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Avere vent’anni: SOILWORK – Steel Bath Suicide

30 maggio 2018

Ci sono due tipi di death melodico svedese: quello buono, e quello di una bruttura di livello planetario, che riempì gli scaffali dei negozi di uscite che non avrebbero dovuto vedere la luce. Mai.

Se da una parte regnavano Slaughter Of The SoulWhoracle e altre chicche di quella portata, con l’avvento degli ultimissimi anni Novanta non fu presa abbastanza in considerazione la minaccia che un gruppo come i Soilwork fece incombere sulla scena intera. Fermo restando che Steel Bath Suicide e soprattutto Chainheart Machine mi piacevano, e non poco, furono i danni causati dall’immediato successo del gruppo di Bjorn Strid a generare il caos per tutta la prima metà degli anni Zero. Lo stesso Strid, o “Speed” che dir si voglia, che poi avrebbe realizzato il suo miglior lavoro niente meno che con un side-project, i Terror 2000 di Slaughterhouse Supremacy. Sporco, onesto, ma almeno per il sottoscritto anche indimenticabile.

Non ce l’ho mai avuta con gli In Flames per il loro definitivo cambio di rotta, avvenuto all’incirca da Clayman in poi, limitandomi giusto a reputarli meno interessanti – anzi, vi dirò di più, Reroute To Remain aveva ancora i pezzi con cui sfondare nonché una personalità spiccata che in pochi potevano permettersi. I Soilwork però li ho sempre associati a qualcosa di piuttosto fico e misterioso, ma da cui sarei rimasto certamente fregato, e molto presto: percepii quella sensazione con A Predator’s Portrait – di cui devo ammettere che ricordo ancora oggi svariati brani – e la confermai del tutto in seguito, quando gli svedesi sprofondarono a cavallo fra ritornelli ruffiani e ripetitività in dischi privi di spessore come Figure Number Five o Stabbing The Drama. E li ho sempre attribuiti, a differenza di altri illustri colleghi come la band dei fratelli Bjorler, ad aver fomentato oltre oceano il degenerare del trend chiamato metalcore ed in particolar modo gentaglia come Killswitch Engage, mentre i connazionali Darkane – con Rusted Angel ed Insanity – si difendevano ancora molto bene. Perché Slaughter Of The Soul no, allora? 

Semplicemente per il fatto che gli At The Gates erano attitudine pura a livelli incendiari, così come il debut dei The Haunted – irripetibile – ed all’esatto opposto del gruppo di Bjorn Strid, che da Natural Born Chaos aveva già messo in chiaro un concetto: prendere le distanze dagli esordi, rallentare i tempi quanto basta, raggiungere uno standard del cazzo e restare lì fino ad accorgersi di avere fatto il danno; dopodiché tirare fuori addirittura inopportuni e sporadici blastbeat su The Panic Broadcast. Ruffiani, esattamente come quei videogiochi di cui ti innamori prima ancora di averci passato un pomeriggio sopra, e che dopo i primi cinque minuti di sballo vorresti già riportare in uno di quei negozi di settore che operano ai limiti dello strozzinaggio, per liberartene a qualunque costo o perdita.

In Steel Bath Suicide ovviamente non aleggiava ancora questa propensione per il groove a tutti i costi, e si poteva ancora ammirare il talento innato di un chitarrista come Peter Wichers – virtuoso della sei corde non a caso scoperto da Michael Amott, che in un certo senso li lanciò a livello discografico – nonché la capacità generale degli svedesi, in parallelo agli At The Gates, di sviluppare un sound feroce e al contempo malinconico in brani come Sadistic Lullabye oppure Demon In Veins. Meno bilanciato e “definitivo” di Chainheart Machine, il primo album dei Soilwork era comunque molto genuino, ed è per cose come queste che preferisco ricordarli. Perché, scorrendo in avanti nel tempo, ripenso, rielaboro mio malgrado, e mi rendo nuovamente conto che mi hanno fatto venire un fegato grosso quanto un vecchio registratore di cassa. (Marco Belardi)

One Comment leave one →
  1. weareblind permalink
    31 maggio 2018 07:40

    Davvero in accordo col Belardi, ho anche ora in auto i primi 3 cd, ottimi. Poi velocemente il tracollo, dal quarto compreso.

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