Un blast beat per Greta Thunberg: CATTLE DECAPITATION – Death Atlas

Cari fratelli del vero metal, spero non mi lapiderete con le polpettine di seitan se vi confesso che a me i Cattle Decapitation non hanno mai fatto impazzire. Li trovavo insulsi all’inizio, quando facevano un tutto sommato ordinario grind/death. Mi lasciavano freddino nel periodo successivo, grossomodo da Humanure in poi, nel quale iniziarono a guardare al brutal tecnico. Li trovo già più interessanti, pur con i dovuti distinguo, da quando hanno iniziato a buttarla sui rallentamenti e su “questi ritornelli con la voce pulita che sembrano quelli degli Strapping Young Lad“, per dirla con il Belardi, con il quale mi sono confrontato in materia via whatsapp per capire se sia davvero solo io a digerirli con difficoltà. Per il nostro toscanaccio “erano uno dei pochi gruppi che smuovevano un po’ quella roba tra death e grind, dico tra i più classici, lascia stare i Nasum o i Dillinger“. Sarà. Nondimeno, in virtù degli enormi consensi dei quali godono, non ho mai mancato di dare una chance a ogni nuovo loro disco, con risultati alquanto altalenanti.

Il punto è che, se rinunci al tiro per cambiare riff ogni cinque secondi, come avviene grossomodo da The Harvest Floor in poi, devi saper coordinare e dosare una simile quantità di carne (ops) al fuoco. A un eccellente bagaglio tecnico (che c’è e non si discute) va accompagnata una scrittura all’altezza. Altrimenti viene fuori un troiaio. Suppongo che a tantissima gente faccia impazzire a prescindere che i Cattle Decapitation suonino dieci cose diverse in brani di pochi di minuti. Per me dipende: certe volte ci prendono, altre no. In generale, mi è capitato raramente di non arrivare all’ultima traccia esausto.

Death Atlas è tra i dischi dell’anno su un sacco di siti di gente che ne capisce. Magari c’entra pure l’ecologismo apocalittico e un po’ menagramo che rende i californiani perfettamente calati nello zeitgeist, chissà. A me non ha entusiasmato affatto, sebbene vada dato atto ai Cattle Decapitation di saper cambiare le carte in tavola con ogni album, il che non è assolutamente poco dati i rigidi confini creativi del loro genere di provenienza. In particolare, quest’ultimo platter approfondisce quella componente industrial black, vagamente Anaal Nathrak, che era stata già accennata nel precedente The Anthropocene Extinction, per me il migliore del nuovo corso. Lì il giochino della contaminazione era riuscito piuttosto bene: l’utilizzo un po’ stucchevole delle clean vocals era bilanciato da un consistente vena post thrash che dava ai pezzi nerbo e struttura. Su Death Atlas il delicato equilibrio salta di nuovo.

Lo sforzo di non ripetersi mai è evidente e, per molti versi, lodevole. Il ricorso ai ritornelli con voce pulita di cui sopra, presenti ormai in ogni traccia, è diventato però davvero eccessivo: Travis Ryan fatica a costruire linee convincenti, con un falsetto stridulo che dopo un po’ finisce per dare sui nervi, anche perché è sparato un po’ troppo alto nel missaggio. Capisco che, in tempi di Extinction Rebellion, la band ritenga di non aver occasione migliore per proclamare il proprio messaggio a gran voce a partire dai volumi, per carità, ma si ha a maggior ragione la sensazione che stavolta l’elemento concettuale sopravanzi quello musicale. Su questo fronte di memorabile non c’è molto. La scelta di soluzioni meno arzigogolate lascia sovente spazio alla noia (i nove minuti e passa della title-track sono decisamente troppi) e la svolta, diciamo così, “melodica” non appare così vincente. I brani più efficaci sono infatti anche quelli più violenti, come Absolute Destitute e Finish Them, per quanto siano a loro volta castrati da suoni ovattati e poco aggressivi.

Una delusione, quindi, a prescindere da quanto i Cattle Decapitation restino distanti dai miei gusti, un po’ come le succitate polpettine di seitan. (Ciccio Russo)

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