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Sfidiamo la sete e il sole ardente marciando al suono del nostro tamburo

8 settembre 2018

Gli scarponi affondavano nella sabbia libica, un passo dopo l’altro. I fanti erano stanchi, affamati, e intorno a sé vedevano solo il deserto spietato. Non potevano fermarsi; non potevano riposare; non potevano rispondere al comando del proprio corpo: ormai rispondevano solo al comando del feldmaresciallo, e il feldmaresciallo sembrava conoscere solo una parola: vorwärts!avanti!, e bastava vederlo per crederci, lui seduto sul tettuccio del suo veicolo, gli occhi stretti a fessura, sempre rivolti a Oriente, come se non esistesse altra direzione al mondo che l’Oriente. I soldati erano spossati, svuotati, lontani da casa e dagli affetti, ma il suo arrivo aveva dato loro speranza; e di quella lingua aspra avevano imparato quell’unica parola: vorwärts!, e avevano imparato a credere in lui, piccolo ometto con lo sguardo fiero e il mento sollevato che andava in prima linea insieme a loro, e li trattava come se fossero suoi soldati, correndo gli stessi loro rischi sotto il fuoco nemico. Era arrivato quando tutto sembrava ormai perduto, come un dio della guerra, portando con sé i panzer e i proiettili anticarro, arrestando la miserevole ritirata italiana e invertendo il corso di quella maledetta guerra. Un’unica parola: vorwärts!, e avanti si andava, lasciandosi tutto alle spalle, mentre gli inglesi fuggivano all’indietro, terrorizzati da questo comandante svevo di umili origini che infestava gli incubi dei loro aristocratici generali schifiltosi allevati nelle migliori scuole militari di re Giorgio. Avanti, verso Tobruk, oltre Tobruk, puntando al Cairo, senza requie, senza riposo, incalzando l’Inglese e tagliandogli ogni possibilità di fuga. Non era tempo di mangiare, di riposare, di fermarsi a pensare: era il tempo della guerra. E il feldmaresciallo non sembrava sapere neanche cosa fosse, il riposo. 

Vorwärts!, e uno dopo l’altro gli avamposti nemici cadevano come fossero fatti della stessa sabbia su cui poggiavano. Vorwärts!, e il feldmaresciallo girava per le truppe, incessantemente, unico tra i comandanti, sempre con la postura fiera nonostante la sabbia che frustava la faccia, cementando l’amicizia impossibile tra due popoli che si erano battuti alla morte per secoli. Vorwärts!, e gli inglesi caduti ormai nel paranoico abisso del panico gli gettavano addosso sciami di soldati-schiavi coloniali trattati come carne da cannone: australiani, sudafricani, indiani, scozzesi, perfino i crudeli selvaggi delle lontane isole del Pacifico, che si accanivano brutalmente sui corpi dei nemici caduti, con la rabbia della frustrazione. Ma sono bestie goffe. Nulla resisteva all’impeto del feldmaresciallo: e avanti si andava, sempre avanti, in una corsa folle verso la morte e il vortice della conquista, per conquistare El Alamein, unica diga di questa fiumana di carne e acciaio proiettata ciecamente verso il canale di Suez, e poi più in là, verso la Palestina, la Persia, il Caucaso, dove finalmente ci si sarebbe incontrati con i fratelli impegnati in Russia. E la guerra sarebbe finita. Tutto sarebbe finito, e il mondo sarebbe stato in pace. Vorwärts!, e marciare avanti verso l’ignoto deserto siccitoso che bruciava via la pelle e toglieva il sonno voleva dire ritornare finalmente dall’amata donna che aspettava a casa; Vorwärts!, e fischiavano i proiettili, marciavano i carri armati, volavano le bombe a mano, andavano alla carica i fanti col coltello tra i denti, scendevano in picchiata gli Stuka assordando il nemico col loro canto di guerra, e il feldmaresciallo era sempre là quando non te lo aspettavi, laddove il furore della battaglia e le mitragliatrici inglesi riempivano l’aria con feroci melodie di fuoco. Riuscivano a immaginarsi le facce dei nemici trasfigurate dal terrore mentre sparavano all’impazzata contro di loro, pronti a scappare disordinatamente indietro quando i panzer superavano l’ultima duna. Vorwärts!, e avanti si andò, fino al limite, fino alla rovina e alla fine del mondo. Non fu il feldmaresciallo Erwin Rommel a perdere la campagna d’Africa: furono le incapacità, i giochi di potere in terra tedesca, ma soprattutto fu il destino. Il valore non mancò. E lui finì la propria vita come un eroe delle saghe teutoniche: suicida, costretto al supremo atto dal suo comandante, l’unico che potesse permettersi di dargli un ordine. Lui era un soldato, e obbedì all’ordine. Anche in quel caso, andò avanti. Non sapeva fare altro.

