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Avere vent’anni: settembre 1998

30 settembre 2018

RUNEMAGICK – Supreme Force of Eternity

Trainspotting: Qualche mese fa parlammo del debutto degli Amon Amarth, un bel dischettino tranquillo il cui valore è stato nel corso degli anni pompato all’inverosimile, e molto candidamente ci si chiedeva il perché. La stessa domanda, ma in senso opposto, la pongo adesso col debutto dei Runemagick, che con Once Sent From the Golden Hall condivide più di un tratto stilistico: entrambi gli album affondano le radici nel death metal di Goteborg ma lo reinterpretano da un duplice punto di vista: melodico e marziale. Sulla melodia non c’è molto da dire, mentre sulla marzialità la differenza è che gli Amon Amarth recuperavano fascinazioni vichingheggianti vagamente bathoriane, mentre i Runemagick, più concreti, rimandavano ai Bolt Thrower e ai panzer che schiacciano crani di nemici inermi. Detto questo, Supreme Force of Eternity avrebbe meritato ben altra fortuna, invece di essere relegato ad oggetto di culto tra uno sparuto gruppetto di appassionati di quel tipo di suono; di sicuro lo avrebbe meritato più degli Amon Amarth, il cui relativo valore iniziale si è dissipato molto in fretta. Peraltro qui al basso c’è anche Peter Palmdahl, storico membro dei Dissection. Ma – e qui mi rivolgo a chi non lo ha mai ascoltato – non è mai troppo tardi per recuperarlo, anche perché è molto, molto difficile che possa non piacere. Fidatevi di me, mi ringrazierete.

SOILENT GREEN – Sewn Mouth Secrets

Ciccio Russo: L’evoluzione del metal estremo aveva toccato il suo picco e i prossimi anni sarebbero stati infestati da centinaia di cloni di vecchie glorie ormai sciolte o prossime al declino. E allora lunga vita alla nuova carne: la storia del decennio successivo sarebbe stata scritta da una generazione di band che avrebbero sfondato le barriere residue tra metal e hardcore e allora, per chi era cresciuto a pane e Maiden, apparivano inclassificabili, urticanti, sovente indigeste. Servirà un’etichetta trasversale come la Relapse per rieducare i timpani di chi, all’epoca, non aveva mai messo nello stereo un disco targato Hydra Head o Victory e non aveva i mezzi per inquadrare cosa accidenti stesse suonando gente come i Soilent Green.
Venivano da New Orleans e con loro portavano il lancinante disagio che caratterizza tutti i gruppi che arrivano da quell’area. In Sewn Mouth Secrets, deciso passo avanti rispetto all’acerbo esordio Pussy Soul, c’era il grind, c’era l’HC, c’erano i riff dilatati e laceranti dei concittadini Eyehategod, c’erano incongrue aperture blues, c’erano sperimentazioni disturbanti ed estemporanee, c’era un’atmosfera di fondo disperata e inquietante. E, con l’imminente passaggio alla maggiore età, ci stava iniziare ad ascoltare tizi che – piuttosto che di anticristi, sbudellamenti e guerre nucleari – parlavano di droga, relazioni disfunzionali e stati mentali psicotici.

DIABOLICAL MASQUERADE – Nightwork

Michele Romani: I Diabolical Masquerade erano il progetto black metal di Anders “Blakkheim” Nystrom dei Katatonia, nato proprio con l’intento di distaccarsi dalla band madre che all’epoca sembrava quasi sul punto di sciogliersi per divergenze musicali tra appunto Blakkheim e il compagno di merende Jonas Renkse, che si era invece dedicato anima e corpo agli October Tide. In realtà la dicitura “black metal” riferita ai DM mi ha sempre fatto un po’ sorridere: sebbene sia innegabile che nel primo lavoro ci siano vaghi rimandi ad un black sinfonico di stampo emperoriano, c’è da dire che il sound voluto da Nystrom per questo progetto è in realtà sempre stato più complesso e, soprattutto in Nightwork, abbracciava un po’ tutti i generi: dal prog al death all’avantgarde e addirittura alcuni momenti quasi in stile power.
Quest’amalgama che potrebbe sembrare rischioso o dispersivo in realtà si traduce in un lavoro godibilissimo, suonato alla grande grazie anche al contributo di una produzione a dir poco perfetta, dove stavolta non troviamo la drum machine ma l’onnipresente Dan Swano. Un progetto, quello dei  Diabolical Masquerade, che forse avrebbe necessitato di maggiore attenzione di stampa e pubblico: parliamo comunque di quattro dischi validissimi a cui bisogna dedicare il dovuto tempo, perché ci vogliono ripetuti ascolti per farseli piacere e comprenderne tutte le infinite sfaccettature.

