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Avere vent’anni: KING DIAMOND – Voodoo

26 febbraio 2018

Lo ammetto: con King Diamond e Mercyful Fate sono finito per farmi piacere anche cose che avrei potuto tranquillamente trascurare. In realtà ho pressoché ignorato soltanto le ultimissime pubblicazioni delle rispettive formazioni, e l’ho fatto soprattutto per rispetto e perché, ad un primo e distratto ascolto, mi ero subito accorto che erano proprio cazzi amari. Ma il Re è il Re, ed è il periodo di mezzo quello in cui non ci si doveva fermare alle primissime impressioni: la seconda metà degli anni novanta.

Così – quando la sua band si era fermata per fare spazio ai Mercyful Fate, redivivi e trainati dal sottovalutatissimo In The Shadows –  una volta messo nuovamente in moto il carrozzone ci fu da togliergli di dosso una non trascurabile puzza di morto.

In linea di massima ho sempre preferito la band di Hank Shermann al più longevo progetto solista di King Diamond, perché penso che in certi frangenti il volere insistere a tutti i costi su concept e complessi racconti orrorifici, abbia in un certo senso limitato certi suoi dischi in cui, potenzialmente, le cose potevano riuscire decisamente meglio. Il fattore che al contrario ha sempre dato maggiore spinta ai King Diamond, non me ne voglia appunto l’ottimo Shermann, si chiama Andy LaRocque ed è colui che più o meno considero da sempre il chitarrista metal perfetto. Nonché ideale per ogni occasione, dal battesimo alla cresima, al punto da fare colpo pure dalle parti di Chuck Schuldiner, nel momento in cui i suoi Death iniziavano ad invaghirsi pesantemente dell’heavy metal. 

Come ho detto, il ritorno definitivo – a cinque anni da The Eye – non sarebbe stato proprio dei più entusiasmanti. The Spider’s Lullabye fa parte di quella ristretta schiera di album di King Diamond che proprio non mi sono mai piaciuti oltre un certo limite: ovvero, lo riascolto ciclicamente e in generale posso affermare che mi piace pure, ma non ci stravedo nel senso più assoluto. E nello stesso cassetto si trova anche il successivo The Graveyard ma assolutamente non c’è e non ci potrà mai essere Voodoo.

Quest’ultimo ha anch’esso una storia che narra di case infestate, spiriti e roba del genere, e le atmosfere che trasmette sono certamente fra le più forti e meglio contestualizzate dell’ intera discografia di King Diamond. Potrei mettermi a parlarne citando coccodrilli e paludi nebbiose, ma siccome un giorno entrerò in Parlamento Europeo e farò in modo che i concept album diventino illegali, per il momento passerò oltre. Ci sono ottime canzoni piuttosto, come Salem e la successiva A Secret scritta proprio del talentuoso chitarrista; c’è il cameo di Dimebag Darrell con un assolo che probabilmente si era vergognato di pubblicare con i Pantera, e c’è una produzione potente e cupa, tipica dei suoi tempi e assolutamente capace di rendere onore alla batteria dell’americano John Luke Hebert, ex Chastain. Piuttosto non fatevi fregare dalla ruffianissima apripista LOA House – tradizionale e veloce – perché di simile qua dentro non troverete molto. Album non abbastanza celebrato questo Voodoo, ma probabilmente anche quello che ha maggiormente contribuito a ridare spinta alla carriera del Re, il quale fino a The Puppet Master riuscirà a mantenere una media di un’uscita ogni circa due anni.

Naturalmente, i primi due capolavori resteranno sempre di un altro, inarrivabile livello, e così pure ThemConspiracy. Ma questa fase della discografia di King Diamond era in lento ma percepibile crescendo, e porterà cose di buona fattura almeno fino al secondo degli Abigail, che pur presentandoci ottimi pezzi pagò a suo tempo una produzione forzata ed eccessiva. Oggi, a quasi un decennio dalla pericolosa operazione al cuore del compositore danese, lo stesso Andy laRocque ha ammesso che si troverebbe in scrittura del nuovo materiale. E’ una notizia di pochi mesi fa e – come disse MacReady – vediamo che succede. (Marco Belardi)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 commenti leave one →
  1. 26 febbraio 2018 11:30

    Visto un paio di anni fa a Barcellona in ottima forma, ho molta fiducia nel Re.

    Se ti capita rispolvera “9”, l’ultimo dei Mrcyful Fate, sarà che è stato il primo loro disco che ho ascoltato e ci sono affezionato ma per me è un signor discone da 10+

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  2. El Baluba permalink
    26 febbraio 2018 12:11

    Ottimo disco con una storia dall’ambientazione molto interessante. A me son piaciuti tantissimo sia questo e il precedente The Graveyard (che fu il primo cd dei Re solista che ascoltai, quindi c’è dentro del valore affettivo).

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