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Avere vent’anni: GRAVE DIGGER – Knights Of The Cross

26 maggio 2018

Ci sono due album dei Grave Digger per cui vado letteralmente pazzo: uno è The Reaper, che li rilanciò nei primi anni Novanta nella migliore maniera possibile, l’altro è Knights of the Cross – col quale li conobbi in un momento storico nel quale non era possibile che tu, o un amico oppure anche un conoscente, non avessi sentito parlare di Rebellion (The Clans Are Marching). Era il pezzo heavy metal per eccellenza che tutti erano destinati a fischiettare o sentirsi rimbombare nella testa, e in un modo o nell’altro è grazie ad esso che avresti fatto per forza i conti con la band di Chris Boltendahl, e con la sua radicata raucedine che nessun mucolitico è mai stato capace di domare.

Non Tunes Of War, che era bellissimo e aveva un suono capace di rasentare la perfezione, ma il successivo Knights of the Cross mi fece letteralmente innamorare di una band della quale conoscevo appunto una sola canzone. E mi riempì decine di pomeriggi di un’annata in cui, da freak della musica pesante qual ero, avevo l’esponenziale imbarazzo della scelta poiché stava uscendo praticamente di tutto. L’album aveva tutte le carte in regola per non essere un successore all’altezza dell’incredibile manifesto heavy metal di due anni prima, ma richiedeva solamente una diversa chiave di lettura: che non passava per l’accurato concept sui templari, né per i suoni meno poderosi di cui disponeva e che sarebbero tornati alla ribalta col successivo Excalibur. Il vanto di Knights of the Cross erano semplicemente le sue canzoni: uno di quei dischi che riuscivo a sentirmi d’un fiato, senza saltare praticamente nulla o comunque trascurando giusto il minimo indispensabile. Ad esempio, non ho mai capito se Fanatic Assassins fosse una cosa fichissima o un pezzo imbarazzante tutto incentrato sulla ripetitività ossessiva del ritornello; una cosa che mi capita molto di rado, e che potrei dire di aver vissuto ad esempio con Escape dei Metallica: la trovo detestabile, ma ce l’ho nella testa e so che non ne uscirà mai. 

Il resto è un mix ben bilanciato fra le cose più oscure di quegli anni (Symphony Of DeathHeart Of Darkness) e brani veloci che fanno perfettamente da preludio alle pubblicazioni future, come Over The SeaInquisition, rapide e lineari e sempre in balia della consueta doppia cassa ad elicottero di Stefan Arnold.

Poi ci sono i classici, l’incedere marziale della fantastica titletrack così come il delirio speed metal di Monks Of War che richiama brani passati come Ride On oppure Fight The Fight. Un’altra perla degna di nota è Heroes Of This Time, per certi versi acceptiana e impostata su di un crescendo mid-tempo che la vedrà esplodere molto presto. Forse la mia preferita, insieme a Lionheart, in un album di cui come ho detto riesco difficilmente a scartare qualcosa: il mio preferito dei Grave Digger con The Reaper del 1993, poco prima di una svolta sonora della quale avrei apprezzato solamente le primissime cose con Uwe Lulis, poi poi disinteressarmene completamente. Detto fra noi, dopo The Last Supper è come se avessi una sorta di vuoto di memoria, eppure me li sono ascoltati. (Marco Belardi)

6 commenti leave one →
  1. Vanni Fucci permalink
    26 maggio 2018 11:32

    Album stupendo, e sono contento che venga citato anche il sottovalutato The Reaper. Comunque per me l’apice del disco sono le ultime due tracce, ma praticamente tutto bellissimo.
    Ps: certo però che non sono esattamente dei maestri di sottigliezza nelle lyrics… ogni volta che sento “FIGHT TO DEFEND JERUSALEM FROM THE UNHOLY DEVILS” mi chiedo cosa succederebbe se fossero più conosciuti 😀

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  2. weareblind permalink
    26 maggio 2018 14:37

    Io vinsi un premio, che non ricordo più, chiamando il programma Black Art su una radio di Como che 20 anni fa passava metal il sabato sera. E risposi su quest’album. Io non ricordo nulla da dopo Excalibur, The last supper so solo che esiste,

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  3. 26 maggio 2018 15:00

    disco imprescindibile e bellissimo, ma io sono di bocca buona e amo tutto ciò che è uscito a nome Grave Digger fino a Rheingold, forse escludendo solo lo sciapissimo The Grave Digger, compreso il loro sedicente exploit commerciale a nome Digger con Paperino cyborg in copertina e loro con le camicie a fiori. Fatto sta che da questo non si butta via niente, nemmeno i pezzi più stanrdard e banalotti tipo (appunto) Fanatic Assassins che se la ripeti tipo Mantra non può non mandarti in estasi, o The Curse Of Jaques.

    Belardi, però devo richiamarla all’ordine!!! Dopo Lulis è arrivato il povero Manni Schmidt a cannare tutti gli assoli dal vivo, però era comunque molto simpatico. La morte vera è stata l’arrivo di quel cretino di Axel Ritt.

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  4. Robocost permalink
    26 maggio 2018 15:40

    Uscisse nel 2018 verrebbe probabilmente incoronato disco dell’ anno. Bei tempi…mi viene da piangere se penso a porcherie come gli ultimi quattro album di studio

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    • 26 maggio 2018 20:29

      aspetta, non si erano sciolti dopo Last Supper e si sono poi riuniti solo per suonare dal vivo i pezzi vecchi e farci tutti felici?

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      • Robocost permalink
        27 maggio 2018 11:07

        @fomentor: in una dimensione alternativa forse sì. Secondo me comunque Liberty or death e Ballads of a Hangman non sono malaccio, qualche pezzo carino qua e là si trova sempre, non a caso sono anche gli ultimi due album con Manni Schmidt alla chitarra.

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