JUDAS PRIEST – ’98 Live Meltdown

Trainspotting: I Judas Priest non concedono diritto di cittadinanza al periodo con Ripper come se se ne vergognassero, e infatti gli album con lui alla voce non ci sono neanche su Spotify; ne deduciamo che andare in giro con due tizi alle chitarre è ok, ma l’aver composto un discone come Jugulator è riprovevole per il solo fatto che ci fosse il povero Tim Owens dietro al microfono. Io peraltro sono anche l’unico tra i tizi di Metal Skunk a cui l’ultimo Firepower non è piaciuto, quindi immaginate con che animo mi accingo qui a parlarvi di ’98 Live Meltdown, doppio disco dal vivo uscito dopo il suddetto Jugulator e con il quale, a mio modestissimo parere, la band avrebbe dovuto congedarsi dalle scene all’apice della gloria e potenza. Non che il live in questione sia qualcosa per cui strapparsi i capelli: i suoni sono abbastanza loffi, le chitarre non graffiano e più in generale l’insieme manca di pompa; però è l’occasione per ascoltare Ripper alle prese con i classici dei Priest, e sentirlo fomentarsi per l’emozione di stare vivendo il sogno della sua vita. C’è un che di magico in tutto questo, ma a Tipton, Halford o chi per loro è evidente che della magia non frega un cazzo: e allora che vi devo dire, tenetevi i tour con i tizi alle chitarre e fate finta che vada tutto bene. Siete peggio del Grinch.

RITUAL CARNAGE – The Highest Law

Ciccio Russo: All’epoca questo debutto ricevette recensioni molto positive, forse troppo. Un po’ perché i Ritual Carnage erano giapponesi quindi facevano simpatia a prescindere e si tende sempre a essere indulgenti con i gruppi provenienti da zone, dal punto di vista metallico, esotiche. Un po’ perché il thrash alla vecchia era morto e sepolto ma era pur sempre stato la musica di formazione di buona parte dei miei coetanei, quindi un’incazzatissima sequela di slayerate gratuite, doppia cassa e pedalare, tornava, come dire, rinfrescante, anche perché non era ancora il periodo in qui usciva un ricalco del primo dei The Haunted al giorno. Ciò detto, se si vuole solo un po’ di sano headbanging senza pretese, The Highest Law fa ancora la sua porca figura, eccome. Il tiro c’è, la cazzimma pure e, chissà, per alcuni di voi potrebbero pure rivelarsi una discreta scoperta.

TRANS-SIBERIAN ORCHESTRA – The Christmas Attic

Trainspotting: Che poi a pensarci bene è proprio l’assunto della Trans-Siberian Orchestra a prendere a male. Quando Jon Oliva li ha fondati (sempre insieme a Paul O’Neill e Robert Kinkel, i due membri non ufficiali dei Savatage) lui era un grassone alcolizzato con serissimi problemi da dipendenza da cocaina e il trauma della tragica morte del fratello a cui era legatissimo, in un incidente stradale nel quale in un certo senso è come se fosse morto anche lui. Coi Savatage aveva composto un disco oscuro e sofferto come Handful of Rain e nel contempo si era messo a suonare le canzoncine di Natale coi Trans-Siberian Orchestra; perché poi questi ultimi si basano su un unico concetto: l’atmosfera natalizia zuccherosa da film americano in cui sono tutti più buoni e i bambini vivono avventurose vicende fiabesche tra un marshmallow e un pupazzo di neve. Il che, date le premesse, mi ricorda ogni volta Dan Aykroyd in Una poltrona per due quando finisce in mezzo alla strada preso malissimo e vestito da Babbo Natale. Eppure ogni tanto mi ritrovo ad ascoltarmeli, i Trans-Siberian Orchestra, probabilmente con lo stesso approccio con cui ogni tanto mi ritrovo ad ascoltare il pornogrind o le compilation tamarre da discoteca della prima metà degli anni Novanta. Il loro album migliore secondo me è Beethoven’s Last Night, ma chiaramente potrei sbagliarmi dato che faccio parecchia confusione tra un disco e l’altro. Ah, e tra meno di tre mesi è Natale, giusto per non mettervi ansia.

