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Mietitrebbia agricola sulle palle in tre atti: THERION – Beloved Antichrist

18 marzo 2018

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Una storica pubblicità del Cynar recitava: “contro il logorio della vita moderna”. Deve essere della stessa idea Christofer Johnsson, che nell’era della vita fondata sul tragitto casa-lavoro decide di far trascorrere otto anni fra Sitra Ahra ed il nuovo album dei Therion e, intermezzando il tutto con alcuni progetti secondari, se ne ricompare nel 2018 con la mattonata delle mattonate.

Beloved Antichrist è – insieme a Firepowerl’album che più sta facendo discutere in questo scorcio iniziale del 2018. E c’è una ragione, oltre all’apprezzamento generale che in molti gli stanno riservando: le sue tre ore di durata, suddivise in altrettanti atti che rivisitano e fanno lievitare in termine di personaggi e corpo Il racconto dell’ Anticristo di Vladimir S. Soloviev, ne fanno un lavoro atipico e destinato principalmente a categorie come pensionati, lavoratori assenteisti e calciatori messi fuori rosa dalle rispettive società. Chi porta fuori i cani, va a lavoro, torna a casa, riporta fuori i cani e poi deve decidere di cosa morire lentamente fra birra e grappa nella rimanente ora di sofferenza in attesa del giorno libero settimanale, avrà seri problemi ad affrontare questo sottoprodotto della tipica insensibilità svedese, che già in passato avevo conosciuto sotto forma di polpette surgelate dell’Ikea. Eppure, quasi senza accorgermene, in un mese circa mi sono reso conto che l’avevo portato a termine per intero tre volte, più alcuni spezzoni sparsi. 

“Salve, mi chiamo Christofer, avete per caso tre ore di tem…”

Insomma, tornando ai Therion e tralasciando il numero di voci coinvolte, la storia e altri dettagli dei quali vi occuperete nel caso vogliate approfondire il racconto dell’ Anticristo metallico, parto da un presupposto: in vita mia sono stato all’Opera meno di dieci volte, sempre in compagnia e la maggior parte delle volte mi sono divertito e sentito coinvolto. Ho apprezzato in particolar modo le rivisitazioni del regista Damiano Michieletto, capaci di portare in ambientazioni contemporanee e stravaganti, storie d’altri tempi senza intoccare in alcun modo la sopraffina caratterizzazione dei personaggi originali. Un genio, ed un motivo in più – e non in meno – per avvicinare i profani ad un contesto non proprio “facile”. Adoro ogni volta osservare la cura delle scenografie e la gestione delle luci; ma le musiche, per come sono pensate, quelle sì che giustificano la presenza di più atti dando il ritmo e un senso al proseguo della narrazione. Cosa che manca in Beloved Antichrist, che parte in una maniera e rimane così per tre ore, alternando le stesse identiche cose a più riprese – gioco che funziona alla perfezione nella prima mezz’ora, dopodiché ti accorgi del trucco e non ne puoi semplicemente più.

Il problema è che giungi alla piena consapevolezza di avere a che fare con un disco metal semplicemente pretenzioso e più strutturalmente semplice di quello che si pensi, quando buona parte delle migliori musiche te le ritrovi accorpate tutte in rapida successione nella prima parte. Dopodiché, ogni tanto c’è qualche sussulto per un totale di cinque o sei ottimi momenti su un totale di quarantasei tracce. Una mietitrebbiatrice agricola in tre atti che mi ha passeggiato sulle palle, e che lo ha fatto senza portare rimorso alcuno.

