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DREAM THEATER – Distance Over Time

3 marzo 2019

Il nuovo Dream Theater nasce da una di quelle riunioni di condominio che mai si verificano nelle band in cui c’è chi un giorno si alza, prende iniziativa, e sceglie per tutti gli altri. Questa sorta di applicazione democratica alla pianificazione delle uscite future ha fatto sì che i cinque di New York la smettessero di intraprendere le decisioni alla rinfusa che avevano caratterizzato tutto l’ultimo, e altalenante, periodo con Mike Portnoy alla batteria. La linea generale da tenere da A Dramatic Turn Of Events in poi è stata quella di ridurre ai minimi termini lo stile del gruppo, sia che esso vertesse dalle parti del rock d’epoca, sia che si tornasse a citare le prime composizioni. Via la ridondanza di Octavarium e Systematic Chaos, e pure l’eccessivo minutaggio collettivo dei brani di Black Clouds & Silver Linings. In sostanza Distance Over Time riesce dove i suoi due predecessori diretti dell’era Mangini avevano in parte toppato, mentre per un confronto con The Astonishing sono necessari ben altri tipi di osservazione.

È buffo arrivare a pensare che la dipartita di Mike Portnoy abbia in qualche senso fatto del bene ai Dream Theater: ho ascoltato alcuni loro passati album – in cui fondamentalmente c’erano giusto un paio di pezzi salvabili – solo per ammirarne le linee di batteria, così indelebili fin dal primo ascolto. Raramente l’ho trovato poco ispirato in sella al drum kit; semmai mi è piaciuto di rado da quando ha cominciato a registrare in compagnia di altre band. Questa è stata la sua dimensione ideale, nel bene e nel male, e se da una parte Mike Portnoy era riuscito a impreziosire con le sue percussioni alcuni album non particolarmente brillanti, dall’altra li ha sicuramente forzati a prendere direzioni coraggiose ma impraticabili. Così, senza di lui abbiamo goduto di un disco d’esordio pieno di pecche ma che in contemporanea suscitava di nuovo la mia curiosità, ben più della presenza di Mangini in sé. E, a seguire, un omonimo Dream Theater molto giocato sulla via del revivalismo e corredato da un ottimo trio in avvio – su tutte la fantastica The Looking Glass – ma un po’ troppo discontinuo da metà scaletta in giù, fino alla  prevedibile e sempre più dilatata suite conclusiva. The Astonishing è la ragione per cui, oggi, in seguito ad una riunione di condominio tanto bieca quanto necessaria, ci troviamo finalmente davanti ad un qualcosa che suoni come Distance Over Time. E quest’album a mio avviso suona proprio bene.

“Che avete da ridere? Ancora non siete arrivati alla foto di Rudess”

Sono convinto che, all’idea di realizzare un concept distopico e contenente oltre due ore di musica, la cima del pene di Jordan Rudess si sia messa a vibrare velocissima come la coda dei miei cani quando estraggo dallo zaino il nuovo giocattolo in gomma da distruggere, o le ali del colibrì in quei documentari slow-motion che ne documentano i fieri pasti in volo. Il problema di fondo di The Astonishing è che, a differenza dei Therion nel momento di fare la più grande cazzata della carriera, i Dream Theater quando lo hanno composto si sentivano davvero rinvigoriti e ispirati. E così sono finiti per sbattere a cazzo durissimo contro un muro, poiché, se da un lato di materiale valido là dentro ce n’era (ed eccome se ce n’era), dall’altro affrontare The Astonishing suonava un po’ come prendere un salame a stomaco vuoto e lanciarlo dentro a una ninfomane. Adesso ritrovalo, il tuo salame. Con la riunione di condominio, spero che i Dream Theater abbiano STABILITO, perché da quella cosa sappiamo benissimo che non guariranno mai del tutto, di smetterla di essere i principali fan di sé stessi e perseverare nel compromesso di scrivere musica che comprenda principalmente canzoni, con la speranza che queste – esattamente come era accaduto con The Looking Glass – possano nuovamente interessare a qualcuno in sede live. A differenza di quanto accaduto con l’intera riproposizione di The Astonishing, intermezzi e ottomila ballate inclusi.

