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Glutei tonici con ELDRITCH – Cracksleep

9 aprile 2018

 

Esattamente nel periodo storico di cui stiamo parlando all’interno di Avere vent’anni, ci si scontrava quotidianamente nell’eterno dibattito su cosa fosse giusto ascoltare e perché, come se avessero deciso di aprire le gabbie in una sorta di Processo del Lunedì metallaro. Forse perché c’era veramente tanto fra cui scegliere, fra l’affermato nu metal a livello di mainstream e l’esplosione europea di generi come il power metal. Ogni tanto capitava che qualche gruppo tirasse fuori i coglioni e miscelasse due cose ideologicamente opposte, e, che i risultati fossero o meno sbalorditivi, ma la cosa certa è che si finiva per chiacchierarne davvero tanto. In Italia, a legare le proprie radici musicali con quel post-thrash patrigno della musica dura più in voga a fine anni novanta, furono proprio i toscani Eldritch.

Richard Branson, fondatore di Virgin Records ed oggi rassodatore di culi, disse che chi non si assume rischi non può avere successo.

I primi sintomi evidenti della trasformazione degli Eldritch si manifestarono nel bellissimo El Nino, matrimonio senza traumi fra il tosto power-prog degli esordi ed una marcata vena thrash in cui le tastiere di Oleg Smirnoff si collocavano alla perfezione grazie alla incredibile personalità e tecnica del rinomato musicista. Poi arrivò Reverse: la band aveva definitivamente svoltato e deciso a testa alta di correre un grosso rischio. Per quello che mi riguarda fu comunque un successo, una presa di posizione nonché un attestatodella forte personalità della scena nostrana che, in quegli anni, dava alla luce album come Panic senza tener conto della responsabilità di dover porre ogni volta i propri moniker al timoroso cospetto dei capolavori passati. In carriera gli Eldritch ne hanno corsi di rischi, a partire dal mettere temporaneamente da parte le tastiere nel momento in cui il loro sound iniziava a risultare assodato, per non dire un po’ stantio. La sensazione sugli ultimi album è che si stia ricorrendo ad un’alternanza fra varie sfaccettature riguardanti il loro passato, per fare da contraltare ad una velata mancanza di novità. A Terence Holler ed Eugene Simone non è mai mancata personalità, ed è esattamente sotto quell’aspetto che da un lavoro come Cracksleep mi aspettavo inevitabilmente di più. 

Se Underlying Issues mi era apparso leggermente forzato, proprio per il suo voler suonare pesante e moderno a braccetto con linee di tastiera fuori tema, e non in grado di interpretare quella direzione stilistica come era accaduto nel 1998 senza problemi di alcuna sorta, e se Gaia’s Legacy – che oggi tutto sommato apprezzo – era l’altro titolo che in tempi recenti non avevo proprio digerito per il suo eccedere in complessità e tecnicismo a discapito della qualità generale dei pezzi, in Cracksleep è proprio quest’ultima a venire recuperata in extremis. Il pregio dell’ultimo album degli Eldritch è la sua incredibile varietà, unita ad una vena melodica particolarmente forte che ha qui favorito la libertà espressiva delle linee vocali. Terence è più libero che in passato e quindi meno costretto ad adattarsi allo stile di passaggio dettato dal momento, mentre le tastiere finalmente ritrovano un senso, specie quando, come in Silent Corner o Deep Frost, si limitano a proporre passaggi minimali ed efficaci. Il gruppo rischia poco in questo Cracksleep, ma, quando lo fa, vorresti un prodotto di maggiore personalità ed un po’ meno ordinario. Come in Aberration Of Nature, violentissima e con un finale da urlo, o Voices Calling, unica figlia diretta del periodo di Reverse e del suo sfrontato modernismo. La scaletta guadagna in personalità nella seconda metà, incuriosendo all’ascolto più di quanto non avesse fatto con i primi passaggi effettuati a botta sicura. E si ha la sensazione che molto spesso gli echi di Awake dei Dream Theater tornino a galla e – sinceramente – per il sottoscritto si tratta soltanto di un piacere.

Tirando le somme, se nel terzetto che aveva preceduto Gaia’s Legacy la band aveva rischiato di arenarsi sul proprio consolidato trademark, oggi inizio a sentire il bisogno che qualche ingrediente inedito dia spinta al gruppo italiano verso territori non ancora esplorati. Cracksleep gode di buona ispirazione e varietà d’intenti, ma è nel meravigliare che pecca. E finora l’effetto sorpresa è sempre stato una delle firme di questa straordinaria band, a costo di far rimanere male i più come accadde nel 2001. (Marco Belardi)

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