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Credo che i METAL ALLEGIANCE avranno sempre il solito problema

15 gennaio 2019

Quando questi ragazzoni hanno inciso il primo album ammetto di non essermeli filati nemmeno di striscio. Dopodiché è sicuramente accaduto qualcosa: io e Cesare Carrozzi ci siamo sentiti su Messenger e sembravamo voler fare entrambi la recensione. Col passare dei mesi, dato che Volume II: Power Drunk Majesty è uscito intorno a metà settembre, si è verificato solo un timido rimbalzare di la faccio io, seguito da ora non ho tempofalla pure tu, e da alcune limpide bestemmie in abruzzese. Il che mi ha messo nella posizione di parlare dell’album del quale, più di ogni altro, speravo si occupasse lui. Il punto è questo: Metal Allegiance una combriccola imbastita da Dave Ellefson e Mike Portnoy, a cui si sono aggiunti un discografico che suona pure il basso e – ultimo in ordine di tempo – l’onnipresente Alex Skolnick. Il progetto è nato a bordo di una delle tante crociere metallare che ogni anno vengono organizzate dai gruppi grossi: se non erro iniziarono proprio i Kiss, ma in quel caso sono sicuro si trattasse della Motorboat di Lemmy Kilmister. Dopodiché hanno inciso un primo album, sinceramente bruttino, ed il seguente – che abbrevierò d’ora in poi in Power Drunk Majesty per praticità – pur risultando sicuramente migliore di esso, è ancora una volta afflitto da una serie di problematiche che il quartetto di marinai headbanger non credo sarà mai in grado di risolvere.

Della scrittura dei pezzi penso si occupino un po’ tutti, ma non ho dubbi sul fatto che Mark Menghi ne sia il principale direttore d’orchestra: cura quasi tutte le interviste, invita gli ospiti alla festa e fa circolare un nome che fino a ieri poteva un po’ suonare, per un metallaro, come il Phillip Boa dei Voodoocult fino al 1993. Ed i brani di Power Drunk Majesty sono infarciti di ottimi riff, strutturati come il Capro comanda e prodotti relativamente a modo, ma con una batteria che perde nettamente il confronto se comparata con quella di un Six Degrees Of Inner Turbulence, per la cura maniacale con cui erano state registrate e mixate le sue linee in quell’occasione. È un peccato, perché al sottoscritto Mike Portnoy piace una cifra ed in quest’occasione avrei voluto ammirarne il tocco, piuttosto che ritrovarmi davanti all’ennesima produzione Nuclear Blast, con percussioni identiche a quelle dell’ultimo lavoro dei Testament, ed a tanti altri ancora in cui hanno offerto prestazione altrettanti musicisti. Mike Portnoy è Mike Portnoy, ed io pretendo di distinguerlo così come Gene Hoglan e tutti gli altri fuoriclasse letteralmente “castrati” dai metodi di registrazione odierni. 

Ma i problemi dei Metal Allegiance non sono questi, e adesso ci arrivo. Poniamo l’ipotesi che Mark Menghi abbia scritto la maggioranza del qui presente materiale, finendo per essere assistito dagli altri – impegnati su più fronti come i recenti Sons Of Apollo – più che altro sulla questione degli arrangiamenti. A questa band, se così vogliamo definirla, manca un cantante: ce ne sono una miriade, il che implica che tu, Mark Tornillo degli Accept, riceverai la telefonata di questo Mark Menghi e, una volta verificato che non si tratta di spam o pubblicità aggressiva su uno di quei portali tipo Tellows, finirai implicato in questa faccenda che poteva pure rimanere sulla Love Boat anziché andarsene troppo in giro. Ti domanderanno quale sia il tuo compenso per cantare su un brano che, fondamentalmente, potrebbe essere anche già stato scritto, ma verrà plasmato definitivamente sulla forma e sembianze di chi accetterà di metterci sopra le corde vocali. Dopodiché potranno accadere due cose, piuttosto innaturali per una band standard, seguite da una terza che è pure peggio di esse: le prime due sono che un bassista avrà scritto al posto tuo le linee di voce, la seconda è che ti verrà consegnata una base musicale su cui dovrai crearle nel minor tempo possibile. La terza, nonché più complicata di tutte, è che avrai appena lavorato a The Rise Of Chaos, il tutto mentre Wolf Hoffmann è iperattivo come nel 1985 e sta per immettere sul mercato il live al Wacken con l’orchestra sinfonica, e se quest’ultimo scoprirà che hai utilizzato una parte vocale ottima, e che sarebbe potuta finire sul prossimo album degli Accept per darla in pasto a questo Mark Menghi, saranno sculaccioni. Soltanto sculaccioni. E tanti, sodi, su mele infiammate e che non vedranno uno sgabello per settimane. A Mark Menghi, in poche parole, darai gli scarti col sorriso stampato.

Slap, Mark, slap!