È buffo anche arrivare a pensare al fatto che un album concepito più a tavolino che mai possa produrre buoni risultati. Ma è possibile se i Dream Theater cominciano ad evitare di ripetere gli errori noti, avendone presa la piena consapevolezza. Così, la band ripropone il gusto vagamente radiofonico di Dream Theater ma lo fa funzionare meglio, arricchendolo con i riff alla Metallica di Train Of Thought, col rock di Falling Into InfinityA Dramatic Turn Of Events, e un paio di paraculate chiaramente riferite ai primissimi due lavori in studio. Distance Over Time è proprio grazie a queste ultime, che rischia di iniziare malissimo: Unthetered Angel già dovreste conoscerla, essendo stata il primo singolo estratto, e cominciare con essa l’album significa farci presagire un nuovo Dream Theater in tutto e per tutto. Non che il pezzo in sé per sé sia brutto, ma è una canzone dal discreto ritornello power/prog anni Novanta che qualunque gruppo si sia ispirato a loro, potrebbe avere scritto. Se poi di seguito ci metti Paralyzed anziché giocarti all’istante una carta vincente, allora vuol dire che stai cercando in tutte le maniere di fare la frittata.

La realtà è che Distance Over Time me lo sono già ascoltato sette o otto volte, e certamente si tratta dell’album dei Dream Theater che ho consumato con maggiore piacere, dai tempi di Train Of Thought (il quale comunque si esauriva in tre o quattro buonissimi brani, circondati da molta noia), o se vogliamo essere più precisi dal quanto me logorroico Black Clouds & Silver Linings. È un disco furbo, che perde posizioni in partenza ma le recupera a partire da quella metallarata genuina di Fall Into The Light, coi riffoni power/speed aventi la funzione di introdurre una buonissima canzone. Decolla con lo spirito rock settantiano di Barstool Warrior, quasi a voler rimettere a posto certe cose che in Falling Into Infinity proprio non avevano funzionato, in primis il concetto di musica orientata al radiofonico ed un ottimo utilizzo del crescendo. Dopodiché si mantiene benino, ti affianca il migliore assolo di Petrucci – in Room 137 – ai peggiori effetti vocali che si potessero applicare alla voce di James LaBrie, quest’ultimo tutt’altro che in stato di grazia.

Infine esplode nella meravigliosa At Wit’s End. In essa vi è probabilmente la più memorabile performance di Mike Mangini alla batteria, impeccabile come quando giocava semplice ai tempi degli Annihilator, ma fondamentalmente una volta arrivato in fondo a Distance Over Time mi ricorderò soltanto che gli accenti sui piatti in At Wit’s End erano meravigliosi, e che ho apprezzato pure il suo tappeto di doppia cassa spezzata. Onestamente, ci sono performance di Mike Portnoy su brani di quindici minuti che ricordo pressoché a mente, ma se il sodalizio con quest’ultimo rischiava di portare verso ulteriori situazioni turbolente, preferisco rinunciare ad un qualcosa di vitale purché vedano la luce del sole album come questo. Che dire degli altri? Myung ripete per due volte un pattern importante in S2N, dopodiché evita sistematicamente di prendere il sopravvento, nonostante il buonissimo mixaggio non gli chiuda mai eccessivamente gli spazi. Nulla di nuovo. E Jordan Rudess è il solito insopportabile Jordan Rudess, anche se in quest’occasione, così come accaduto in Dream Theater, ha meno chance per rompermi i coglioni. Duetta con Petrucci più di una volta e perde puntualmente il confronto, mentre cimentandosi su composizioni relativamente ridotte all’osso non riesce mai a cacciar fuori quella melodia “pop” che un Kevin Moore avrebbe contribuito a più riprese ad elaborare, per infarcire – o meglio impreziosire con esse – le composizioni della band americana. Images And Words e Awake portavano in bella mostra la sua firma: la storia dice questo, e che Rudess sia un musicista molto preparato è un discorso di tutt’altro genere di cui francamente mi interessa meno di zero.

