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Inni al firmamento al crepuscolo

30 luglio 2017

 

Il miglior complimento che si possa fare ad Anthems è quello di essere paragonabile ad In The Nightside Eclipse. Mi spiego meglio: esiste gente che preferisce Anthems al debutto, e la cosa è perfettamente comprensibile. Non condivisibile, almeno non da me, ma comunque comprensibile. Questo lo specifico sin da subito per contestualizzare il disco, che è uno dei più grandi capolavori mai scritti da mano umana, o da zampa caprina.

Anthems to the Welkin at Dusk è esattamente ciò che il titolo promette. Inni al firmamento al crepuscolo. Rispetto a In The Nightside Eclipse le atmosfere si ampliano, diventano più epiche ed introspettive, non solo proiettate verso l’interno ma anche verso sé stessi. A differenza del primo, i demoni qui celebrati non sono più quelli esterni, siano essi i genius loci del paesaggio norvegese o le potenze malefiche invocate come da copione del black metal primigenio: è invece lo spirito primordiale dell’anima, una sorta di daimonion socratico, che si risveglia nella contemplazione della natura e nell’annullamento panteista in essa. In questo senso Anthems è un disco meditativo, la cui interpretazione si rivela estremamente variabile a seconda di chi lo ascolta.

Non è un disco che si può ascoltare da adulti e sperare di poter capire davvero. Spero per voi che lo abbiate scoperto e amato da adolescenti. Certe tematiche vanno prese profondamente sul serio per essere comprese; e chiaramente non ci si può immedesimare nella visione del mondo degli Emperor se non si hanno sedici anni, tanto tempo da perdere e l’ingenuità di chi sta scoprendo il mondo in quel momento; tantopiù che gli stessi Ihsahn e Samoth avevano una ventina d’anni al momento di scrivere i pezzi. E c’è un’altra cosa, molto importante: gli Emperor ti davano la dimostrazione incontrovertibile che tu avevi ragione. Quando sei adolescente e ti avvicini a una certa musica e a certe tematiche, il tuo destino è segnato: stai remando controcorrente rispetto al mondo. Poi ognuno prende la cosa in maniera diversa: c’è chi diventa depresso e lagnoso, chi esce nelle strade del paesino con la maglietta degli Sbudellation e rutta in faccia alle vecchiette, ma c’è sempre quel momento in cui puoi pensare di stare sbagliando tutto. Del resto da adolescenti si è molto volubili, e se tutti ti dicono che stai sbagliando è normale cedere talvolta e dubitare del metallo; e di sé stessi. I primi due degli Emperor erano invece la prova tangibile e inoppugnabile che no, porca puttana, è il mondo che sbaglia, e io invece ho ragione. E a vent’anni di distanza, con tutta la sicurezza e la tranquillità d’animo dell’età matura, posso confermare senza ombra di dubbio alcuno che sì, avevo ragione io, e ho ancora ragione io. Gli Emperor erano un limes profondissimo tra noi e loro, tra chi può capire e chi no, chi è affine alla nostra sensibilità e chi si sta perdendo seriamente qualcosa. Ho scritto molte volte che è mia convinzione che una determinata sensibilità ce l’hai nel sangue, e non la acquisti; dipende dalla tua indole, dalle tue inclinazioni naturali, dalla tua visione del mondo: in questo senso, Anthems e ITNE sono due delle più infallibili cartine di tornasole per capire da che parte stai. 

Alsvartr (The Oath), che tecnicamente dovrebbe essere un’intro, mette da subito le cose in chiaro. Non solo perché è una delle cose più belle che potreste mai ascoltare, con l’arpeggio iniziale che monta in una cavalcata marziale fino all’orgasmo finale che culmina con l’esplosione del riff (scritto da Euronymous) della successiva Ye Entrancemperium, ma perché è già tutto qui: l’epica, l’oscurità, l’ampiezza di prospettive, l’assenza di limiti creativi. Non c’era mai stato nulla di simile ad Anthems prima, e paradossalmente niente di simile ci sarà dopo; perché l’approccio compositivo così libero di Ihsahn e Samoth non può essere, per definizione, replicato. Più o meno tutte le canzoni hanno al loro interno delle parti di voce pulita, e solo l’enormità del disco – su cui nessuno ha mai potuto obiettare – ha fatto in modo che, in quei tempi di ortodossia manicheista, sugli Emperor non cadesse mai il marchio d’infamia del tradimento. L’unica vera pecca dell’album è la produzione: molto più curata rispetto al debutto, ma non abbastanza pulita, sembra essere una via di mezzo che in certi momenti spezza le gambe alla resa finale, con un effetto-pastone che andrebbe risolto una volta per tutte con una seria rimasterizzazione. Citare singole canzoni in un’opera del genere sarebbe blasfemo, ma mi si permetta quantomeno di sottolineare quanto With Strenght I Burn sia una delle cose più belle e significative mai uscite fuori dalla Scandinavia.

