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Avere vent’anni: KATATONIA – Brave Murder Day

30 novembre 2016

katatonia

C’è chi sostiene che chiunque artisticamente muoia entro i trenta, che in nessun caso valga la pena ascoltare roba prodotta da chiunque dopo i trenta; comunque la si pensi, ne sono bastati ventuno ai Katatonia per dare forma a Brave Murder Day. In poche parole per chi fino ad oggi non abbia potuto o voluto godersi lo spettacolo: la ridefinizione del concetto di exploit che t’ha detto bene se è riuscito una volta (comunque non si ripeterà, non agli stessi livelli). Un totem. Pietra angolare in un territorio da nessun altro solcato con lo stesso passo – alcuni sono arrivati molto vicino, altri quasi sono riusciti a sfiorarlo – come loro, soltanto i Katatonia e soltanto alla fine del 1996. Da allora e per sempre la messa in musica del dolore senza conflitto, l’accettazione finale di ogni sfumatura dell’infinita numerata serie di fluttuazioni burlesche che compongono la personale realtà di ognuno, in un linguaggio al tempo stesso universale e individuale: la resa sonora dell’Aspettando Godot dell’esistenza. Restiamo qui per un po’, succederà qualcosa oggi? È LA domanda, destinata a rimanere senza risposta finché si vuole restare ancorati su questa terra a cercarla, la risposta.

Nelle intenzioni, Brave Murder Day voleva essere un concept album sul suicidio. Il futuro della band ancora incerto, soltanto un segmento da incastrarsi a fatica nei rispettivi impegni dei due membri fissi – Jonas Renkse più interessato a portare avanti i suoi October Tide, Blackheim appena entrato nei Bewitched, da poco pubblicato l’esordio della one man band Diabolical Masquerade in cui cantava e suonava tutti gli strumenti. Non bastasse, Renkse temporaneamente afono dopo il tour con gli October Tide; così avevano chiamato a cantare Mikael Akerfeldt, voce di un gruppo che mescolava death a progressive metal, che fino ad allora aveva firmato un brano per il quale la parola capolavoro ha un senso (In mist she was standing), quindici minuti di estasi all’interno di un disco nel complesso non altrettanto esaltante (Orchid): gli Opeth erano ancora cosa per la quale.

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In qualche modo, quel che esce qui è qualcosa di mai più replicato da chiunque, eternamente sospeso in un limbo che rende irrilevante lo scorrere del tempo. Ho ascoltato per la prima volta Brave Murder Day vent’anni fa; da allora non ho più smesso. Non sempre, nemmeno in occasioni tanto rare da ricordarle con precisione: nei mesi freddi dell’anno, quando le giornate si accorciano e il buio ricomincia a essere cattivo, Brave Murder Day torna sempre fuori. È un continuum spaziotemporale all’interno del quale invecchiare (in tutti i sensi: biologico, mentale) non conta un cazzo. Non è che dopo un po’ anche basta dai, che mi ricorda quando ero regazzino eccetera; il fatto è che dentro quei solchi sono rimasto uguale. L’effetto di quei suoni su di me, renderlo a parole, come tentare di raccontare il vento a una pietra.

Brave Murder Day esce in sordina e contro ogni previsione nell’autunno 1996. A pubblicare, la Avantgarde Music di Roberto Mammarella che in quegli anni “all’avanguardia” lo era per davvero: i dischi che pubblicava, da nessun’altra parte roba altrettanto potente, almeno sette anni avanti qualsiasi Nuclear Blast o Century Media del caso (oltre ad avere scardinato irreversibilmente i binari del subconscio di chiunque l’anno prima fosse entrato in contatto con il terminale In Absentia Christi dei suoi MonumentuM – io ero tra quelli). Il successo sarà immediato e determinerà la svolta successiva del gruppo, dopo due mini a mantenere le posizioni: ancora molto bene Discouraged Ones, nei ranghi Tonight’s Decision, ultimo scatto in avanti Last Fair Deal Gone Down, incarnazione perfetta dei Katatonia livello successivo, il resto deriva. C’è in giro un gruppo con lo stesso nome ancora oggi, brutti cloni dei Radiohead (come se già non bastasse e avanzasse il prototipo) quando va bene; quando va male, ciarpame che ha perso anche il senso di declinare la presa a male. Continuano a farlo come zombie al centro commerciale. Probabilmente arriverà il giorno in cui, all’interno dei mostruosi aggregatori intercambiabili di carcasse in cerca di cash e gruppi improponibili fin dalla nascita che sono diventati i festival metal oggi, improvvisamente reunion con Mikael Akerfeldt performing the album Brave Murder Day in its entirety. Ma noi non ci saremo. (Matteo Cortesi)

9 commenti leave one →
  1. analviolence permalink
    30 novembre 2016 12:16

    ” […] il fatto è che dentro quei solchi sono rimasto uguale”. Niente da aggiungere

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  2. Fanta permalink
    30 novembre 2016 13:41

    Bellissima analisi, meglio non si sarebbe potuta fare. Uno dei dischi della mia vita. Al tempo, indeciso se proseguire o meno gli studi universitari, mi ero dato al sottoproletariato urbano. Forse volevo capire cosa cazzo volesse dire lavorare sul serio. Di notte, fino all’alba, in giro in macchina per una città che allora (Roma) era ancora splendida.
    Brave Murder Day ed Eternity (la cosa migliore degli Anathema, senza se e senza ma) passati su TDK. E un pezzo di quello struggimento rassegnato è rimasto così. Oggi come allora.

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    • ignis permalink
      30 novembre 2016 19:39

      Ma poi ti sei laureato?

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      • Fanta permalink
        30 novembre 2016 20:09

        Sì, ignis, mi sono laureato. E solo perché ho capito che portare a casa la stozza in quel modo era troppo faticoso. Ed era senza prospettive… Ora, non è che oggi laurearsi voglia dire prendere un ascensore sociale…anzi…oggi forse è meglio non provarci nemmeno. Ma quelli erano altri tempi, da questo punto di vista soprattutto.

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  3. Fanta permalink
    30 novembre 2016 14:41

    Aggiungo una curiosità, forse non dico nulla di nuovo e me ne scuso. Tuttavia…
    Ho sentito dire da più parti che in realtà il materiale di questo disco sia stato “partorito” in poco meno di una settimana. Il “vero” secondo disco dei Katatonia sarebbe dovuto essere quello poi riversato in Rain without end degli October Tide.
    La sottolineatura di Cortesi è vera: l’urgenza creativa è figlia di un momento irripetibile. È spesso legata alla rottura di un canone, a una riformulazione improvvisa e inaspettata nel momento più difficile; sospesa tra la rovina, il dolore, la follia e l’incoscienza.

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  4. 30 novembre 2016 14:52

    Non lo ascoltavo da tantissimi anni, perso tra i mille album dimenticati durante i vari traslochi. Penso che non riuscirò a toglierlo dallo stereo per molto tempo. Bellissimo, grazie per la rimembranza.

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