Un uomo conciato ai livelli di Arnie Cunningham in Christine – La macchina infernale

Di cosa altro posso essermi dimenticato? Sono quasi scomparsi i terrificanti echi djent, qui relegati ad alcuni fastidiosi DOING purtroppo presenti nella sola Pale Blue Dot che per inciso è anche uno dei brani che ho apprezzato di meno. Contiene il solito delirio strumentale a cui siamo abituati dai tempi di The Miracle And The Sleeper, e sinceramente è fisiologico che oggi una questione del genere faccia meno notizia. Anzi, l’ho trovata più sensata se contestualizzata in un brano come Illumination Theory da Dream Theater. O nei vari passaggi che componevano Black Clouds & Silver Linings. Inoltre troviamo una sola ballad, Out Of Reach, anche perché dopo le tante cartucce sparate in quel senso dentro a The Astonishing, sarebbe stato assurdo riproporne un numero maggiore. Non è neanche brutta, ad essere sincero non c’è un vero brano di livello realmente basso qua dentro, così come questa band, spesso giudicata in modo severo al cospetto di due capolavori come Images And Words ed Awake, a mio parere non ha mai pubblicato un album che fosse – in maniera eclatante – fallimentare; un flop per intenderci.

Lo stesso Falling Into Infinity vantava uno stile coraggioso e due o tre brani di buonissimo livello, e dischi come Scenes From A Memory ed il lungo Six Degrees Of Inner Turbulence avrebbero meritato un riscontro ancora migliore da parte di pubblico e critica. Credo che ormai i Dream Theater ci si siano abituati, ma il punto è che da loro è lecito pretendere molto, ed è comprensibile che non vengano tollerati album semplicemente nella media. Album che, molto probabilmente, farebbero le fortune altrui. Piccola nota finale: un complimento ad Inside Out per averli messi sotto contratto dopo anni ed anni trascorsi con Roadrunner: è un’etichetta di settore, il che si traduce in un reale interesse per le band che segue, finanzia e produce. Sono cresciuto col pensiero che Nuclear Blast fosse una label dedicata al death metal, ma vent’anni fa già faceva parte di quella corsa folle ad anticipare la concorrenza per aggiudicarsi chiunque avesse un seguito, o avesse preso parte all’interno del trend giusto. Inside Out è sempre stata Inside Out, e per quello che mi riguarda ha ottenuto il giusto premio di poter finalmente lavorare con i numeri uno dell’ambito a cui appartiene: cose che si ottengono innanzitutto con la competenza e la perseveranza, e che non dobbiamo assolutamente dare per scontate nel nostro meraviglioso mondo di merda. (Marco Belardi)

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  1. Andrea60 permalink
    3 marzo 2019 17:55

    mi associo nel dire che anche a me è già capitato di ascoltarlo una decina di volte dall’inizio alla fine, esperienza già avuta solo con Scenes From a Memory, il secondo Cd di Six Degrees of Inner Turbulence e il primo cd di The Astonishing. Pur evidenziando qualche pezzo di caratura inferiore, ha quelle caratteristiche di concisione e compattezza che hanno latitato per molti anni, e sopratutto ( come peraltro in The Astonishing ) i virtuosisimi sono stati tenuti a freno e gli assolo non appaiono appiccicati col mastice a canzoni già dilatate e ridondanti ma si integrano alla perfezione in composizioni ben strutturate, melodicamente sensate e liricamente ispirate. Giusto per sottoporre a verifica le mie impressioni, quest’oggi ho provato a riascoltare l’omonimo del 2013, e arrivato a metà mi sono praticamente addormentato

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