Il nuovo disco dei Marduk si chiama Viktoria, e non è uno dei loro migliori, anzi. Ma è secco, crudo e aspro, e alla fine senti che qualcosa non è andata per il verso giusto. Come la campagna d’Africa. In certi momenti percepisci proprio la sabbia che ti sferza il viso. E manca l’odio, quella misantropia senza motivo che tendenzialmente caratterizza i dischi dei Marduk; l’assalto è frontale, formalmente perfetto, ma manca quella voglia di fare male di molti dei dischi precedenti. Come Erwin Rommel, la volpe del deserto, uomo d’altri tempi fuori dal suo tempo, che teorizzò la guerra senza odio con il suo Deutsches Afrikakorps, unico tra i battaglioni tedeschi della Seconda Guerra Mondiale a non essere accusato di crimini di guerra: anche in Viktoria la violenza è intesa in maniera pura, quasi un tributo al dio Marte, col pilota automatico, andando avanti a pestare forte, a testa bassa, perché non c’è altra alternativa. (barg)

10 commenti leave one →
  1. vito permalink
    8 settembre 2018 12:18

    Il nazismo ha comunque un suo fascino estetico ( ovviamente non condivido niente della sua ideologia ).

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    • 8 settembre 2018 12:58

      Rommel però non era nazista: non prese mai la tessera del partito e fu parecchio osteggiato da parte delle alte sfere a Berlino. Peraltro disobbediva puntualmente agli ordini su base razziale (del tipo: fucilare i prigionieri ebrei) e uno degli aneddoti più famosi sul suo conto racconta che, quando un comandante sudafricano (paese in cui vigeva l’apartheid) gli chiese di essere messo in una cella separata rispetto ai soldati sudafricani neri, Rommel rispose: “Per me i soldati sono tutti uguali. Vestite la stessa divisa e quindi condividerete la stessa cella”. Quando il figlio Manfred, all’epoca quindicenne, cercò di arruolarsi nelle Waffen SS, lui si oppose alla scelta e di fatto glielo impedì.

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      • 8 settembre 2018 14:12

        Oltre ad essere il principale artefice della tattica di guerriglia che consentì alle truppe tedesche e austroungariche di portarsi numerose e inosservate dietro le linee italiane, garantendo il successo dell’offensiva di Caporetto.
        Un soldato di razza, se così si può dire.

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  2. Peppicchio Vi Vuole Bene permalink
    8 settembre 2018 13:31

    Beh, tanto Dio della guerra, non mi pare. Sì, fighe le divise, le foto in posa sul carroarmato (sul fatto che non fosse nazista ma che obbedisse ai nazisti, vabbè…), però dimenticarsi di difendere le linee di rifornimento lasciandole scoperte come fece lui… Montgomery (che possedeva due Yorkshire chiamati “Erwin” e “Adolf”…) ha giocato con lui come il gatto col topo.

    Il fatto che l’Afrika Korps non finì a Norimberga è lapalissiano. A Norimberga non furono giudicati crimini collettivi, ma di singoli. E poi, perchè mai avrebbero dovuto aprire campi di concentramento in Nord Africa? Agli ebrei ci pensavano gli arabi.

