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AMON AMARTH – Deceiver of the Gods (Metal Blade)

1 luglio 2013

AmonAmarth-DeceiverOfTheGods-cover-6-25-2013Un mese fa è uscito il nuovo disco dei Dark Tranquillity. Gli In Flames dovrebbero uscire a breve col successore di Sounds of a Playground Fading. Gli Amon Amarth pubblicano Deceiver of the Gods. Se fossimo nel 2000 questa sarebbe una delle estati più belle delle nostre giovani esistenze ed invece siamo nel 2013 e dei DT non fotte più una sega a nessuno, dagli In Flames attendo da anni una dichiarazione del tipo “Ok regà, da Clayman in poi abbiamo fatto suonare dei figuranti, poi la situazione ci è un po’sfuggita di mano, ora torniamo noi e ristabiliamo l’ordine delle cose, state calmi”, mentre degli Amon Amarth non saprei che cosa dire perché a loro non si può chiedere chissà quale evoluzione musicale.
Insomma il punto centrale è che tanti gruppi svedesi nati negli anni novanta stanno veramente invecchiando male, o almeno, nella nostra percezione, hanno smesso di essere anche solo vagamente interessanti da così tanto tempo che neanche ci viene più la voglia di perdere quaranta minuti della nostra esistenza per dare un’ascoltata fugace ai dischi nuovi.

Non so se il problema sia circoscrivibile alla Svezia, fatto sta che da quelle parti di esempi se ne possono trovare a vagonate, aggiungendo ai tre di cui sopra anche i tristi destini di Hypocrisy, Dark Funeral (nel dubbio sono andato a controllare Metal Archives. Pare che esistano ancora), Darkane, Soilwork e tanti altri che sicuramente mi sto dimenticando e che hanno imboccato una strada fatta di album scivolati via nel totale anonimato, manco fossero una trasmissione estiva condotta da Enrico Papi. Non tutti hanno avuto carisma, palle e anche un po’di fortuna per azzardare quello che hanno fatto i Darkthrone, ad esempio, cioè sorpassare tutti a destra mostrando il dito medio. Gli svedesi no, si sono adagiati sulla meccanica ripetizione di schemi, in alcuni casi inventati da loro, in altri casi importati e rielaborati e quando hanno provato il coraggioso cambio drastico sono stati pesantemente sbertucciati da una folta schiera di (ex) fans, ricollocandosi su un nuovo target di pubblico che, per pietà,  non mi sembra il caso di andare a giudicare. 

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coraggiosi cambi drastici

Al contrario, la base dei fans degli Amon Amarth è, più o meno, sempre la stessa da quindici anni a questa parte, un seguito aumentato esponenzialmente album dopo album grazie alla loro capacità di riunire sotto il vessillo di Odino gente che ascolta thrash, death, power, black e via discorrendo, nonostante un sound pressoché immobile. Ecco, per gli Amon Amarth si può parafrasare la definizione di Sergio Leone su Clint Eastwood : hanno soltanto due tipi di album, con il mid-tempo o senza. Avrebbero potuto sciogliersi una decina d’anni fa, dopo The Crusher, ed oggi di loro resterebbe un bel ricordo e tanti bei momenti passati insieme, soprattutto per chi ha avuto la fortuna di vederli dal vivo (esperienza che vi consiglio caldamente), invece l’inatteso botto commerciale di quel disco li ha persuasi che, una volta costruito un nome, il concetto di blocco creativo può andare bellamente a farsi benedire.

