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Avere vent’anni: DIMMU BORGIR – Spiritual Black Dimensions

26 marzo 2019

Conoscevo questo tipo, mio coetaneo, che era un vero barbaro: completamente ossessionato dalla filmografia bellica post anni Cinquanta, a un certo punto naturalmente si diede al soft air e arrivò a mimetizzarsi nei boschi scandiccesi per vedere se i passanti lo notassero o meno. Quello che non capiva è che solo in guerra un essere umano tende a notare dettagli del genere, e di conseguenza ai contadini che passavano di lì non poteva fregare un emerito cazzo di cosa si aggirasse o non si aggirasse tra le querce e i pini che circondavano i loro terreni. Dopo esserci addentrati in numerosi edifici abbandonati e avere ragionato per ore di classici come Stalag 17, ci perdemmo di vista per svariati anni.

Un giorno lo vado a trovare, non di ricordo di preciso perché, ma nel frattempo aveva trasformato la sua cameretta in una sorta di palestra improvvisata, e ragionava come un personal trainer dei più invasati. Arrivai a pensare che fosse stato preso da La Cosa, ma il dettaglio più inquietante era che aveva in qualche modo covato un’inspiegabile ossessione per David Beckham. L’uomo definitivo, l’icona di cui avremmo dovuto col tempo assumere le sembianze fisiche e soprattutto metodiche. Ogni tanto un barlume del vecchio amico pazzo per il fucile d’assalto Steyr AUG si manifestava nei suoi occhi per poi scomparire nuovamente, in balia della dominanza totale che l’allora ala del Manchester United esercitava nei suoi confronti. Da allora l’ho incrociato giusto un paio di volte, del tutto identificato in una sorta di Briatore trentenne metrosexual, narciso come da manuale dei giorni nostri e – come si dice sui social network quando si è riusciti ad attaccare un quadro a una parete – totalmente resiliente verso le ostilità del mondo circostante.

I Dimmu Borgir sul finire degli anni Novanta erano esattamente nelle sue condizioni: avevano la smania di pubblicare materiale più o meno inedito ogni cinque minuti, perché sapevano che ogni occasione sarebbe stata quella giusta per sfondare. Enthrone Darkness Triumphant gli aveva spalancato le porte di un sacco di cose, e fu in quel periodo che anche la band di Shagrath e Silenoz avrebbe individuato, e in segreto venerato, il proprio personalissimo David Beckham: Anthems To The Welkin At Dusk.

L’album degli Emperor, uscito nello stesso anno del capolavoro dei Dimmu Borgir, suonava esattamente come questi ultimi si immaginavano che occorresse suonare allo scopo di crogiolarsi fra divanetti con più tette che cuscini, moniker stampati a grandi caratteri sui manifesti dei festival estivi e un sound sempre più pomposo, sinfonico, arricchito. Peter Tagtgren avrà aperto la porta degli Abyss Studios convinto di ripetere le tecniche di registrazione e mixaggio che risultarono vincenti poco addietro, e, dopo un rapido briefing coi norvegesi, le uniche cose rimaste nella sua testa sarebbero state il suicidio, la castrazione meccanica e, tanto per cambiare, gli alieni. Lo misero nelle condizioni di produrre un album nella peggiore maniera possibile, come se una donna volesse la stessa capigliatura di un levriero afghano e si recasse dal toelettatore anziché dal parrucchiere.

Insistere con lo stesso produttore fu il primo, grosso sbaglio. Il secondo si chiamava Mustis, per inciso uno dei due tastieristi al mondo che infilerei in una botte ex Sherry per calarli sul fondo del Pacifico e lasciarli al giudizio delle grosse piovre affette da gigantismo abissale. L’altro è Jordan Rudess. La “peculiarità” di questi due individui è stata quella di entrare nelle rispettive band con lo stesso piglio del protagonista spocchioso di The Hurt Locker, e iniziare a fare un po’ quello che cazzo gli pareva, cancellando così tutti gli equilibri ottenuti a fatica negli anni precedenti dai restanti, o peggio ancora precedenti, componenti. I Dimmu Borgir avevano Stian Aarstad, il miglior tastierista dell’intera scena: non brillava tecnicamente, ma era un compositore dalla creatività sopraffina che sarebbe finito – nel 1998 – per incidere con un gruppo chiamato Enthral l’album The Mirror’s Opposite End. Tre cose mi ricordo di esso: la copertina orribile, il batterista che cantava un po’ come Dan Beehler degli Exciter, e Stian Aarstad. Non era affatto un brutto disco, forse un po’ morbido per i miei gusti e rovinato da un mixaggio che guarda caso privilegiava batteria e voce, ma ad ogni modo risultava ben oltre la  sufficienza. Recuperatelo, se ne avete modo. Mustis fece comparsa dall’altro lato della barricata col suo bagaglio tecnico sconfinato: sapeva suonare sette o otto strumenti diversi fra cui il violino, e i Dimmu Borgir videro in lui l’ariete con cui sfondare l’unica muraglia che li divideva dal David Beckham norvegese.

