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E ora, per cortesia, chiudetela qui. Ancora su Firepower

16 marzo 2018

Firepower dei Judas Priest nasce sotto le peggiori circostanze possibili.

Zero fiducia. Perché significherà mancare di rispetto a un nome come il loro, ma dopo Nostradamus e Redeemer Of Souls mi ero davvero rotto i coglioni. Speravo che un tour d’addio potesse realmente rivelarsi tale e che i nostri beniamini intendessero chiudere dignitosamente, e non dopo aver pubblicato una sequela di album squallidi. E invece rieccoli nuovamente in studio.

Brutte notizie. Dopo la dipartita di Downing c’era da affrontare anche la malattia di Tipton, ovvero la perdita definitiva delle due chitarre storiche e – come se non bastasse – l’inserimento in formazione del produttore Andy Sneap, con conseguente delirio dei fan circa la lunghezza effettiva dei suoi capelli a trent’anni da History of a Time to Come dei Sabbat.

Infine qualche anticipazione che inizialmente avevo bollato come brani standard e spompati che, rispetto a Redeemer Of Souls, godevano semplicemente di una produzione ripulita a dovere. Invece Firepower, su cui stavo quasi promettendo a me stesso di passare oltre, è come quei film in seconda serata di cui ti perdi il finale perché ti sei addormentato, almeno finché il fragore della sigla di TgCom24 ti riporta bruscamente alla severa realtà: è necessario avvicinarsi a quest’album con calma e pazienza, per non perdersi la sorpresa finale e constatare con immenso piacere che nel 2018 i Judas Priest non potessero in nessun modo fare di meglio. Nè Rob Halford, in netto miglioramento dopo l’incolore prova in studio precedente, né Tipton – alle prese con il più difficile periodo della propria vita – qui spalleggiato dall’entusiasmo e dalla indubbia capacità di quel Faulkner su cui avrebbero scommesso in pochissimi, come se si trattasse di un intruso inserito irrispettosamente in una macchina immortale, ma che andava disgregandosi per semplici motivi biologici. 

La cosa che mi ostino a non capire è come i Judas Priest, da Demolition in poi, abbiano potuto iniziare a credere così tanto nella totalità delle proprie composizioni. Lo ribadisco per l’ennesima volta: un album non dovrebbe mai durare un’ora o più, salvo rare eccezioni dovute – tanto per fare un esempio – a questioni di natura tematica (concept o simili, per intenderci) o agli stupefacenti di cui hanno da poco fatto uso i Therion.

Firepower riesce comunque ad affermarsi come il migliore album dei Judas Priest dal ritorno di Rob Halford in poi, e lo fa senza durare troppa fatica. Perfino Angel Of Retribution, che vantava una migliore capacità di sintesi proponendoci solo dieci canzoni – tenendo comunque di conto la lunghissima Lochness – esce sconfitto dal confronto. Nel corso dei primi ascolti sembra di avere a che fare con un lavoro di fattura più che sufficiente oltre che continuo, ma privo di una hit come la meravigliosa Revolution di tredici anni fa. Ma non è così: pure qua ci sono i suoi picchi, li apprezzeremo addentrandoci al suo ramificato interno, e seppur in dose contenuta conosceremo anche i suoi sensibili cali di tono. La scelta che attira l’attenzione da subito è il voler togliere pesantezza in favore dell’epicità all’impianto sonoro rodato e acclamato di Painkiller, senza pretendere a tutti i costi di assomigliare allo stile del capolavoro del 1990. Verso cui, a dirla tutta, scorgo solo un imponente richiamo fra le ritmiche di Lightning Strike in direzione di una certa Hell Patrol. E senza scadere nell’anthemico a tutti i costi, come fu all’epoca del più che discreto Ram It Down. Dopodiché, Firepower vanta per circa un’ora di durata il grosso pregio di confermarsi capitolo a sé stante, senza pretendere di rivoluzionare niente di niente; con i Judas Priest che si limitano a suonare i Judas Priest in molteplici varianti, mirando alla bontà dei pezzi e non cascando nella trappola dell’ esuberanza. Non è pretenzioso come Nostradamus né ha la voglia di spaccare il mondo del rivoluzionario Jugulator, ma è sicuramente un album di livello molto alto soprattutto se lo si contestualizza in un periodo storico avaro di pietre miliari come quello attuale. Ma, anche se necessiterò di ulteriore tempo per capire se e quanto mi sarò affezionato ai suoi capitoli, in questo momento non lo bollerei come un capolavoro, né come un qualcosa che ci va realmente vicino.

