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Avere vent’anni: METALLICA – Garage Inc.

26 novembre 2018


Digitando la parola “gaffe” su Google non solo compaiono le immagini di un sacco di personaggi politici, ma anche la dicitura “azione o espressione inopportuna, atto o parola che rivelino inesperienza o goffaggine”. In pratica i Metallica nell’immediato post-Reload, che, dopo essersi accorti di avere un tantino esagerato con le dichiarazioni sul metal, gli abiti fricchettoni da villain di Grand Theft Auto e la musica dozzinale riversata negli ultimi album, dovevano in qualche maniera porre rimedio a tutto ciò. Quindi simularono il graduale tornare indietro, e senza realmente sentirsi costretti a farlo ne risultò una sorta di mossa Kansas City, per dirla alla mr. Goodkat di Slevin – Patto criminale. Il loro spirito imprenditoriale, o meglio quello che pervadeva giorno e notte la mente dell’iperattivo batterista Lars Ulrich, fece sì che le future “operazioni” dei quattro di San Francisco sarebbero risultate ora simpatiche, un domani discutibili, infine una merda fumante. Non gli riusciva di stare fermi, pensateci bene: la mania degli album doppi, pubblicati stavolta insieme e non più a breve distanza, il singolo inedito I Disappear e infine la fuga del bassista che non ne poteva più, furono solo alcuni tra i tasselli che li accompagarono all’ecatombe finale, che portò il nome del loro più brutto disco di sempre. Avete capito, St. Anger. Fra cinque anni spero di avere preso altri tre cani, avuto quattro gemelli da mia moglie e avviato un paio di lavori a nero, perché non vorrò in nessun modo avere il tempo necessario a trovare le parole per descriverlo, dato che semplicemente non ce la farei. 

Il processo autodistruttivo che portò a Frantic-tic-tac ed a cose del genere iniziò in una maniera piuttosto carina, una sorta di percorso benessere con SPA e massaggio decontratturante se paragonato anche con Reload stesso. Anche stavolta il materiale abbondava, ma quello inedito e inteso come registrato nel 1998 consisteva giusto in una decina di tracce o poco più. La copertina mi colpì da subito: erano vestiti da meccanici ma non erano gli Slipknot, Kirk Hammett era quello più schifato di tutti, e Lars Ulrich più degli altri si era letteralmente ricoperto la faccia di morchia. Una sorta di innovativa formula anti-age, che infatti lo avrebbe portato ad assomigliare a un vecchio nel giro di pochissimi anni, più o meno dal 2002 in poi. Orrendo, più in là, il tentativo di farsi pure ricrescere i capelli risalente circa al 2007, occasione in cui penso sia stato sconsigliato, se non addirittura fermato con la forza, dai compagni di formazione. Dietro e dentro al booklet c’erano altre foto, dove il quartetto si esibiva in facce buffe ad eccezione del solito Kirk, il quale si trovava ancora totalmente calato nella sua dimensione #seventies #druglord #fucker, e ci sarebbe voluto ancora un po’ per riportarlo ad una realtà fatta esclusivamente di tapping e note sbagliate. Credo gli pesasse anche il fatto che le celebri e visionarie copertine di Andres Serrano avevano innalzato tutto intorno a lui una serie di voci circa l’origine delle schizzate di liquido vario presenti su Load e sul suo sfortunato successore. Passare all’improvviso a quattro operai sporchi che vanno in pausa pranzo ridimensionava brutalmente il suo ruolo all’interno dei Metallica. In sostanza un Jason Newsted parte seconda, o quasi. Il sound però era sempre il loro, figlio del Black Album attorno al quale Bob Rock girava come uno squalo, adeguando di volta in volta il prodotto al variare dei tempi, ma c’era da sottolineare un dettaglio: il logo, disegnato a matita e un po’ alla cazzo di cane come i testi di Reload, era comunque tornato quello storico.

La cancellazione dello split con i Darkthrone fu dovuta a non specificate limitazioni imposte da Elektra Rec.

Sebbene la musica inedita fosse di un livello accettabile, e in certi casi davvero di buona scelta e fattura, il confronto col secondo cd – io all’epoca tornai a casa con la doppia musicassetta – risultò comunque impietoso: lì c’era, oltre al Garage Days del 1987, una raccolta che comprendeva le varie cover presenti all’interno dei singoli storici, oltre a svariato materiale più recente. Quest’ultimo andava dai pezzi d’accompagnamento ad Harvester Of Sorrow, passando per la cover di So What? degli Anti Nowhere League che – se negli anni Novanta siete entrati almeno una volta in una qualunque discoteca rock – non è possibile non abbiate mai sentito. C’erano poi le quattro cover dei Motorhead, con cui i californiani celebrarono il cinquantesimo anniversario di Lemmy, e che già avevano trovato posto nel singolo di Hero Of The Day. La raccolta era piacevole e di spessore enorme, ma i tour che ne seguirono risentirono tantissimo di essa, e i Metallica sembravano non riuscire a fare a meno della cover di Breadfan dei gallesi Budgie e di altri contenuti non proprio primari. Il tutto, magari, a eterno discapito di una Master Of Puppets, che continuavano sadicamente a mozzare una volta giunti all’intermezzo. Era una delle meno esaltanti, quella Breadfan, ma anche un pezzo dannatamente influente se si considera che risaliva a Never Turn Your Back On A Friend del 1973. Il capolavoro di quel “lato B” era senza dubbio Blitzkrieg, con The Wait dei Killing Joke e The Small Hours degli Holocaust subito dietro, quest’ultima la più oscura nonché la più capace di mostrarci la trasformazione di James Hetfield come cantante nel lasso di tempo che divideva Master Of Puppets da …and Justice For All. Era come assistere ad un trailer del disco successivo, per chi ha avuto la fortuna di sentire il Garage Days del 1987: lì potevi già immaginarti Harvester Of Sorrow e tanto altro ancora. E potevi sentire benissimo Jason Newsted, cosa che sarebbe stata impossibile solo un anno dopo a causa delle tristi scelte del batterista in fase di post-produzione, con Flemming Rasmussen legato, mani dietro alla schiena, sotto al piano del mixer.