Come chiosa finale vorrei ricordare un episodio del mio secondo anno di università, quando avevo 19 anni e vedevo tutto un po’ più in bianco e nero rispetto ad adesso: eravamo ad un Magnotta Party, uno di quegli eventi a pagamento in cui Mario Magnotta (colui che con il suo “mi iscrivo ai terroristi” anticipò il fenomeno dei foreign fighters) saliva sul palco e diceva qualcuno dei suoi tormentoni tipo “Voi ce l’avete la lavatrice?” e cose del genere. I miei due sodali, persone perbene ma purtroppo non metallari, agganciarono due tipe con i soliti prevedibili turpi scopi, e io in un rigurgito di intolleranza metallica le feci scappare declamando l’intera intro con voce stentorea fino all’urletto finale in falsetto. Ripensandoci adesso, d’accordo che io avevo ragione e loro no, ma è veramente incredibile come i miei amici non mi abbiano spaccato di mazzate e lasciato in un fosso. Probabilmente è la potenza del demone interiore risvegliato dall’ascolto degli Emperor che ha vegliato su di me, una specie di angelo custode con gli zoccoli. Però c’era una possibilità, per quanto minima, che quelle tipe intuissero la maestosità di Alsvartr e si convertissero al Capro. Magari è andata davvero così alla fine, che ne sai. (barg)

7 commenti leave one →
  1. Crisuommolo permalink
    30 luglio 2017 14:58

    Comprato appena uscito. È il disco che ha cambiato definitivamente la mia visione della musica. Per me c’è un Avanti Anthems e un Dopo Anthems, anche come persona.

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  2. blackwolf permalink
    30 luglio 2017 16:31

    Da ragazzino il black non me lo sono mai filato. Ho aspetto di arrivare ai 30 per dargli una vera chance.
    Vediamo cosa ne sarà sul lungo periodo.
    Concordo pienamente sul discorso, che certe cose o le hai dentro o non le puoi acquistare.
    E che quindi per piacerti certe cose, ci deve essere un po’ di predestinazione dentro di te.
    Un po’ come Hank III quando dice “we are a certain breed and we don’t like you.”
    “No we’re not the kind to turn our backs and run cause 3 shades of black is where we come from.”
    “We’ll never give up on what we have because the darkness gives us our thrills.”
    Ecco, il black metal penso sia una di quelle cose perfettamente descritte da queste frasi e che me le fa venire in mente sempre. Uno stato della mente e dell’animo che hai o non hai, ma che non puoi forzarti di avere.
    Ottima recensione come al solito.

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  3. fredrik permalink
    30 luglio 2017 22:59

    anch’io preso appena uscito, già esaltato dal mini “reverence”… album amato, ma sul lungo periodo vince in the nightside, anche perchè quando uscì non ero più adolescente e la strada contromano l’avevo già imboccata da qualche anno.

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  4. rabe permalink
    31 luglio 2017 00:55

    Belle parole.

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  5. pirox permalink
    31 luglio 2017 11:38

    Dopo aver sentito per la prima volta Alsvartr il primo pensiero che mi era venuto era stato quello di correre a buttare tutti i dischi dei Cradle of Filth (che pure adoro)

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  6. Fanta permalink
    31 luglio 2017 12:46

    Al tempo avevo fatto carte false per convincere un bravo batterista a suonare con la mia band. Lo avevo visto all’opera con un gruppo che faceva (molto bene) cover thrash metal. Suonava in mutande e calzini, a meno trenta gradi così come ad agosto. Era ignorante, furioso e meravigliosamente puro, come il protagonista di Hesher. Quando andavamo a provare capitava di affittare una saletta puzzolente alle 10 del mattino. Che te piji? Cappuccino e cornetto, tu? Campari cor gin. Ma sono le 9:40 del mattino, oh! Mbè? Me fa male er latte, me appesantisce…
    In quel periodo si portava dietro la cassetta di Blizzard Beasts e puntualmente mi chiedeva di metterla in macchina. Dai, però lo sai, a me sto disco non me convince. Ma che cazzo stai a dì, daje, senti qua. E via a picchiettare con la mano piena di anelli sul tetto della macchina. Chiudi sto finestrinoooo, e che cazzo fa un freddo cane. L’hai visto il tettino come me l’hai conciato? Pare che ce s’è allenato uno coi pattini per il ghiaccio! Ahahaha. Ma sta bono, senti, senti…MONTAAANNNNSSSS OV MAITTTT!!!!!
    Esce Anthems, lo passo su cassetta per regalarglielo. Tra l’altro copiare una cassetta per un amico appassionato era un gesto d’amicizia tra i più significativi, allora.
    Leva sto cazzo de Blizzard, sta zitto, non picchiettare. Ascolta.
    15 minuti di puro, stupito, meravigliato, silenzio. Sul finale di Thus spake the nightspirit mi giro a gurardarlo. Ha gli occhi lucidi. Che dice qua, Fabbrì? Nait? Spirit? Night spirit embrace my soul. Ecco, me lo devo tatuare, me lo vojo tatuà sur braccio.
    Lo ha fatto sul serio, poi.

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Trackbacks

  1. Brutal Assault @Fortress Josefov (CZ) 9-12.08.2017, | Metal Skunk

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