E così si trasformarono, ma ovviamente non come avrebbero voluto: anzichè crossare dal fondo o piazzarla al sette, Shagrath si cimentò nel cantato pulito pur non essendo ICS Vortex dei Borknagar, le tastiere presero il sopravvento su tutto e Silenoz, da buon chitarrista, decise di alzarsi i volumi in sede di mixaggio, provocando un pastrocchio sonoro che ancora oggi mi causa gli incubi notturni. Fu inoltre confermato alla seconda sei corde Astennu, il tizio con un nome da pastore sardo che versa latte sulla E25 bloccando il transito automobilistico. In Spiritual Black Dimensions tutto quanto era confuso, a partire dall’attitudine del gruppo che in quegli anni ricorreva a cappelli da cowboy per le foto da allegare alle interviste. Ma ricordo benissimo che il primo effetto ricevuto da quest’album fu talmente positivo che per settimane non ascoltai altro. È una cosa che in quel periodo mi capitava di frequente: usciva qualcosa e mi piaceva talmente tanto da creare un punto di frattura da tutto quanto il resto: Hatebreeder dei Children Of Bodom, Mater Of All Evil dei Necrodeath e The Gathering dei Testament furono tre dischi del medesimo periodo che avrei potuto mettere in cuffia dal dentista sostituendo con essi l’anestesia. E così fu anche con Spiritual Black Dimensions, anche se durò pochissimo. Ricordo anche che il giorno dell’acquisto io, appassionato terminale di pesca sportiva, aprii in negozio il booklet del nuovo album dei Dimmu Borgir, e proprio lì c’era questa foto di un pezzo di carne con tanti ami neri infilati dentro: esclamai una bestemmia e lo acquistai, all’istante. Dopodiché mi sono sempre domandato a cosa volessero riferirsi, con quell’immagine. Pazzi, geniali, folletti (cit.). O magari semplici pescatori di storioni. Ad ogni modo, la colpa sarebbe stata di Mustis, e sua soltanto, anche se in realtà avevano imboccato il sentiero della Nuclear Blast e lo sapevano benissimo.

In Spiritual Black Dimensions non mancavano comunque i pezzi da novanta, cioè quelli che ti saresti ricordato benissimo anche a distanza di molti anni: Reptile metteva subito le cose in chiaro senza nascondere nessuno degli elementi chiave dell’album, Dreamside Dominions possedeva alcune delle migliori linee melodiche del disco intero, e Grotesquery Conceiled si sarebbe rivelata un autentico fulmine a ciel sereno col suo pazzesco crescendo finale, degno – soltanto in quel senso, s’intende – della violenza inaudita dei Satyricon di Immortality Passion. Era tutto quanto filtrato dalla loro ambizione: i Dimmu Borgir stavano diventando musicisti che, una volta fissato il traguardo, ne sarebbero rimasti accecati, perdendo quindi di vista l’essenza oscura che li aveva celebrati due anni prima, le atmosfere malinconiche di Stormblast e tutte quelle caratteristiche per le quali amai il gruppo di Oslo. A tenerli coi piedi per terra era soltanto il riconoscibilissimo drumming di Tjodalv, di tanto in tanto ricoperto da imbarazzanti effetti, ma pur sempre il suo ottimo modo di suonare la batteria in quell’ambito: la sua ultima timbratura del cartellino, dopodiché fu il turno dei Susperia. Anthems To The Welkin At Dusk invece era un qualcosa che non si imita, gli Emperor in assoluto stato di grazia, che infatti pagarono nello stesso anno il confronto con sé stessi in IX Equilibrium. Ma è un’altra storia, e, di storia trattandosi, i Dimmu Borgir con Spiritual Black Dimensions chiusero un capitolo per aprirne uno nuovo che mai mi avrebbe appassionato tranne un poco longevo abbaglio iniziale. (Marco Belardi)

5 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    26 marzo 2019 10:10

    onestamente mi ricordo solo Dreamside Dominions, ma concordo in pieno con te…la produzione è veramente allucinante, quando il mio compare compro il cd eravamo convinti che ce lo avessero dato fallato visto che si sentiva abbastanza di merda….

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  2. Bacc0 permalink
    26 marzo 2019 10:54

    Mi ricordo una recensione cerchiobottista su metal hammer, che cercava di nascondere il fatto che questo disco fosse semplicemente il nulla messo in musica. Penso che un senso di inutilità così profondo me lo abbia trasmesso soltanto butterfly effect dei moonspell.

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  3. weareblind permalink
    26 marzo 2019 21:25

    Vi leggo volentieri sul BM, di cui non so nulla. Tranne che sono “pittati da panda” (cit.).

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  4. El Baluba permalink
    27 marzo 2019 16:08

    me lo sono risentito dopo penso quindici anni minimo…beh molto meglio di quello che ricordavo, stiamo sempre dalle parti di enthrone, ma c’è molto più bordello a livello di suoni, spesso la chitarra si perde tra il doppio pedale di tjodalv. Tuttavia, forse anche considerato le porcate che hanno prodotto in seguito, non c’era modo di lamentarsi più di tanto del risultato finale, anche se enthrone rimane su un altro pianeta…

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  5. Simy permalink
    2 agosto 2019 21:05

    Non per dire eh, ma Shagrath non canta pulito. Le clean voices sono di Vortex, ospite che poi andò con loro in tour come cantante e bassista al posto di Nagash che mollò da lì a poco per concentrarsi sui The Kovenant

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