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Avere vent’anni: ENSLAVED – Blodhemn

29 giugno 2018

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Nella lunga storia degli Enslaved, Blodhemn è uno dei lavori meno citati; di sicuro è un episodio considerato minore, specie in rapporto alla discografia degli anni Novanta. Una definizione che poi non è sbagliatissima, ma non certo perché il disco sia brutto, o poco interessante: io stesso l’ho riscoperto parecchi anni dopo, dato che alla sua uscita lo accolsi con una certa sufficienza, parzialmente giustificata dall’essere il successore di Eld, tuttora il mio preferito, che mi aveva folgorato per tutte le ragioni di cui parlo profusamente nella recensione. Blodhemn, che di quest’ultimo riprendeva solo il tema vichingo in copertina, ad un primo ascolto mi sembrò un passo indietro verso lidi black metal più ortodossi che facevano perdere alla band quell’unicità che ormai davo per acquisita. Mi sbagliavo, e a mia giustificazione specifico che all’epoca non avevo neanche diciotto anni. 

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In realtà, e questo non potevo saperlo, Blodhemn è un trait d’union tra la prima parte della discografia e la seconda, quella che esploderà poi con i successivi Mardraum, Monumension e Below the Lights e porterà poi alla terza parte, quella inaugurata con Isa. In un certo senso è un degno addio al black metal, prima di incamminarsi definitivamente per strade che li avrebbero portati parecchio lontano; e forse per questo motivo è l’album più violento della band norvegese, con bordate che sia nei riff sia nelle parti ritmiche riecheggiano la scuola svedese di quegli anni, a partire dall’attacco stesso dell’album con I Lenker Til Ragnarok, con una batteria che sembra uscita fuori da Nightwing; stesso discorso per Eit Auga Til Mimir, che però per certi frammenti potrebbe essere il risultato di qualche idea risalente a Vikingligr Veldi. In questo hanno avuto sicuramente un ruolo i nuovi entrati in formazione, Roy Kronheim alla chitarra e Dirge Rep alla batteria; oltre ovviamente alla produzione di Peter Tagtgren degli Abyss Studios, in cui peraltro passava molta parte del metal estremo di fine anni Novanta. All’epoca l’idea stessa degli Enslaved negli Abyss mi sembrava un errore, una banalizzazione dello spirito della band e del suono atipico presente su Eld; in realtà la produzione di Eld avrebbe stonato su qualsiasi altro loro album, e il lavoro di Tagtgren è, nei limiti del possibile, abbastanza discreto. Il risultato è un album che suona molto potente ma che, nei momenti più riflessivi, sa valorizzare anche i primi, timidi accenni di psichedelia che Grutle Kjelsson e Ivar Bjornson stavano iniziando a sperimentare.

In Blodhemn c’è sempre una struttura più complessa di quanto non sembri a un primo ascolto, caratteristica che poi con i dischi successivi si dilaterà fino a cambiare l’essenza stessa della loro musica. È più corto di Eld, con una manciata di canzoni che, togliendo l’intro e l’ultima Suttungs Mjod (una specie di lunga outro con un intermezzo di amplissimo respiro epico come nei sogni bagnati degli Árstíðir Lífsins), arriva a stento alla mezz’ora. Blodhemn, come detto il più violento degli Enslaved, è la colonna sonora della carica dei berzerker, con le parti psichedeliche che ricordano le sostanze assunte, pare, da quei guerrieri per alimentarne la furia. Ed è un disco minore: non perché non sia splendido, ma perché, chiudendo un’era e anticipandone vagamente un’altra, è un album di passaggio. Rimane comunque un capolavoro, e uno dei dischi black più belli dell’anno 1998. (barg)

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  1. El Baluba permalink
    2 luglio 2018 13:43

    a me è sempre piaciuto…certo ci ho messo parecchio tempo a capirlo, visto che arrivavo diretto diretto dalla sbornia vichinga di “Eld”. I successivi 3 sto ancora cercando di capirli…

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