Quindi Metal Allegiance, pur essendo un progetto migliorato e affinato rispetto al recente debut che confesso di avere ascoltato a malapena una volta, si conferma un qualcosa che insiste nel produrre canzoni ricche di buoni riff – e che spesso sfociano nel già sentito ai limiti della vergogna, ad esempio la sola opener mi ha spoilerato sia Damage Inc. sia Ghosts Of War rispettivamente di Metallica e Slayer, e non roba irriconoscibile degli Accuser come da titolo – ma a cui manca quasi sempre l’apporto, la spinta delle linee vocali. Sono scialbe, prevedibili e di bassa qualità, fatte alcune doverose eccezioni. A tenere alta la bandiera è innanzitutto Bobby Ellsworth degli Overkill: è nato negli anni Cinquanta, ma interpreta ogni volta come se fosse la prima anche se nel caso della “sua” Mother Of Sin, si è ritrovato al cospetto di una strofa che è un mezzo plagio della celebre Infectious del 1991; che è sua per davvero, motivo per cui dovrebbe piantare tutto lì mentre la canta e iniziare a picchiare chiunque sia presente all’interno dello studio, compreso un corpulento Mike Portnoy magari anestetizzato dalla grappa Candolini. Pure Mark Osegueda dei Death Angel se la cava molto bene su Impulse Control, rileccata da un basso in bella evidenza e da un riffing roccioso che ricorda l’andazzo dei primissimi anni Novanta. Bound By Silence, con Josh Bush e dunque all’insegna di un efficace groovy-thrash, oltre al conclusivo pezzo che include la cantante dei Nightwish Floor Jansen – canzone dall’impostazione epica ed eccessivamente in contrasto con lo stile delle altre, ma comunque discreta – sono le altre degne di nota al pari dell’iniziale The Accuser, che in pratica è il classico brano tirato dei Testament moderni o odierni che dir si voglia, senza sorprese se non quella che il frontman dei Black Dahlia Murder stavolta non mi da’ fastidio. Fine delle note liete.

Gli schiaffi in faccia arrivano da tutto quanto il resto: Johan Hegg degli Amon Amarth si ritrova in una situazione tale e quale a quando vogliono chiamare un tuo amico, ma sbagliano e telefonano a te. Una volta resi conto della gaffe, gli interlocutori tengono botta e insistono nel riferirti cose come se fossi il reale destinatario del messaggio. Verresti a suonare su questa mid-tempo che abbiamo pensato in base al tuo stile canoro ed ai tuoi trascorsi nella band? Sbam, King With A Paper Crown sembra uscita fuori da Reinventing The Steel dei Pantera con appiccicato sopra  – in evidente imbarazzo – il tipo degli Amon Amarth. C’è pure il break centrale atmosferico, in cui per fortuna Portnoy non si fa prendere eccessivamente la mano, e ti aspetti da un momento all’altro il canto delle balene come nei migliori dischi techno-death di inizio Novanta. E c’è davvero, o perlomeno Skolnick riproduce con la sei corde un qualcosa che sono sicuro, nelle intenzioni iniziali, fosse un chiaro rimando alle nottate di gloria trascorse sul ponte della Motorboat, con in bella mostra un cannocchiale che scruta l’orizzonte alla ricerca di pericolose formazioni di ghiaccio, che potrebbero minare il proseguo degli amori notturni o della stesura stessa dei pezzi. A fine traccia mi stavo leggendo il titolo della successiva, Voodoo Of The Godsend con Max Cavalera, e ho pensato: ecco che attacca con la tribalata di batteria. Pochi secondi dopo stavo imprecando con la schiuma alla bocca perché era davvero così, e man mano che il pezzo procede – oltre a fare un po’ schifo non solo per come è stato intitolato – la tribalata degenerava davvero con tanto di schitarrata alla Ratamahatta. Che cazzo di incubo.

Altri episodi troppo nella media sono quella con Mark Tornillo, e pure Liars & Thieves che vede coinvolto Troy Sanders dei Mastodon, ovvero un impacciato tentativo di suonare un qualcosa di crucco anni Novanta tipo i Kreator più sperimentali, che poi sfocia nello speed & thrash quando i cocci sono oramai già rotti. Impossibile sperare che al terzo volume questi ragazzoni assumeranno un cantante, lasciandogli in mano tutta la gestione che ne deriva: la natura di un progetto come questo è chiara e limpida, ed i Metal Allegiance – se andranno avanti ancora a lungo – lo faranno con tutti i pro ed i contro che ne derivano. E comunque, Mark Menghi al secondo tentativo ha fatto nettamente meglio di Jeff Waters in Metal, uno degli all-star-album più indecorosi che ho ascoltato in vita mia. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. Alberto Massidda permalink
    22 gennaio 2019 23:37

    Ma “Six Degrees Of Inner Turbulence” c’ha dei suoni impastati attufati che di più non si può, come fai a dire che sono resi con precisione maniacale?

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  2. hieiolo permalink
    8 Mag 2019 16:15

    ma il nuovo dei Possessed? quando lo recensirete?

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