Il primo album, come ho detto prima, consisteva nei Metallica paraculo che tutti conosciamo. Sound potente e pulito, rullante di Ulrich un po’ dappertutto e una serie di canzoni che andavano dal buono all’imbarazzante, con una decisa propensione per il buono. I Discharge li tributarono meglio con The More I See che con Free Speech For The Dumb, dove Bob Rock fece qualche cazzata di troppo in fase di ritocco per rendere il tutto più “contestualizzato”. In cosa, lo sapeva solo lui, ma di sicuro conosceva meglio l’hard rock classico che il suono sotterraneo e sporco del crust. Poi era dura applicarlo ai Metallica di fine anni Novanta, col portafogli gonfio e le automobili vintage belle lucidate nel garage di chissà quale abitazione. Sabbra Cadabra mentiva, perché era stranamente un medley che includeva anche A National Acrobat sempre dallo stesso album dei Black Sabbath. Il penultimo discone dell’era Ozzy, quello pubblicato un attimo prima di Sabotage. L’ossessione per Lightning To The Nations dei Diamond Head fu ostentata nuovamente con It’s Electric, dopo che erano già state chiamate in causa Helpless e Am I Evil? nel passato remoto. Quest’ultima penso sia una delle cover più celebri di sempre, al punto che ho conosciuto gente che ne sapeva a memoria il testo e non aveva idea di chi fossero i Diamond Head: uno come MacReady avrebbe detto che – in quei casi – ci vuole il lanciafiamme. Dopodiché prendeva campo, in versione pompata, la solita solfa southern che aggrovigliava la testa di Hetfield da qualche annetto: adoro quella musica, ma non è detto che la potessi sopportare per più di un lustro se abbinata ai Metallica. E infatti, in seguito a questa sorta di sfogo finale, la smisero. C’era Whiskey In The Jar, cover di una cover dei Thin Lizzy con videoclip annesso e pieno di mignotte scatenate, e il minestrone di Tuesday’s Gone dei Lynyrd Skynyrd in cui suonavano tutti proprio tutti, tipo mezzi Alice In Chains più il sopravvissuto Rossington, Keenan dei Corrosion Of Conformity, Jim Martin ex Faith No More, e Les Claypool dei Primus all’insopportabile banjo. Il risultato fu abbastanza irritante, ma con Jerry Cantrell di mezzo tendo sempre ad andarci un po’ leggero.

Il meglio di quel cd, un po’ a sorpresa, furono i lentoni: il crescendo di Astronomy dei Blue Oyster Cult, il video con la tizia disperata di Turn the Page e le esplosioni improvvise di Loverman di Nick Cave superavano di gran lunga ogni tentativo di apparire nervosi o artificialmente aggressivi, come la Die, Die My Darling dei Misfits o l’eccessivo medley dei Mercyful Fate. In anni recenti ne hanno fatto uno decisamente migliore con i classici di Ronnie James Dio. In poche parole, se in Reload aveva funzionato meglio The Unforgiven II di quasi tutto il resto, il concetto è che, ad un solo anno di distanza, ai Metallica ancora non riusciva nemmeno per finta uscire dallo schema rodato, collaudato e sicuro di Until It Sleeps o brani del genere. Ci sarebbe voluto molto tempo, e ad oggi sono perlomeno riusciti a ricongiungersi con sonorità classiche e limitando i danni alla solita quantità malefica di materiale, nel chiacchierato e buonissimo Hardwired… To Self Destruct.

Dopo Garage Inc. sarebbe toccato al doppio album sinfonico diretto da Michael Kamen, a Hetfield nuovamente coi capelli lunghi fino al prossimo appuntamento da Jean Louis David, ai nervi di Jason pre-Voivod: se ne riparlerà fra un annetto. (Marco Belardi)

4 commenti leave one →
  1. vito permalink
    26 novembre 2018 13:02

    La cover dei thin lizzy è veramente epica, con la voce di James Hetfield roca al punto giusto meglio dell’originale, forse dovrebbero fare solo cover!

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    • metal mike permalink
      26 novembre 2018 16:16

      vito con il massimo rispetto.. riascolta i thin lizzy ..su cosa dovrebbero fare i metallica concordo..

      Piace a 1 persona

  2. El Baluba permalink
    26 novembre 2018 16:45

    ultimo disco a cui sono veramente affezionato dei ‘Tallica…a me le nuove cover piacciono un po’ tutte e la loro “Tuesday’s Gone”, potrà non essere la cover della vita, ma mi fece scoprire i Lynyrd Skynyrd, che a parte “Sweet Home Alabama” non sapevo nemmeno dove stessero di casa. Concordo che danno il meglio sui lentoni, ma credo che il medley dei Sabbath sia venuto fuori meglio di quello dei Fate, più che altro mi sembra che stoni troppo produzione e voce di Giacomino…

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  3. 26 novembre 2018 18:32

    Io continuo ad esserci affezionato, perché da quelle cover mi si è aperto un mondo di scoperte musicali. Comunque come costruttori di medley (nel senso di capire quali brani combinare e a che punto di ciascun brano legarli) i Metallica restano i migliori. Non che la categoria sia frequentatissima, ma gliene va comunque dato atto.

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