Evil Never Dies e Lone Wolf – col suo attacco che richiama gli ultimi anni novanta – figurano fra le mie preferite, ma è quando la band rallenta che dimostra di giocarsi le vere carte vincenti, come in Never The Heroes o Rising From Ruins, queste ultime capaci di oscurare e far apparire lagnosa – e oltre misura drammatica – una traccia conclusiva come Sea Of Red che, nel precedente Redeemer Of Souls, non avrebbe per niente sfigurato. E’ proprio nei confronti di quell’album che emerge una differenza di qualità netta, quasi umiliante: Rob ha voglia di cantare, lo fa entro quelli che sono gli standard a cui ci ha abituato negli anni, ed i pezzi godono degli arrangiamenti necessari a non apparire piatti, stanchi e privi di ogni parvenza di dinamismo. Ed è qua che, molto probabilmente, c’entra Faulkner. Poco importa se qualche episodio funziona di meno (come Traitors Gate, almeno fino all’epica esplosione conclusiva, o la rockeggiante No Surrender, costruita su di un minutaggio tipicamente punk): Firepower per quattordici brani di durata riesce a non presentarne solo uno che sia impresentabile, non muore nella prima metà come Redeemer Of Souls faceva, e passa senza problemi da un mood novantiano (Children Of The Sun) a pezzi più energici come Flame Thrower o Necromancer, a dimostrazione che l’esperienza di Halford con i Fight e la sua band solista ha qui riversato molti degli aspetti positivi delle sue passate esperienze. È casomai Travis a pagare il dazio maggiore, visto che gli è stata concessa una minore libertà espressiva, e che risulta penalizzato dal solito lavoro di Andy Sneap fatto di un mix di potenza e pulizia che non valorizza in alcun modo la vitalità della batteria. Anzi, la fa suonare come il 90% dei batteristi metal odierni farebbe, in preda ad un uso non ottimale – ma ahimè consolidato – della tecnologia in studio. In compenso, alla sezione ritmica da’ una bella mano Ian Hill, il cui basso è messo discretamente in evidenza dal mixaggio finale. E io adoro i dischi in cui si riesce a distinguere chiaramente il quattro corde.

In conclusione, molto probabilmente non abbiamo per le mani un capolavoro – ed è solo il tempo a poter stabilire quali album lo siano e quali si riveleranno invece un semplice fuoco di paglia, come accaduto col debutto di Tim “Ripper” Owens che tanto viene acclamato al giorno d’oggi – ma comunque un concreto motivo per ritrovare interesse verso una band di musicisti alla soglia dei settanta – esclusi i più “giovani” Travis e Faulkner – e che nonostante una marea di problemi hanno trovato la forza di fare esattamente questo. E ripeto ancora: è adesso che vorrei che si chiudesse la loro carriera, perché lo farebbero nella migliore maniera possibile. Band manifesto dell’heavy metal, più di ogni altra. (Marco Belardi)

5 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    16 marzo 2018 13:46

    D’accordo davvero su tutto. Che grande album d’addio.

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  2. 16 marzo 2018 17:36

    Concordo su tutto, tranne che sull’addio… prevedo che Tipton, non potendo più suonare dal vivo, si concentrerà sulla composizione e magari a breve uscirà un nuovo album, anche sulla scia dei commenti positivi su quest’ultimo

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  3. weareblind permalink
    18 marzo 2018 18:53

    Never the heroes e rising from ruins veramente una goduria. Mi girano davvero in testa.

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