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Avere vent’anni: EMPEROR – Emperor/Wrath of the Tyrant

20 settembre 2018

Raramente mi capita di scrivere aneddoti personali nelle recensioni, ma visto che parliamo di una ristampa farò un eccezione. Il giorno che il mio destino e quello degli Emperor si incrociarono me lo ricordo ancora oggi benissimo, era il 1996 e facevo l’ultimo anno di liceo, ma il pomeriggio invece di studiare ero solito cazzeggiare per negozi di dischi con il mio unico amico ai tempi che condivideva la passione per il metal.

Nostra tappa fissa era Rentun Compact in una traversa di viale delle Milizie a Roma, un posto che oggi sarebbe totalmente illegale dove potevi trovare veramente di tutto, ma – cosa più importante – che ti dava la possibilità oltre all’acquisto di noleggiare per 3000 lire un cd per tre giorni, riversarlo ovviamente nelle mitiche TDK vergini e riconsegnarlo al suddetto negozio possibilmente intatto. Premetto che ai tempi la mia concezione di metal estremo si riduceva a Death, Obituary e poco altro, ma leggendo i vari Metal Shock e Metal Hammer dell’epoca si parlava sempre più frequentemente di questa famigerata ondata black metal proveniente dalla Norvegia e soprattutto dei fatti di cronaca annessi e connessi.

La mia curiosità di sentire cosa questi strani tipi pittati suonassero era sempre più morbosa, ed un bel giorno finalmente scartabellando titoli nel suddetto negozio mi ritrovai al cospetto di due dischi: Battles in the North e In the Nightside Eclipse. Avevo sentito parlare vagamente di ambedue i titoli e letto qualche recensione, riflettei una decina di minuti e alla fine la mia scelta cadde sul primo, più che altro perché ‘sta cosa delle “Battaglie nel Nord” mi fomentava di più rispetto all’altro titolo.

Faccio per andare alla cassa per pagare, ma prima di arrivare mi blocca un ragazzo sulla ventina che mi fa codesto discorso (sono passati 22 anni ma me lo ricordo benissimo): “Ciao, ti stavo osservando mentre eri indeciso tra Emperor e Immortal, se vuoi un consiglio da amico, ripoggia Battles e prendi In the Nightside Eclipse Io: “Perché?” “Perché quel disco è IL black metal, e anche perché i membri sono tutti in carcere per omicidio ed aver incendiato chiese”. Rimasi totalmente rapito dal modo perentorio con cui me lo disse (tipo oracolo), posai immediatamente Battles in the North e mi lasciai completamente rapire nei giorni seguenti dall’Eclissi Notturna dei quattro Imperatori, tanto che quando ho rivisto il tipo lo ringraziai per aver fatto sì che il mio battesimo black metal fosse stato tenuto da tale capolavoro immortale.

Ma torniamo indietro di qualche anno e precisamente al 1991 in quel di Notodden, uno dei centri principali della regione rurale del Telemark, dove due giovani ragazzi, Vegard “Ihsahn” Sverre e Tomas “Samoth” Haugen decidono di dare un taglio netto rispetto a quanto suonato in passato con Embryonic prima e Thou Shalt Suffer poi (un death metal funereo con qualche sporadico inserto di synth) e seguire alla lettera i dettami di Euronymous, personaggio di cui si è scritto di tutto ma di cui non si può mai negare la fortissima influenza che ebbe sulle nascenti black metal band dell’epoca.

È proprio a seguito di un intenso scambio epistolare tra Øystein Aarseth e Samoth che quest’ultimo decide sempre più di frequente di recarsi ad Oslo a bazzicare l’Helvete e a recepire la concezione che aveva Euronymous inerente al metal estremo: per farla breve, il death metal era visto quasi come un male, non era possibile che un genere musicale con la parola “Morte” facesse da contraltare a espressioni sorridenti, nike, pantaloncini corti e camice di flanella. “No fun, no core, no mosh, no trends”, come recitava il celebre adesivo della Deathlike Silence.

