozzoviglia di note. Gli unici brani degni di un ascolto, oltre all’opener, sono Outcry (complesso e dal respiro orchestrale, ottimo il solo di pianoforte, bella melodia, il pezzo migliore) e Breaking All Illusions che torna indietro nel tempo ai fulgori di Images And Words (o almeno tenta) con un soft melodic prog ben riuscito e memorizzabile, che dimostra di aver raccolto qualcosa dall’immane eredità elargita dalla scena italiana anni ’70 (che ti fa sempre dire:  <<questi qui non si sono inventati un cazzo>>), con l’aggiunta di qualche piacevole inserto easy jazz.

Ma nonostante gli sforzi e il ripetuto training autogeno non riesco ad arrivare alla fine dell’album perché i gatti del vicino, come ogni sera, iniziano a sbroccare e partono con la consueta pugna felina, soffiando, urlando, per poi darsele di santa ragione. Reputandolo uno spettacolo sempre avvincente e dal risultato incerto (il mese scorso il soriano ne è uscito con un occhio tumefatto, still fighting: brutal) mi sono distratto irrimediabilmente. Chi invece è riuscito vittorioso nell’impresa uditiva mi ha detto che Beneath The Surface è un’altra affranta lagna strappalacrime del peggiore pop americano, buona da ascoltare a Natale con tutta la famiglia riunita sotto l’albero, mentre fuori cade la neve e Santa Claus si accappotta dalla slitta, con le renne che si accaniscono sul suo cadavere ormai freddo vendicandosi dei torti patiti durante lunghi anni di subite condotte antisindacali. In soldoni, miei cari, quella dei Dream Theater di oggi, al netto del gossip, delle mitizzazioni personali e dell’efficacissimo marketing macina denaro della grande abbuffata di live, compilations e singoli che ci rifilano ad ogni piè sospinto, è una band che suona strabene, che lascia ancora di stucco on stage (sempre massimo rispetto ma…) ma che fondamentalmente non ha più nulla da dire. È un reperto archeologico di passate età dell’oro che attende di essere posto nella teca di qualche museo, sicuramente nel salone centrale e con un bel fiocco rosso sopra. Scusi, n’dò stà er cesso? (Charles)

19 commenti

  • Megadeth e Judas Priest sarebbero band che han fatto al massimo 2 soli capolavori? I Megadeth ne han fatti almeno 4: Peace Sells, So Far So Good ecc, Rust in Peace e Countdown to Extinction. Mentre i Judas ne han fatto solo capolavori tra il 76 e il 84, e sono 7 o 8…..senza offesa, ma stavolta l’hai sparata grossa! Senza polemica ;-)

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  • I DT sono una band che ha campato sull’hype generato da una massa di fighetti da conservatorio che ascoltando le masturbazioni di petrucci (e masturbandosi con esse) credevano di aver scoperto il Santo Graal della Musica….personalmente non mi han mai detto niente, e il tanto celebrato Images & Words non e’ altro che una rimasticatura di Rush, Iron Maiden e Deep Purple. Che band inutile….

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  • mmh, e dopo i crown of autumn non sono d’accordo neanche su questa recensione. un album discreto, direi il massimo che possono fare senza moore. build me up ecc è decisamente bruttina, ma breaking all illusions e bridges in the sky sono notevoli. concordo comunque che ormai siano archeologia musicale, ma mi piacciono lo stesso per cui chissene

    (e, sì, il paragrafo sul numero di capolavori dei gruppi è abbastanza delirante :P)

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  • Mamma mia, adesso vien fuori che i Rammstein (che di capolavoro c’è solo Mutter) e Helloween ( 2 capolavori:Keeper part.1 & part.2 ) hanno fatto più capolavori dei Judas Priest (Sad wings of destiny,British steel,Screaming for Vengeance,Defenders of the Faith,Painkiller), Maiden (Iron maiden,Killers,The number of the beast,Powerslave, Seventh son) e Black Sabbath ( Black sabbath,Paranoid,Vol.4,Master of reality,Sabbath bloody sabbath,Heaven and hell, Headless cross,Tyr). Complimenti per la profonda conoscenza musicale che dimostri.

