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Avere vent’anni: MERCYFUL FATE – Dead Again

21 giugno 2018

Mi dispiace un sacco di dover parlare male dei Mercyful Fate, perché sono uno di quei gruppi heavy metal dall’approccio estremo a cui mi sono affezionato veramente tanto, e che seppero uscire da canoni che il genere aveva indirizzato su binari molto severi. Quantomeno negli anni Ottanta, quelli dell’estetica e dell’esaltazione totale dei cliché. King Diamond era avanti rispetto ad un sacco di gente già nel 1983, e poco importa se il suo stile canoro non piacerà a chiunque: è un’istituzione, e, da amante del metal estremo così come di quello classico, non può non essere un punto di riferimento per il sottoscritto, come dallo stesso periodo lo sono assolutamente i Celtic Frost.

A un certo punto, però, mi rileggo quello che ci riporta a galla il 1998 su Avere vent’anni questo mese, e ricollego: non avevo recensito Voodoo – inciso dal Re Diamante con la band “solista” – proprio pochissimo tempo fa? La realtà è che il musicista danese ha sempre alternato periodi pacati ad altri di frenetica iperattività, e gli anni Novanta furono per lui davvero un bel casino. I Mercyful Fate erano tornati alla ribalta, e se in un primo momento l’avevano fatto davvero col botto (Return Of The Vampire, ma, ci tengo a sottolinearlo nuovamente, specialmente il successivo In The Shadows, ovvero uno dei punti più alti di tutta la loro discografia), la marea calò piuttosto velocemente. Sono più affezionato ai Mercyful Fate, ma devo ammettere che i King Diamond sarebbero riusciti ad essere molto più costanti nel tempo. Così, a poco tempo dall’uscita di Voodoo, i Mercyful Fate calarono la carta Dead Again, e solo un anno dopo avrebbero pubblicato 9 prima di rendersi conto che era giunta l’ora di farla finita. 

Riepiloghiamo: la fase calante dei Mercyful Fate era iniziata sensibilmente col buon Time (quella di The Mad Arab) e si era palesata a livelli accettabili con Into The Unknown, quest’ultimo sorretto soprattutto dalla poderosa The Uninvited Guest. Il cambiamento risiedeva soprattutto in un appesantimento generale del sound: erano sempre loro, picchiavano semplicemente più duro e c’era qualche filler in più man mano che gli album uscivano.

Con Dead Again arrivarono a pubblicarne uno davvero brutto, in cui metà delle canzoni non erano semplicemente all’altezza e le altre risollevavano semplicemente l’asticella, specie a ridosso del trittico centrale The Lady Who Cries – Banshee – Mandrake. Non mi piacerà neppure 9, che forse era un pelino migliore, tanto che l’avrei riscoperto col passare degli anni.

I Mercyful Fate di Dead Again, e in particolar modo l’iperattivo King Diamond di quei tempi, erano come un tipo che sta rimorchiando tantissimo, e che ha appuntamento con quattro o cinque zoccole – di quelle che non perdonano – sempre nello stesso weekend. Parte benino, poi a un certo punto è tutto uno scopare e si addormenterà davanti alle tette migliori. Lo capirà, porterà avanti solo uno dei due gruppi, e per un certo e limitato periodo le cose riprenderanno ad andare benino. (Marco Belardi)

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