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Avere vent’anni: THE HAUNTED – s/t

20 giugno 2018

Sono cose che capitano.

A me è capitato due volte di perdere la testa per band che erano appena andate a puttane: nel primo caso i Nirvana, poi gli At The Gates. Nel 1994 mi capitò per la prima volta di sentirmi affezionato a dei gruppi musicali: in pratica passai dall’ascolto ripetuto di ciò che girava nell’Alfa Romeo dei miei – come Nord Sud Ovest Est, i greatest hits dei Queen, oppure Terremoto dei Litfiba – all’interessamento radicale verso quello che passava in televisione sotto forma di chitarre elettriche ed altamente distorte. Coi Nirvana fu amore a prima vista, ma non feci in tempo a pensare quanto sarebbe stato bello, un giorno, vederli dal vivo: qualche settimana più tardi, un altro canale avrebbe trasmesso il telegiornale per avvertirmi che il mio nuovo idolo adolescenziale si era appena sparato in faccia.

Più avanti mi capitò con gli At The Gates, con le dovute proporzioni e soprattutto considerando il fatto che ero già più grandicello: Slaughter Of The Soul mi era sembrata la cosa più fica fra quelle che Superock passava, era moderno e mi aveva scosso tanto quanto Demanufacture. Per qualche strano principio disdegnavo tutto quello che suonava oltre al passo con i tempi, e gli At The Gates erano una delle rare eccezioni, così come lo furono i Pantera degli anni novanta, oppure Chaos A.D. Assistere al video di Blinded By Fear fu un qualcosa ai limiti del sismico, per dirla come il titolo dei Litfiba che ho rammentato sopra, è che oltre tutto, è anche il loro album che preferisco. 

Morti gli At The Gates, mi venne una brutta emicrania quando constatai che la loro rinascita artistica si chiamava The Haunted e che il nome di Tompa non figurava fra i presenti. Niente linee vocali disperate fra l’urlo e il pianto, riflettei. Ma in pratica uscì uno di quei dischi responsabili, al pari con i primi Soilwork, dell’esplosione del thrash svedese (per alcuni ancora death melodico, ed effettivamente uscirono una miriade di band clone ma le varianti proposte erano comunque svariate) e dei vari Carnal Forge, Dew Scented e compagnia bella. Se i The Haunted influirono più sui nomi estremi, ai Soilwork toccò l’arduo compito di fare da babbo a certe cose ai limiti del metalcore, e ad altre più ruffiane ancora: i miei complimenti. Il problema dei The Haunted fu piuttosto il loro primo, eccellente album: furia attitudinale ai limiti dell’hardcore, un cantante che soprattutto nei ritornelli si rivelò totalmente debitore nei confronti di Phil Anselmo, e che avrei comunque rimpianto alla prima sostituzione ufficiale con Marco Aro. Peter Dolving era semplicemente quello che serviva ai The Haunted, come i Pavesini sotto al tiramisù anche se i tradizionalisti andranno sempre sul sicuro con quei cazzo di savoiardi di merda. Marco Aro era il savoiardo e veniva dai Face Down, l’altro – ex Mary Beats Jane – si confronterà con lui a più riprese. Ma la vera sfida avrebbe riguardato soprattutto i primi due lavori, così diversi in approccio, sound, produzione e tutto quanto il resto.

Inutile mettersi a parlare delle tracce di The Haunted: la sua caratteristica principale è quella di essere un blocco, un macigno da assumere in un colpo solo e senza azzardarsi a spezzettarlo in più parti. Sarà il maggior punto in comune con Slaughter Of The Soul, i Bjorler ed Erlandsson che in quel periodo erano così in grado di scrivere i Reign In Blood della Svezia per poi rimanerne schiavi negli anni futuri, e direi pure oggi giorno. Personalmente adoro In Vein perché è la cosa più vicina agli At The Gates che abbia sentito dopo il loro scioglimento, ed Hate Song dovrebbe essere l’Inno di sottofondo a ogni viaggio in autobus fra gente che non si lava, celebrity deathmatch fra lo zingaro e il controllore, e vecchi metereologi di turno. Me ne piacciono molte altre, come Now You Know che vantava un sound probabilmente più tradizionale, ma ripeto: è inutile scendere nel dettaglio. The Haunted è una cosa sola, non ha particolari picchi o cali e vi stenderà come un destro alla bocca dello stomaco mentre le chitarre vomitano riff su riff, ed Erlandsson offre la sua migliore prova di sempre alla batteria (un giorno indagherò su cosa abbia portato Dani Filth a sceglierlo, un po’ come se gli Origin chiamassero Vinnie Appice e gli Helloween optassero per Dave Culross). I problemi arriveranno subito dopo: sono cose che capitano, così come nel 1998 gli capitò di incidere una roba pazzesca. (Marco Belardi)

4 commenti leave one →
  1. Andrea permalink
    20 giugno 2018 13:29

    Gran disco. Preferisco il secondo perché più virato in direzione del death melodico e del trash darkangeliano piuttosto che verso l’hardcore, ma tanta roba comunque. Pure io adoro In vein per gli stessi motivi del recensore e, tornando al secondo disco, quando un giorno per la prima volta ho sentito Trespass dalle cuffie di un noto superstore di dischi milanese dell’epoca, dal giorno dopo sono tornato, ogni mattina di andare in università (e a volte anche il pomeriggio prima di tornare a casa ) per sentire quella stessa canzone, prima che togliessero il disco dalla selezione dei dischi gratuiti. Immensa.

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  2. Crisuommolo permalink
    20 giugno 2018 18:19

    Questo album ha rappresentato, per la generazione “Slaughter of the soul” di cui faccio parte, l’unico conforto e la classica spalla su cui piangere dopo lo scioglimento degli At the gates. A me piacciono anche il secondo e Revolver, comunque…

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  3. lux chaos permalink
    23 giugno 2018 13:59

    Io ti amo, i pavesini sul tiramisu al posto di quei cazzo di savoiardi lo migliorano del 100%. Grand disco, e come sempre gran rece

    Piace a 1 persona

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