    Ragazzi, io vi voglio bene, ascolto i Marduk dal primo EP, di certo non sono uno che si mette a rompere il cazzo ai loro concerti, siamo pure coetanei e il vostro blog è puntata fissa. Però a forza di fare il bastian contrario si finisce col trovare buona la merda.

    Un “Dio della guerra” ci fu. In divisa stava da schifo, era pelato, aveva un carattere di merda, la panza ed era un alcolizzato cronico. Si chiamava Winston Churchill. Ha sconfitto la più grande armata mai esistita da solo.

    Se all’epoca c’era un metallaro, quello era lui.

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    • 8 settembre 2018 15:13

      La letteratura in merito è vasta e tendenzialmente concorde nell’attribuire a Rommel capacità tattiche straordinarie, quindi il ‘bastian contrario’ in realtà è chi si oppone a questa visione. Capisco però che ci sono varie scuole di pensiero e ci sta che tu la pensi così.

      Non la pensava così però lo stesso Churchill, che tessè le lodi di Rommel proprio nel pieno della guerra, cosa piuttosto inusuale in un contesto in cui solitamente si tende ad esaltare i propri generali e ad attribuire a rovesci del destino o alla scorrettezza i successi degli altri. Di più: furono forse proprio gli attestati di stima di Churchill a legittimare la fama di Rommel quale genio militare.

      Anche su Churchill, comunque, ci sono varie scuole di pensiero. Fu indubbiamente un grande statista sotto molti punti di vista, ma mi risulta personalmente difficile considerarlo ‘dio della guerra’, dato che il risultato favorevole all’Inghilterra dipese da molti fattori. Ad esempio la stupida benevolenza di Hitler nei confronti degli Inglesi (dall’averli misericordiosamente graziati a Dunkerque al ritardo incomprensibile nel lanciare la campagna d’invasione dell’isola), poi l’ancora più stupido voltafaccia tedesco nei confronti dell’Unione Sovietica – fino a quel momento alleata della Germania – e infine l’intervento americano, che diede la spallata finale alle ambizioni dell’Asse.

      Poi la si può pensare come si vuole sulle singole persone, per carità. Ma l’apporto inglese alla vittoria degli Alleati fu molto marginale, altro che ‘sconfisse la Germania da solo’: se non fosse stato per Russi ed Americani l’Asse avrebbe vinto la guerra nel giro di un paio d’anni; non dico in sei mesi solo perché Hitler non volle affondare il colpo prima, data l’ammirazione che aveva verso i ‘fratelli inglesi’. E su questo, quantomeno, la storiografia è unanime.

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      • 9 settembre 2018 13:55

        analisi riassuntiva ma ottima. in una immaginaria quanto sinistra estetica della guerra, Rommel sarebbe uno dei maestri moderni

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    • Orgio permalink
      8 settembre 2018 15:26

      Non credo sia questione di fare il bastian contrario, ma di riconoscere un abile condottiero militare e tributargli i giusti elogi, al netto delle ideologie sotto le cui insegne ha prestato servizio, poiché la scelta se condividere o meno tali ideologie è rimessa al singolo individuo.
      In ogni caso, “Ha sconfitto la più grande armata mai esistita da solo” mi sembra una tesi quantomeno opinabile dal punto di vista storiografico.

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  3. weareblind permalink
    8 settembre 2018 15:55

    Dopo avervi letto tutti, m’è salito un “mecojoni” spontaneo. Anvedi quanta curtura.

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  4. Zac permalink
    10 settembre 2018 09:51

    Non sono un grande estimatore dei Marduk.. ma ho letto questo articolo come fosse il più bel romanzo di guerra mai scritto…!

    grazie per questo pezzo e per questa bella finestra sulla storia

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  5. 11 settembre 2018 16:54

    Bellissima recensione veramente! In una sorta di recensione scrissi della Volpe del deserto in questi termini: “uno dei marescialli che meno è stato legato al partito nazista ma che è stato uno dei più fedeli alla Germania come soldato e come “essere” tedesco”. Ancora complimenti, passione e cuore, questo cerco da una recensione.

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