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Fenriz guarda come si fa: SLAEGT – Domus Mysterium

19 dicembre 2017

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Il termine black and roll ha storicamente più autorevolezza di quando a casa nostra si pronuncia roba come governo tecnico. Tuttavia, negli anni qualcosa di accomunabile a quest’etichetta mi ha divertito eccome: non posso non ricordarmi di Fuel For Hatred e del poco altro che sono riusciti a combinare in quell’ambito i Satyricon, o del fuoco di paglia acceso dai Khold a inizio millennio col discreto Masterpiss Of Pain. Ma soprattutto ripenso ai Darkthrone, che con The Cult Is Alive ci consegnarono un vero e proprio ed anche intaccabile manifesto di quel preciso concetto di musica.

Gli Slaegt, danesi e musicalmente giovanissimi anche se profondamente evoluti rispetto agli esordi, se ne escono quest’anno con l’ennesimo disco interessante di un’annata con pochi veri fuochi d’artificio, ma in cui è uscita una valanga di roba di buon livello. Soprattutto se si parla di estremo. Domus Mysterium è in linea di massima ciò che speravo i Darkthrone diventassero una volta mollato il crust-punk per iniziare a celebrare la New Wave Of British Heavy Metal, fottendosene di ciò che era il loro vero mestiere, e tirando fuori una sequela di dischi onesti dei quali m’è rimasto in testa solamente The Underground Resistance. Il tutto in preda a una irrefrenabile voglia di cazzeggio a tempo pieno, come ai tempi in cui si coverizzavano i Tank. 


Se spesso la miscela sconsiderata di troppe cose mi irrita, anche se dai primi anni duemila è diventata il salvagente di una scena intera, negli Slaegt il giochino funziona alla perfezione e la formula potrebbe essere riassunta brevemente in black metal, con l’aggiunta di speed metal di forte deriva NWOBHM e una più che accennata componente folk. E’ questione di chimica, come diceva quella stronza sull’aereo. Arpeggi e atmosfere che richiamano perfino i Dissection, quasi palesemente nel break di In The Eye Of The Devil. E che richiamano – a mio avviso – addirittura il Burzum del rinomato debutto, grazie all’elementarità compositiva che non significa affatto che gli Slaegt abbiano delle mancanze nello scrivere, o che producano alla maniera minimale di quegli anni perduti. Poi assoli di chitarra ottantiani e di una certa personalità – sempre dando privilegio alle linee melodiche piuttosto che alla tecnica – e numerosi cambi di tempo facilmente sfruttabili grazie ai tempi dilatati dei singoli brani: con ciò, il livello dei pezzi risulta davvero molto alto, sentire The Tower o I Smell Blood per credere, e per innamorarsi all’ istante di questa nuova gemma di colore più che nero, ma adatta un po’ a tutti. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. vito lomonaco permalink
    19 dicembre 2017 11:11

    vero,ricordano i darkthrone ma sono piu’ orecchiabili, sto pezzo di sette minuti e mezzo non mi ha annoiato bravi.

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  2. fredrik permalink
    20 dicembre 2017 07:41

    io ho imparato a seguirli dal loro precedente EP (e grazie a voi che li segnalaste). Dico solo che sono nella mia top ten del 2017 e che di fatto è l’unico disco vagamente black metal che ho apprezzato. Facendo un discorso più esteso, e soprattutto da vecchi tromboni, il black moderno fatto di dissonanze (vedi discorso fatto su blasphemer), o altre espressioni contemporanee come il blackgaze, per tacere degli orridi abomini bububu, proprio non mi piace e di fatto è un genere da cui mi sono discostato totalmente. Gente come gli Slaegt a parer mio sono la migliore espressione del black metal che posso trovare nel panorama odierno.

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