La via da seguire era quella del metallo nero, suonato da personaggi malvagi nascosti da un trucco cadaverico, che oltre a teorizzare scenari di morte e distruzione dovevano anche metterli in pratica, con i risultati che ben conosciamo tutti. Dal punto di vista musicale questa “conversione” fu repentina, i vari gruppi che cominciavano a farsi notare nell’underground cambiarono modo di apparire e soprattutto di suonare, basti pensare al cambiamento dei Darkthrone da Soulside Journey ad A Blaze In The Northern Sky, gli Amputation/Old Funeral che diventano Immortal, i Phobia che diventano Enslaved e naturalmente i già citati Thou Shalt Suffer, che reclutato l’amico di vecchia data Håvard “Mortiis” Ellefsen diventano Emperor e  nel luglio del 1992 danno alle stampe il demo Wrath of the Tyrant.

Le indubbie capacità strumentistiche di Ihsahn e compagni vengono in questo frangente soffocate da un sound che dire cacofonico è dir poco, con una produzione dannatamente lo-fi e un riverbero di sottofondo davvero fastidioso, tanto da far credere che il prodotto sia stato veramente registrato “nelle antiche cripte del Telemark”, come recita il libretto. A parte questo, bastano le poche note della micidiale Ancient Queen (che goduria averla sentita dal vivo all’Hellfest 2014) per capire come il sound sia drasticamente cambiato rispetto al periodo Thou Shalt Suffer, niente più tecnicismi death e gutturali cavernosi bensì uno screaming infernale e un sound palesemente influenzato da MayhemBathory piuttosto che dai Morbid Angel.

My Empire’s Doom (la versione embrionale di Beyond The Great Vast Forest) prosegue sulla falsariga della precedente su tempi piuttosto cadenzati, mentre con le successive Forgotten Centuries e l’Incredibile Night of The Graveless  Souls si accelera notevolmente, con Ihshan che vomita latrati dir poco inquietanti e Samoth (ai tempi ancora dietro le pelli) che picchia all’impazzata, quest’ultimo addirittura protagonista dietro il microfono su Witches Sabbath, con risultati diciamo discutibili. Lord Of The Storms si muove su territori marcatamente death, in Moon Over Kara-Shehr si comincia a presagire le coordinate future (anche se la versione contenuta sul tributo ad Euronymous è nettamente migliore). Sulla title-track c’è poco da dire, uno dei brani storici degli Emperor che riproporranno quasi sempre in sede live.

Sull’immenso mini (cit.) non mi dilungherò più di tanto, visto che parliamo di quattro brani di cui due già editi sul demo e altri due che andranno a comporre la tracklist di In The Nightside Eclipse. Dal punto di visto della line-up c’è da registrare il passaggio di Samoth alla chitarra e l’ingresso alla batteria di Bard “Faust” Eithun, personaggio controverso che comunque grazie ai fatti ben noti ha contributo a creare quell’area malefica che permeava l’Imperatore in quegli anni.

Il mini si apre con I Am The Black Wizards, uno dei pezzi simbolo del black metal che ritroveremo nel full, anche se qui la versione è decisamente più rozza e il celeberrimo stacco di tastiera centrale ha le note invertite. Personalmente preferisco la seconda versione, anche se devo dire che le urla lancinanti di Ihsahn nella parte finale rallentata mettono veramente i brividi.  Wrath of the Tyrant e Night of the Graveless Souls non si discostano molto dal demo ma il sound è decisamente più ascoltabile (sempre secondo I canoni emperoriani dell’epoca), mentre Cosmic Keys… è l’altra perla nera che ritroveremo nel disco, uno dei brani più violenti dell’Imperatore, caratterizzato da una tecnica notevole per dei ragazzi che all’epoca – ricordiamo- gravitavano tra i 16 e i 17 anni.

Insomma, una ristampa, quella ad opera della Candlelight, che sicuramente all’epoca riuscì a rendere finalmente disponibili al grande pubblico due pubblicazioni a dir poco introvabili, da parte di un gruppo ancora in fase embrionale ma di cui le potenzialità non sarebbero tardate a manifestarsi in pieno negli album successivi. Il resto è Storia. (Michele Romani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    20 settembre 2018 09:56

    mamma mia che ricordi Rentun, ci andavo sempre quando mi fermavo due volte alla settimana per il dopo scuola. Sarà durato penso un paio d’anni quel negozietto, però mamma mia la robba che ho scoperto. Se non ricordo male, i cd si potevano affittare ma alla riconsegna potevi anche decidere di acquistarlo. Mi sembra che comprai “Elegy” degli Amorphis e “Theli” proprio lì. Erano veramente altri tempi, si comprava metal shock, grind zone e metal hammer, si creava una wishlist e poi con quei due spicci da parte si cercava di prendere qualcosa. Grazie per il momento amarcord.