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  • mah, gusti personal-contabili a parte il discorso sui dischi fila alla grande…

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    • io sinceramente non ho proprio capito che senso ha. parte dicendo che non capisce l’alone di sacralità attorno ai dream*, visto che hanno fatto solo 2 capolavori** ,e poi fa un paragone con altri gruppi che sono il massimo esempio di intoccabilità e al cui confronto i dream theater sono dei pariah.. boh

      * cosa non proprio vera, oltre a quelli che lodano anche le scoregge di octavarium ci sono altrettanti “haters” a prescindere

      ** immagino images&words e awake, e mi chiedo se album “solo” ottimi come when dream, change of seasons, scenes from a memory e black clouds (lo so, è ottimo solo per me) non valgono niente

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      • se mi dovessi chiedere, assumendo più o meno una prospettiva “storica” cosa lasceranno i Dream Teather fra tipo vent’anni io non avrei dubbi, sarebbero quei due dischi…
        stessa cosa per, che so, i megadeth…rust in peace e poi? countodown to extincion? e poi? quale disco dei meagamorte o dei dream teather e così compatto, pieno e completo da reggersi da solo sulle proprie gambe senza contestualizzazioni e distinguo?
        per dire, a me piacciono i Blind Guardian: “nightfall in middle earth” è un capolavorone irripetibile e tutto quanto ma “non basta a se stesso”, in qualche modo, cosa che con “immaginations” non si verifica, è un disco talmente ispirato e, boh, mi viene da dire ‘sta parola, compatto, da travalicare il gruppo stesso che lo ha creato…

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  • ehi…ma che avevi bevuto prima di scrivere questa recensione..??..se poi questo vogliamo definirlo ”scrivere” dato che non ho letto neanche una frase di senso compiuto..!!..e poi hai mai ascoltato Metal?? a me pare proprio di no…!!..e se cosi non fosse vuol dire che la musica non è proprio il tuo forte..!!

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  • @lowfiles (non trovo il “replica” al tuo messaggio)
    sì quello è certo, è un ragionamento innegabile, è che non c’entra col resto del discorso.
    l’intoccabilità (sic) dei dream, che appunto non è tale ma è solo una normalissma fanbase, è giustificata da una qualità media molto alta, e per quello dicevo che non contano solo i capolavori, ma anche gli album “solamente” ottimi.
    e ancora meno c’entra il paragone con altri gruppi, magari con un numero maggore di capolavori (sta parola mi ha rotto) ma con degli scivoloni pazzeschi (metallica, megadeth, judas, manowar) che al confronto systematic chaos è un capolavoro

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  • Nemmeno io sono riuscita ad arrivare alla fine.

    Anzi, peggio: dopo due minuti di “On the back bla bla” mi sono definitivamente detta “ma chi me lo fa fare, per carità di dio” e sono ritornata ad ascoltarmi Heritage.

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    • NON PARAGONIAMO OPETH CON I DT..I DT SONO UN ALTRO SPESSORE.e poi dopo due minuti GIA’ TI SEI ROTTA???????una canzone dei dt si ascolta per intera per molte volte anche se stufa all’inizio…NON SONO SEMPLICI DA ASCOLTARE E CAPISCI QUANTO SONO MATTI NEL COMPORRE SOLO DOPO CHE CONOSCI IL L’ALBUM A FONDO…E SI PERCHE’ ALL’INIZIO NON TI DANNO MODO DI CAPIRE DOVE CI SARA’ L’ASSOLO…O LA PARTE TECNICA..O QUELLA MELODICA…LI APPREZZI QUANDO INIZI A RICORDARE DOVE FINISCE UNA COSA E NE INIZIA UN’ALTRA..ke vuoi capire se hai ascolTATO SOLO LA PRIMA E SOLO PER DUE MINUTI O SE HAI ASCOLTATO L’ ALBUM PER INTERO E PER POCHE VOLTE..E POI MA COS’E’ THE DEVIL’S ORCHARD????????????ERANO UBRIACHI PER CASO…ANZI UNA COSA BELLA C’E’…UNO SPUNTO DI CHITARRA DI METROPOLIS QUALKE SECONDO DOPO I 5:10 minuti.(E INOLTRE I CAPOLAVORI DEI DT DETTO ANKE DAI RECENSORI KE DA UN PO’ DI ANNI LI ACCUSANO E KE CMQ SONO SEMPRE TRA QUEI POCHI KE ORMAI CERCANO INVANO DI SMINUIRLI SOLO PER GUSTO SONO I&W.AWAKE.SFAM.SDOIT.BEN QUATTRO E NON DUE!! RISP A CHI HA FATTO QUESTA RECENSIONE O”REGRESSIONE”).SE DOPO 25 ANNI DI CARRIERA FANNO ARRIVARE ANCORA PIU’ GENTE AI CONCERTI E VENDONO SEMPRE DI PIU’ UN MOTIVO CI SARA’.LORO PERDONO DEI SOSTENITORI MA NELLO STESSO TEMPO CON OGNI USCITA NUOVA INNAMORANO ALTRA GENTE.I LORO FAN AUMENTANO ANCORA DOPO 25 ANNI DI CARRIERA.LORO MI HANNO FATTO MEETERE IN SECONDIO PIANO I MAIDEN E I METALLICA PER NON DIRNE ALTRI…GRUPPI KE PRIMA DI ASCOLTARE I DT PER ME ERANO INTOCCABILI.

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  • Saetta McQueen

    non c’è che dire, una grande recensione scritta da un grande esperto di metal. ah, l’ippica…

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