SHADOW GALLERY – Tyranny

Charles:  Tyranny rappresenta l’apice compositivo del gruppo americano. Progressive metal di lusso, estremamente melodico (a ‘sto giro il concept è a dir poco romantico) ma anche complesso coi suoi duetti chitarra/tastiere velocissimi (la strumentale Chased non le manda di certo a dire), operistico (sentitevi I Believe, la prima traccia del II atto), suonato con una classe ineguagliabile e, in generale, pieno di intuizioni notevoli. Sul gruppo nello specifico non saprei aggiungere altro rispetto a quanto già detto qualche anno fa. I primi tre dischi degli Shadow Gallery li ho praticamente tatuati addosso per quanto li ho ascoltati e ogni volta mi chiedo perché questa band abbia raccolto meno di quanto meritasse. Forse una spiegazione ci sarebbe pure ma è un’opinione del tutto personale. Questa rubrica ha il merito, tra gli altri, di farti razionalizzare su quali album siano invecchiati bene e quali invece abbiano subito troppo il passare del tempo e forse, ripeto, i primi tre dischi degli Shadow Gallery non sono invecchiati così bene, in quanto erano troppo connessi al suono e alle mode che andavano forte in quella frazione temporale per poter essere apprezzati oggi. Come pure, del resto, la maggior parte del progressive metal di fine ’90.

MUDHONEY – Tomorrow Hit Today

Marco Belardi: Coloro che hanno sempre dato di fuori per Let It SlideSuck You Dry o altri classici scritti dai Mudhoney di qualche anno prima, potrebbero avere dei problemi con Tomorrow Hit Today. Eppure erano sempre loro, rimanendo tali ancora per poco dato che Matt Lukin – già membro dei Melvins – avrebbe abbandonato la nave a breve. Al tempo facevo parte di quella schiera lì: adoravo le loro prime cose e li portavo sul palmo della mano per la testardaggine con cui, dividendo in due i Green River, avevano costituito la fazione per la quale parteggiavo. L’altra erano i Pearl Jam, un gruppo che non ho mai capito in vita mia e di cui mi piace per intero un solo album, il primo, oltre a qualche singolo sparso in giro tipo Corduroy. Loro invece spaccavano il culo e sapevano che il cosiddetto salto mainstream non l’avrebbero mai fatto, a differenza di molti cugini o fratellastri della scena grunge di Seattle.
In pratica era come se gli Stooges diventassero sempre più fuori di testa di pubblicazione in pubblicazione, sempre più orientati verso il blues e, pur rallentando nei ritmi, pesanti. Erano i suoni ad accentuare quest’ultimo fattore, ed in Tomorrow Hit Today seppero dare l’impressione di essere ancora la live band che ti scassa i coglioni alle due di notte sotto casa, ma in maniera molto udibile e valorizzando alla perfezione ogni strumento, arrangiamento ed escamotage di post produzione. Era così che volevo sentir suonare un disco rock negli ultimi anni Novanta, con suoni belli grassi ma allo stesso tempo anche molto definiti. Sebbene non ritenga Tomorrow Hit Today superiore alla loro produzione passata, eccezion fatta per Five Dollar Bob’s Mock Cooter Stew che proprio no e poi no, in fin dei conti è il loro album a cui sono più affezionato al pari con Every Good Boy Deserves Fudge. Forse è merito della sua varietà, di una roba apocalittica come il brano che lo chiudeva, che in coppia con la contorta Oblivion creava un ottimo contrasto con le più immediate Ghost A Thousand Forms Of Mind. Vario, ispirato e suonato dannatamente bene: questo è Tomorrow Hit Today ed ora che mi sento meno legato al guscio degli esordi garage/proto punk dei Mudhoney, lo apprezzo ancor più. Mettete su Beneath The Valley of The Underdog e godete.

