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SOILWORK – “The Panic Broadcast” (Nuclear Blast)

31 luglio 2010

Voglio essere sincero con te, primo perché credo che la lealtà sia una virtù sempre più rara, secondo perché in questa sede probabilmente non riuscirei a fare altrimenti, terzo non me lo ricordo ma c’era ‘na cosa. Ho scoperto i Soilwork abbastanza presto ma li ho sempre ascoltati poco e distrattamente. Sentivo un loro album una prima volta e il commento tecnico era: “Mh! Fico” oppure: “Beh, carino” o ancora: “Mah, ‘nzomma”, dopodichè lo ignoravo bellamente per gli anni a venire. In ogni occasione mai che lo abbia infilato due volte nello stereo. Essendo caratteristica insita nella mia indole voler approfondire o quantomeno informarmi su ciò di cui parlo, ho fatto i compiti a casa e recuperato il tempo perso. Che c’entra la lealtà dunque? C’entra, perché posso liberamente affermare che, tutto sommato, quel tempo non è stato proprio perso del tutto.

Con The Panic Broadcast siamo all’ottavo lavoro per la band svedese, e anche questa volta non si può dirne né bene né male; l’ottavo nano, insomma. Anche questa volta dopo averlo ascoltato (per la circostanza, ben due volte) ne ignorerò bellamente l’esistenza negli anni a venire. Non fraintendermi, non si tratta di un brutto disco, anzi, presenta alcuni passaggi veramente catchy e carini. Senza volermi atteggiare a fondamentalista talebano dello swedish death metal di turno, ruolo che non mi si confà granché, posso tranquillamente affermare che di death metal qui sono rimasti solo i titoli dei pezzi e di swedish una beata mazza. Dentro c’è un occhio al fulgido passato di A Predator’s Portrait e di Natural Born Chaos e un occhio al metalcore che piace tanto ai giovani yankee: un occhio alla mano e uno al portafoglio. A che età spunterà il terzo occhio?

Dal basso della mia ignoranza sarei tentato di consigliare ai Soilwork di definire il loro stile in modo netto piuttosto che continuare a fare le cose a metà. Sarei tentato ma non lo faccio. Sarei tentato anche di consigliare ai Soilwork di scegliere la via commerciale e lasciare stare il death metal. Ma non lo farò di certo. Sarei, infine, anche tentato di consigliare ai Soilwork di utilizzare di più le voci pulite e i cori e di finirla con lo screaming. Giammai, figuriamoci se mi salta in mente di consigliare una roba del genere. Però, ragazzi, un gruppo così non può girare sempre la pizza. Direi che da loro possiamo aspettarci di meglio – o di peggio a seconda dei gusti.

Ad ogni modo, belle le chitarre dai precisi riff e dagli assoli coinvolgenti, come da penultimi In Flames, anche se mi devono spiegare perché ogni tanto usano ‘sta voce bassa, lamentevole e piagnucolosa (copiata tra le altre cose dagli stessi In Flames, che pure non si capiva perché lo facessero) che rovina le melodie e blocca gli assoli prima che partano. È come se stai per dire una cosa importante alla tua ragazza o al tuo ragazzo e ti esce un rutto.

E comunque la terza cosa proprio non me la ricordo ma ti assicuro che c’era. (Charles Buscemi)

9 commenti leave one →
  1. genna permalink
    1 agosto 2010 03:41

    Beh direi che il mix di generi di cui parli tu può essere utile per ritagliarsi (o inserirsi in) una fetta di mercato il più possibile sgombra dalla concorrenza, no?
    E poi buttarsi totalmente sul commerciale è un rischio, meglio stare nel mezzo e mantenere un certo zoccolo duro di fedeli metallers per tirare avanti i tempi bui.
    p.s. insensibile, i lamenti degli In Flames sono per creare la tensione drammatica :D

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