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  2. saturnalialuna permalink
    20 settembre 2018 10:39

    Troppi elementi emotivi. Cassette, Emperor…
    Lacrimuccia :)

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  3. 20 settembre 2018 14:54

    Godo!!!!

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  4. ignis permalink
    20 settembre 2018 16:48

    TDK o Sony? Questo era il dilemma dei tapetraders…

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    • Fanta permalink
      20 settembre 2018 19:11

      Tdk tutta la vita. Perché la Sony era troppo mainstream e comunque faceva cassette di qualità inferiore. Le TDK al cromo le potevi pure far girare in uno scaldapizzette, infilartele nel culo senza custodia (ossia metterle nella tasca dei jeans e sedertici sopra) e non si deterioravano. Nè meccanicamente, nè per quel che riguarda la resistenza del nastro in sè. Le buttavi sulla sabbia, le tenevi al sole, le consumavi in stereo da negro anni 80. Continuavano a funzionare.
      Nostalgia…

      Piace a 1 persona

      • ignis permalink
        20 settembre 2018 21:19

        Ci credo, ma ti assicuro che molti traders erano fissati con le Sony! Sony HF, prima; CDit, poi… Se non ricordo male.

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  5. Fanta permalink
    21 settembre 2018 00:52

    Le cassette consentivano di fare una cosa molto semplice, oggi scomparsa. Condividere la musica, pur comprandola. Conditio sine qua non: almeno uno degli amici doveva acquistare il disco originale. Quello che cita Michele Romani, la possibilità di prendere un cd per copiarlo, era un’eventualità rara. Nata e morta in un battere di ciglia.
    Certo, oggi mandi un cazzo di link via WhatsApp e tutto si risolve con molta più semplicità. Peccato che al limite segnali un brano, perché chi cazzo ha il tempo o la voglia, oggi, tra le nuove leve, di ascoltare un disco? Oggi tra i ventenni nessuno ascolta album. E pochi finiscono di ascoltare un singolo pezzo se non possiede l’immediatezza di un tweet/pensierino di Salvini.
    Fare una cassetta per qualcuno/qualcuna, riempendo il layout rigorosamente a mano e con inchiostro nero, era soprattutto un modo di esprimere affetto. C’era la sfumatura narcisistica di trasmette per primo una cosa bella, sì. Anche questo. Ma soprattutto la soddisfazione di gettare sulla scena del mondo il valore dell’esperienza estetica del metal. Per alimentarne la cultura.
    Oggi il metal è arrivato in Indocina, in Africa, negli angoli più reconditi del Pianeta. Grazie a Internet, chiaro. Ma pure se ti chiudi in cameretta con fare autistico, con quali categorie leggi 45000 terabyte di roba in 3 mesi?
    È cultura questa?

    Piace a 1 persona

  6. ignis permalink
    21 settembre 2018 08:15

    Anche a Torino esisteva un negozietto che permetteva di “noleggiare” i cd. Comunque, quello di oggi è un altro mondo. Una mia studentessa mi diceva che, dei Darkthrone, ascoltava solo pezzi singoli, e non sapeva collocarli all’interno della discografia (e allora: mini-lezione sui Darkthrone!); un altro si vantava di aver ascoltato l’intera discografia degli Immortal in venti minuti (ovviamente, ascoltava solo qualche pezzo per album). Le cassette “fatte a mano” erano anche qualcosa di magico. So di gente che usava la tecnica descritta per avere ragione del cuore di una ragazza, confezionando un oggetto che permettesse di comunicare e conquistare (ma questo è scontato); altri creavano dei veri e proprio talismani al fine di eliminare rivali in amore (nastri pieni di musica deprimente o violenta, con adeguati apparati di corredo…).

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