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Avere vent’anni: DREAM THEATER – Falling Into Infinity

30 settembre 2017

Falling Into Infinity, ovvero La storia di tre gay non dichiarati dell’ Area Fiorentina.

Mi piace la fotografia, ed a volte mi capita di fare chilometri per portare a casa un solo scatto che puntualmente non viene mai come dovrebbe. Spesso siamo con la macchina di un amico che ha fra i gruppi preferiti i Dream Theater. Qualche mese fa, tornando dal mare e notando che della band di New York escludeva sempre Falling Into Infinity, ho approfittato per chiedere ad Andrea se potesse rimettere in autoradio proprio quello, perché l’avevo ascoltato in continuazione quando uscì negli anni novanta, ma in linea di massima è stato come se ad un certo punto avessi chiuso la cella e buttato via la chiave.

Nel 1997 non è che fossi così interessato al prog metal, ma ero circondato da individui, perlopiù chitarristi, che nel giro di poco sarebbero diventati morbosi per tutto ciò che suonava tecnico. Il mio spacciatore di prog preferito era Tiziano, e qualche anno dopo sarebbe finito con me su una webzine oggi defunta: il ragazzo mi faceva incazzare perché ci capiva tanto di musica ma era più forte di lui, non riusciva a scrivere due righe neanche sotto tortura o evidente pressione psicologica.

Ricordo che a marzo/aprile, appena ho nominato ad Andrea Falling Into Infinity, che scorre per quasi un’ora e venti, in previsione di un viaggio in auto che durava più o meno altrettanto, egli fece una faccia a metà fra il raccapriccio e il scendi, organizzati con Uber, e poi vieni violentato e preso a calci da 3 o 4 tassisti in rivolta”. Tuttavia lo mise su probabilmente per educazione, o altrettanta malcelata, mai confessa, curiosità di risentirlo.

La sensazione è stata pressoché quella di vent’anni fa o di un lustro in meno, quando Tiziano mi spaccava il cazzo con Sherinian e con Lines In The Sand: avere di fronte un album che puzza di occasione sprecata da lontano un miglio, e che potrebbe essere quello della consacrazione definitiva dei Dream Theater, i quali invece si riconfermeranno all’apice solo due anni dopo con il celebre Metropolis Part 2, in un contesto più metallico, e meno ampio di quanto avrebbero sperato.

I Dream Theater, negli anni che seguivano il loro lavoro più famoso del 1992, avevano nell’ordine: preso maggiore libertà compositiva in Awake (il loro album che preferisco), indurendo il sound e pure la voce di LaBrie con risultati a dire il vero alterni; perso il tastierista perfetto per il proprio sound e sostituito il suddetto con un tale che mi piace, ma non in questa band; prodotto un EP pazzesco basato più che altro su di una lunghissima suite e per concludere battuto la testa sulle varie questioni con la casa discografica, finendo per programmare un po’ troppo a tavolino quello che in origine sarebbe dovuto risultare un lavoro immediato, parzialmente rock oriented, e pronto a scardinare dal trono Images And Words.

Non andò proprio così, eppure da quel viaggio di ritorno dal mare avrò rimesso su Falling Into Infinity almeno 4-5 volte, un po’ perché ultimamente ascolto molto progressive, un po’ perché questo album ha qualcosa – e non è Sherinian – che lo rende unico e irripetibile anche in positivo all’interno della carriera dei Dream Theater. Ha il sound, ammorbidito e alleggerito nella struttura delle canzoni – ora più lineare e accessibile – nonostante la presenza di due ingombranti suite che si riveleranno beffardamente i migliori brani del lotto. Ha la produzione, cristallina e radio-friendly nelle chitarre ma con una batteria potente ed in primo piano, che bada talvolta più a tenere il tempo con semplicità che a creare le consuete trame pazzesche di cui Portnoy è capace. Ma anche un LaBrie leggermente sottotono, che in parte rinuncia al cantato sporco di Awake lasciandolo un po’ nell’angolino, senza però risultare mai troppo incisivo.

La tipologia di brani in Falling Into Infinity è furbescamente suddivisa in modo equo: Just Let Me Breathe e Burning My Soul sono i brani più energici e dinamici, Anna Lee ed Hollow Years le ballate, You Not Me e Take Away My Pain i momenti in cui i Dream Theater provano senza successo a calare l’asso da classifica. Mancano – e non poco – le scalate strumentali di metà canzone, ruolo affidato più che altro all’intera e bellissima Hell’s Kitchen in cui è come se il gruppo volesse concedersi un momento di intimità e farsi i cazzi suoi. Le suite, l’ottantiana Trial Of Tears e Lines In The Sand, hanno semplicemente dei momenti che sono qualcosa di pazzesco. Poi ci sono un paio di pezzi canonici, come la ripetitiva opener e la buonissima Peruvian Skies, dal sapore finalmente metallico ed in gran crescendo.

Falling Into Infinity paga sicuramente un impatto iniziale di merda, aprendo le danze con due delle sue peggiori canzoni. Ma si riprende, e pur non vantando una Caught In A Web o una Take The Time riesce in qualche maniera a farsi volere bene e supera benino la prova del tempo. Il tutto a dispetto dei lavori che seguono Train Of Thought i quali, a mio avviso, rappresentano l’inizio dei veri, ancora non superati problemi dei Dream Theater. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. nekro permalink
    30 settembre 2017 08:43

    Io ricordo solo dei suoni orrendi in questo disco con una produzione pessima e il refrain di Peruvian Skies che ogni tanto mi torna in mente

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  2. 30 settembre 2017 15:36

    Giustissimo ricordare questo disco e anche le circostanze in cui uscì: i Dream Theater erano la rivelazione del momento, piacevano a tutti, avevano inciso due dischi capaci di riportare all’attenzione di tutti sia il Metal che il Prog e decretarono insieme ad altri valorosi la fine della gioventù grunge, avevano fatto un tour pazzesco (chi li vide in concerto a Milano nel 95 se lo ricorda ancora), dopodiché uscirono con un singolo spaziale come A Change of Season. Insomma, li circondava un’aspettativa enorme. Eppure, ricordo bene che tutti si aspettavano, anzi già sapevano, che avrebbero fatto un passo verso l’hard rock o comunque verso qualcosa di più orecchiabile. Era nell’aria e così fu.

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