Sia chiaro, Deceiver of the Gods non è un brutto disco, c’è pure un pezzone epico (Hel) con Messiah Marcolin come ospite, un paio che trasudano maidenianismo in quantità mai ascoltate nella carriera dei vichinghi svedesi (Father of the Wolf e As Loke Falls) e poi tutta una serie di brani ai quali, razionalmente, non puoi avanzare critiche ma che, oggi, non ti fanno venire alcun desiderio di ascoltarli per più di due o tre volte. Il motivo, forse, è che inconsciamente ci costringono a ripensare ad un passato mitizzato e che ci fa parlare come i nostri nonni. D’altronde, quando c’erano i vichinghi, gli oskorei passavano in orario. (Matteo Ferri)

10 commenti leave one →
  1. fredrik permalink
    2 luglio 2013 07:35

    la cosa che mi ha sempre stupito è che gli amon amarth hanno fatto il botto con il disco che tutt’ora mi pare tra i più deboli, se lo paragono a capolavori come once sent from the golden hall (martin lopez fenomenale alla batteria) o al bellissimo primo mini sorrow ecc. Per il resto secondo me han capito quali tasti pigiare per far uscire lo sfaccimm al metallaro più o meno estremo e ci marciano alla grande con una professionalità encomiabile, che nonostante tutto non li fa mai sembrare un gruppo di plastica. Rispetto ad altre debacles, da tenerseli stretti.

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  2. Bonzo79 permalink
    2 luglio 2013 11:23

    non so, non mi convince questa posizione sul death svedese. sarò di parte. ma, ad esempio, l’ultimo dei soilwork è tutto tranne che anonimo. a me poi la svolta degli in flames, ebbene sì, piace. indubbio coraggio a parte, non mi si verrà a dire che soundtrack to your escape è un brutto album… l’alternativa era clonare innumerevoli volte whoracle, ogni volta con meno idee (cos’altro era colony se non un whoracle più piatto, in quanto smussato dalle parti più estreme, e con melodie meno belle?). sugli amon amarth mi sono già espresso altrove, gruppo della madonna dal vivo, e quoto il commento precedente sul non sembrare plastica. infine e soprattutto, i dark tranquillity: ma davvero “non fotte più una sega a nessuno” di loro??? davvero ritenete charachter o fiction brutti dischi? we are the void per metà è terribile, ok, e quindi questo basta per darli per morti dopo una sequela di lavori dal buono all’ottimo? (l’ultimo non l’ho ancora sentito eh)

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    • fredrik permalink
      2 luglio 2013 13:21

      io pure sono di parte :-) tant’è che degli in flames considero debolissimo solo l’ultimo album, il che ci può stare. Dei dark tranquillity noto un calo di ispirazione da character (bellissimo) in qua… e son già due dischi. Soilwork: devo ancora ascoltarlo, mi intimorisce il doppio album, le cose precedenti mi avevano letteralmente annoiato.
      poi per il resto trovo molto più in palla le ultime cose di Ettore Rigotti (disarmonia, the stranded) se vogliamo stare sul versante melodico di stile svedese…

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  3. 2 luglio 2013 14:08

    si beh, ma è normale che le “scene” non durino all’infinito e io non mi metterei mai a chiedere un altro “Whoracle” agli In Flames, però da qui allo squallore attuale di dischi tutti più o meno tra il brutto (ultimi due In Flames-e tipo che a me “Come Clarity” piace non poco), l’inutile (tutti gli ultimi Dark Tranquillity) e ripetizioni, per quanto ben fatte, che durano ormai da una decina d’anni (gli Amon Amarth spaccano pure ma che con una serie di fotocopie siano diventati leader di quanto esce dalla Svezia la dice lunga su come stiamo messi)ce ne passa,
    I Soilwork poi sono da sempre di un pretenzioso allucinante, nonostante alcuni dischi non siano male, ce li ho in antipatia da quando ho memoria col loro mettersi ad “avanguardia” del death svedese quando poi ogni tanto mettono un pad di sottofondo, ogni tanto un pò di voci pulite in più, ogni tanto un artwork con scappellamento a sinistra…boh, io la vedo grigia forte.

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    • fredrik permalink
      2 luglio 2013 22:08

      per come la vedo io è il limite intrinseco dei generi spuri. non puoi fare dischi fotocopia -per quanto ispirati- perchè non fai la stessa roba di motorhead, grave digger o cannibal corpse. se ti ammorbidisci, ti sputtani. se ti appesantisci, c’è sempre quello che pesta più di te e che soprattutto l’ha fatto da prima di te.

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