BARATHRUM – Legions of Perkele

Trainspotting: Ci sono domande che uno si porta appresso tutta la vita. Dubbi, antinomie, eterne indecisioni che ti segnano nel profondo togliendoti il sonno nell’eterna ricerca di una risposta che hai la sensazione non arriverà mai. Uno di questi dilemmi è: mi piace il chinotto, inteso come bevanda? Non sto scherzando; io e il mio amico Tartaruga ogni tanto ne prendiamo uno e lui ogni volta mi chiede “Beh allora, ti piace o no il chinotto?”, e io non so rispondere. È un continuo ondivagare tra mi piace e non mi piace, un perenne interrogare le papille gustative e una speculare perpetua incertezza su una risposta. Voi pensate che io stia scherzando, che come si fa a non sapere se una cosa ti piace o meno, forse sei semplicemente un po’ scemo e allora io vi faccio un altro esempio: i Barathrum. Non ho mai capito se mi piacciono o meno. Non dico tanto a livello musicale quanto concettuale: quel tipo di suono finlandese a metà tra il doom black e il black’n’roll, quei riff stranianti, quei ritmi il più delle volte rallentati, quei due bassi sfruttati tendenzialmente male, quell’atmosfera a metà tra la magia nera e la sbronza presa male, non so. I punti forti di Legions of Perkele sono il titolo, il riff di Angelburner e la bellina The Force of Evil. Per il resto non ho idea se mi verrà voglia di riascoltarlo o meno; e questa storia va avanti da quasi vent’anni, dato che li scoprii con il successivo Saatana del 1999. Questo poi è il primo disco con la Spinefarm, che coincise anche con il definitivo imborghesimento del suono, più nitido e pulito rispetto agli esordi. Non so cos’altro dire se non che adesso mi è venuta voglia di riprovare col chinotto.

CARCARIASS – Sideral Torment

Ciccio Russo: Ad ascoltare certe porcate che passano oggi come grandi esempi di death metal tecnico, mi piange il cuore a pensare alla sfiga incorsa invece a gente con le palle quadre come i francesi Carcariass. Basta la sola Indians Eviction per mandare a casa in lacrime tanti baldanzosi, odierni fautori del growl applicato ai tempi dispari. Si sentono i Pestilence (anche nei suoni di chitarra), si sentono i Gorguts, si sentono pure i Death ma si sentono anche un retroterra assai classico, un suono personale che dà il giusto spazio a ogni strumento, un gusto per la melodia che erompe in assoli che sono tutt’altro che meri esercizi onanistici. E c’è quel je ne sais quoi che caratterizza tutti i migliori gruppi d’Oltralpe. È il secondo disco di quattro. L’ultimo risale al 2009 ma, per qualche motivo, Metal Archives li dà ancora attivi. I Carcariass non saranno stati dei geni ma di sicuro raccolsero molto meno di quanto avrebbero meritato: recuperateli subito se queste sonorità vi garbano, resterete piacevolmente stupiti.

GLUECIFER – Soaring with Eagles at Night to Rise with the Pigs in the Morning

Stefano Greco: A parte i Turbonegro che per varie ragioni hanno sempre fatto categoria a sé, quando nel 1998 ci si riferiva genericamente al rock scandinavo erano i primi nomi che venivano in mente erano Gluecifer ed Hellacopters. A causa di affinità sonore e vocazionali, tour e album condivisi (i due clamorosi Respect The Rock), le due band venivano spesso associate in una sorta di confronto e competizione continua. Soaring With Eagles… è talmente bello che in questa contesa immaginaria mi trovai a propendere per i norvegesi, affascinato anche dalla maggiore cafonaggine generale e dalla incontrollabile positività che questo album riusciva a generare. Dieci inni alla balordaggine che sarebbero capaci di restaurare una qualche fede nei destini del mondo anche in gente tipo Giacomo Leopardi.