Che c’è di buono? I suoni privilegiano basso e batteria a discapito delle chitarre, il che lascia molto spazio alle liriche ed alla pulizia generale. Ma soprattutto, mette in mostra anche quanto siano scarne le orchestrazioni, che nei cinque o sei anni di lavoro occorsi a portare a termine una cosa come questa, avrebbero potuto acquistare un volume sicuramente maggiore. Molte “canzoni”, perché alla fine di questo si tratta, riportano inoltre a galla lo spirito heavy/power che si respirava a metà anni novanta il che è pure piacevole (già in Lemuria si era avvertita questa sensazione, dunque nulla di fondamentalmente inedito). Sentire Behold Antichrist o la più distesa Signs Are Here per credere, mentre la sensazione che il lato sinfonico voglia rubare la scena come in Vovin – per fortuna – non prende mai definitivamente il sopravvento. Buone anche la rockeggiante Never Again ed Anthem, dove addirittura si accelera, così come la conclusiva Theme Antichrist. Poi direi basta, in un album che trova una sua logica solo ed esclusivamente se – testi alla mano e dopo essersi un minimo documentati sugli scritti di Soloviev – la vostra intenzione sia quella di condividere con Johnsson la sua profonda passione per le tematiche trattate. Ma musicalmente l’ispirazione non può latitare neanche in minima parte se si vuole portare alla luce un quantitativo di musica del genere: tuttavia, una decina di anni fa lo stesso compositore se ne uscì allo scoperto col doppio album Sirius B / Lemuria e con l’ottimo e successivo Gothic Kabbalah in cui di ciccia al fuoco ce n’era veramente tanta. E funzionò.

Un album per sé stesso piuttosto che per i fan dei Therion, ed un progetto impegnativo di cui sono sicuro lo svedese andrà più che fiero… ora Christofer dacci retta, e torna a fare l’omino perbene. (Marco Belardi)

9 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    18 marzo 2018 12:11

    Una rottura di coglioni, cerchiamo di essere diretti. Lo si fece coi Maiden, bene, qui è lo stesso.

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  2. 18 marzo 2018 12:26

    Un insulto alla musica classica e alla musica metal.

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  3. vito permalink
    18 marzo 2018 15:37

    esiste ancora Guantanamo ? evidentemente si !(mi fido del tuo parere, non oso avvicinarmi ).

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  4. Fredrik DZ0 permalink
    18 marzo 2018 15:49

    palloni gonfiati, mandati affanculo dopo theli… anno sathanas 1996.

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  5. Stefano Vitali permalink
    18 marzo 2018 16:21

    Da sempre apprezzo suite e concept album, e tra i miei preferiti spuntano diversi dischi da 70 e più minuti. Una delle premesse fondamentali di questo modo di concepire la musica è che songwriting, ispirazione ed intento devono rimanere focalizzati per tutta la durata del disco, pena la trasmutazione dei coglioni dell’ascoltatore in palloni aerostatici. Per questo, i concept, le suite ed i dischi lunghi dovrebbero essere appannaggio di chi li sa concepire e realizzar, tutti gli altri dovrebbero ispirarsi, se non agli Slayer di Reign In Blood, almeno al minutaggio del classico vinile.

    40 minuti e rotti sono bastati a fior di musicisti per trent’anni, ed anche i grandissimi quando hanno preso la strada del doppio hanno spesso fatto centro a metà (Physical Graffiti, Tales From The Topographic Ocean, The Wall, The Lamb Lies Down On Broadway). Per cui, tizio dei Therion, chi cazzo sei per fare un triplo di merda e pensare che funzioni? E l’unica risposta possibilie è “uno stronzo borioso”

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  6. ignis permalink
    18 marzo 2018 23:12

    Sicuramente ne andrà fiero… Persona piena di sé come pochi!

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    • Marco Belardi permalink
      19 marzo 2018 07:40

      Ma poi, se hai lavorato a un progetto per 6-8 anni e non ne vai pienamente soddisfatto nemmeno tu, è un problema :D comunque ne ho sentiti diversi a cui è piaciuto un bel po’, questo beloved antichrist

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  7. El Baluba permalink
    19 marzo 2018 11:39

    ci sto provando a sentirlo, ma a mala pena riesco ad arrivare alla fine del primo atto. Per carità ci sono alcuni brani interessanti, però boh il tutto mi lascia un po’ perplesso. Vedremo se con il tempo, riesco ad andare oltre

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Trackbacks

  1. E ora, per cortesia, chiudetela qui. Ancora su Firepower | Metal Skunk

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