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L’anziana sulle scale del condominio: SATYRICON – Deep Calleth Upon Deep

27 settembre 2017

Lo scrittore preferito di molti me incluso, H.P. Lovecraft, spesso strutturava i suoi racconti mettendo al centro di essi un personaggio alla ricerca di una spiegazione razionale a ciò che la sua percezione gli mostrava; il che degenerava in una serie di eventi i quali, esplodendo in un climax finale, rivelavano al malcapitato quello che l’autore spesso descriveva come l’orrore. Ho avuto una pazienza infinita con quella che posso tranquillamente descrivere come una delle band estreme più significative della mia adolescenza, i Satyricon, Ma dopo quattro album consecutivi semplicemente dolorosi da sopportare, a cui si aggiunge il fresco Deep Calleth Upon Deep, l’icona di Satyr e Frost assume i connotati di una di quelle inquiline di ottantacinque anni che incontri per le scale, e che sei sicuro ti sfracelleranno le palle sul tempo che è piovoso a novembre e altre circostanze fantastiche (e dove trovarle). Vorrei ignorare di volta in volta l’anziana, che ai suoi tempi aveva sicuramente un bel culo e pubblicò pure The Shadowthrone, ma eccomi qua a recensire il successore dell’ anonimo/omonimo, nonché pretenzioso loro Lp del 2013 in cui perlomeno si era provato a fare qualcosa di diverso.

Fa rabbia che Rebel Extravaganza, pur imperfetto, fosse qualificabile senza problemi come il disco che registreresti dopo che -uscito di casa per andare a lavoro- hai trovato la fiancata della tua auto nuova rigata da cima a fondo e sai benissimo chi è stato, e nell’attesa di lasciargli in cassetta della Posta le deiezioni canine raccolte con cura ogni mattina, assembli quei riff che ti sono venuti in mente di getto. Il disco del 1999 era un concentrato di rabbia e misantropia mai visto prima nella discografia dei Satyricon, e proprio per quello aveva attutito il repentino cambio di stile avvenuto così in fretta dopo Nemesis Divina ed i successivi Ep. E non trova spiegazione il fatto che, da lì in poi, i Satyricon si siano trasformati nell’orrore che fa su e giù per scale del tuo condominio, fingendo di innaffiare le sue piante grasse la cui terra, in penombra a qualunque orario, è già marcia di acqua per trovare TE, sfortunato interlocutore di turno, e raccontarti minuziosamente il suo martellante nulla a riguardo dei “disagi meteorologici personali giornalieri”. E oggi i Satyricon ti raccontano minuziosamente che dopo avere osato nel 2013 ed essersi accorti che pure quello era piaciuto a pochi, i due adesso rimontano in carrozza e ci propinano qui un po’ di tutto.

Mancano le hit ruffiane, come all’epoca furono la fantastica Fuel For Hatred oppure K.I.N.G. e la cosa un po’ mi dispiace pure; la maggioranza di Deep Calleth Upon Deep è invece occupata da mid-tempo decadenti i cui ritmi sono dettati dalle semplici e marziali partiture del celebre batterista proveniente dalla Contea di Oppland. C’è il black metal, come nella lenta To Your Brethren In The Dark (uno dei migliori episodi in assoluto) e nella più classica Black Wings And Withering Gloom, a dire il vero un pezzo non particolarmente ispirato e che risulta vivere quasi una situazione da terzo incomodo. La buona Blood Cracks Open The Ground mostra strutture melodiche ai limiti del progressive, scimmiottando in quella portante un motivo dei nostrani Goblin, mentre alla opener Midnight Serpent, che non si presenta benissimo ma poi inaspettatamente cresce, spetta probabilmente il titolo di migliore episodio del lotto.

Il problema principale di Deep Calleth Upon Deep, perché poi ce ne sono pure altri di incombente gravità, è che dà il meglio di sé nella sua prima parte, rivelandosi sicuramente di qualità superiore all’ infimo The Age Of Nero, peggiorando senza ritegno dalla title-track in poi. Ed è esattamente da lì che Satyr e Frost si concedono qualche esperimento in più: la rockeggiante The Ghost Of Rome è una delle cose più brutte mai scritte dai Satyricon, gli fa eco Dissonant (buon inizio poi il vuoto) e pure la conclusiva Burial Rite riesce a convincerci che è meglio buttarsi dalla finestra che passare dalle famigerate scale.

L’elettronica è l’aspetto che funziona peggio di tutti: raffinata e minimale ma mai ispirata, e connotato fondamentale dei tempi che furono. La cosa che ci si impone di ammirare, è che dopo avere concentrato molti propri sforzi su di un’estetica da cacciatori di milf per un decennio, i nostri si siano in parte buttati nuovamente sulla musica a partire dallo scorso lavoro, che complici i problemi fisici accusati dal cantante un paio di anni fa, avranno sicuramente fatto loro rivalutare l’intera faccenda. Gli album sono ancora tutt’altro che belli, ma Frost si presenta nuovamente con un look da orso bruno (Ursus Arctos, Linnaeus 1758, famiglia degli Ursidae), e magari l’orrore che ci mostreranno nell’immediato futuro sarà quello composto dal loro nichilismo e dal modo unico che hanno avuto di rappresentare in musica l’Oscurità negli anni novanta. Oppure -e con maggiore probabilità- continueranno così. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    27 settembre 2017 17:30

    Vorrei sapere chi cazzo è che compra ancora i dischi dei Satyricon, sul serio. Non credo qualcuno li abbia apprezzati in passato, me compreso, possa anche lontanamente farsi piacere sta roba tristissima. Allora chi? I regazzini de iutubbe? Ma sul tubo c’è pure il trono umbratile o il castigo divino… E quindi? Gli amerecani? Gente senza categorie estetiche? Chi? CHIIII??

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  2. bonzo79 permalink
    27 settembre 2017 17:51

    ormai inascoltabili… però a me diabolical, now piacque abbastanza

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  3. fredrik permalink
    27 settembre 2017 23:02

    siete stati bravi a farvi piacere pure rebel extravaganza, per me sono un capitolo chiuso dopo nemesis divina. do’ loro l’attenuante – come pure per gli arch enemy – che dal vivo i pezzi più recenti prendono un tiro decisamente migliore rispetto ai dischi, sarà che hanno anche delle produzioni pessime… anche questo nuovo album vorrebbe essere un po’ grezzo e un po’ leccato, e alla fine non è nè questo nè quello.

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