Trainspotting: Lessi il titolo di questo album sulle riviste dell’epoca e da allora, negli ultimi vent’anni, questa è la prima frase che mi è venuta in mente ogniqualvolta mi sono risvegliato a pezzi dopo una serata un po’ troppo allegra. Non ho mai sentito il disco in questione; forse è ora che lo faccia.

ELFFOR – Into the Dark Forest…

Michele Romani: Into The Dark Forest… rappresenta l’album di debutto da parte di Elffor, oscura entità proveniente dai Paesi Baschi portata avanti da Eol, personaggio piuttosto enigmatico che si occupa di tutti gli strumenti e del concept lirico. Un disco che tuttora rappresenta un capitolo a parte all’interno della nutrita discografia dell’elfo spagnolo, visto che, in tutti i 45 minuti di durata del disco, di metal non c’è neanche l’ombra, dato che trattasi di un ambient molto atmosferico unito ad intermezzi in tipico dungeon synth che ricordano un po’ le cose del primo Mortiis. Solo dal successivo Son of The Shades infatti il progetto si “canonizzerà” su una sorta di black sinfonico mai però troppo veloce, in pieno ossequio al sound dei Summoning, che da sempre rappresentano un punto di riferimento nella musica di Elffor. Personalmente rimango più affezionato a Into The Dark Forest… che alle produzioni successive, più che altro per un certo tipo di ambientazioni medievali e magiche che riesce a ricreare qui e che andranno un po’ perse con gli altri lavori. Da ascoltare tassativamente al buio o in qualche fredda mattinata novembrina, magari in cima ad una montagna e avvolti da un cospicuo strato di nebbia.

PARAGON – The Final Command

Trainspotting: Il secondo disco dei Paragon è una cafonata pazzesca come raramente se ne sono viste in giro, una pacchianata senza tempo che potrebbe essere uscita fuori benissimo a fine anni Ottanta, quegli anni oscuri in cui in Germania i figlioletti degli Accept perfezionavano il canone per mettere in musica salsicce e grossi stinchi di maiale con contorno di patate arrosto e maionese. The Final Command è il corrispettivo musicale de L’ispettore Derrick o di qualcuna di quelle tremende serie crucche che vent’anni fa davano in prima serata su Rai2 e che rappresentavano personaggi col mullet e i jeans a vita alta che si muovevano in qualche tristo sobborgo di una città tedesca a caso, tipo Hannover o Wolfsburg o Colonia. I Paragon sono tuttora un gruppo ignorantissimo, ma col tempo hanno imparato a stare a tavola: qui sembrano una congrega di camionisti coi baffi a manubrio che suonano in qualche bettola in stile Dal Tramonto all’Alba, solo che poi invece dei vampiri spuntano fuori i cosciotti di maiale con le patate. È anche il primo disco con il cantante storico, Andreas Babuschkin, il cui nome vi assicuro è molto meno improbabile della sua prestazione vocale. Per tutti questi motivi The Final Command è quindi un disco bellissimo e acquista anche di valore per il campionamento di Conan il Barbaro all’inizio di Warriors of Ice. Non è ancora troppo tardi per l’ultimo barbecue della stagione.

 

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  1. Fanta permalink
    1 ottobre 2018 00:35

    https://www.eataly.net/it_it/chinotto-4×275-ml-lurisia

    Questo è bono veramente, Bargò, damme retta.
    Disconferma una teoria diffusa sulla banalità della bevanda in oggetto, con annesse citazioni cinematografiche, del tipo: ‘…cara te costa tutta sta roba, te poi, che er massimo che te sei mai preso è ‘n chinotto…’.

    Ottimo pure il disco dei Diabolical Masquerade, date retta al buon Michele.

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