L’angolo Troy McClure: MORTEM – Ravnsvart

“Buonasera, sono Troy McClure. Forse vi ricorderete di me per Slow Death”

Visto che attualmente sono un po’ fuori dal mondo e tra cazzi e mazzi non riesco più a stare appresso a news ed anticipazioni, non avevo la minima idea che stesse per uscire un disco dei Mortem, nome che non sentivo da eoni e che associavo alla prima incarnazione degli Arcturus – anche se la definizione non è proprio esatta al millimetro, ma ci siamo capiti. Anche perché dei Mortem esisteva solo un demo del 1989 a nome Slow Death, che ero riuscito a sentire solo scaricandolo in cattiva qualità tramite qualche programma che probabilmente ora non esiste neanche più; quel demo non lo ascolto da almeno quindici anni e per quello che mi ricordo non mi lasciò esterrefatto, diciamo: mi parve una di quelle cose estreme incasinate senza costrutto tipo gli Old Funeral, reliquie di un’epoca in cui il black non era ancora stato codificato e quindi ci si concentrava semplicemente a suonare incasinato e sporco. Chiaro che ora (ma anche vent’anni fa) cose come i Mortem vengano elevate a nero culto elitario o qualcosa del genere, ma è fisiologico: chi bazzica l’ambiente da abbastanza tempo ha imparato a farci l’abitudine.

Insomma, l’altra settimana ero a cena da Charles e come benvenuto lui mi chiede se voglio sentire il nuovo dei Mortem. “Chi cazzo sono i Mortem”, gli faccio io. “Ma come, quelli di Sverd degli Arcturus, ci suona pure Hellhammer”. “Ah, quei Mortem. Ma veramente? Sono usciti anche i Morbid? Il nuovo Nihilist ce l’hai?”. Nel frattempo il disco parte; il primo impatto non è ottimo, anche perché i primi pezzi sono anche i peggiori, e dopo un po’ lo togliamo per scendere nel torbido di alcune uscite che altrimenti da soli non avremmo mai ascoltato, tipo Lacuna Coil e altre amenità.mortem ravnsvart

 

Nei giorni successivi mi sarei nuovamente dimenticato dell’esistenza del nuovo Mortem se non fosse per gli innumerevoli post sulla mia bacheca Facebook che ne celebravano la bontà. A questo punto mi sono sentito in obbligo di approfondire la questione e ho ascoltato Ravnsvart con calma e serenità, così da poterne parlare in quel refugium peccatorum che è Metal Skunk.

Insomma, la prima impressione non era quella giusta, perché il disco non è brutto in senso assoluto. Certo dà un po’ fastidio l’operazione di ritirare fuori il moniker Mortem per fare qualcosa che c’entra più con i primi Arcturus che con il primo e unico demo del 1989, ma le bollette della luce arrivano a tutti – specie ad Hellhammer, che secondo questo ragionamento o vive in una centrale nucleare o è un filantropo che paga le bollette a tutta la Norvegia. Ravnsvart sembra una versione più veloce e violenta degli Arcturus del periodo Constellation/My angel, soprattutto a causa delle inconfondibili tastiere di Sverd. Le parti più industriali e marziali ricordano anche l’unico album dei Thorns del 2001, e più in generale il tutto sembra un disco di avantgarde black metal di fine anni Novanta.

Le cose migliori si trovano alla fine: il pezzo migliore è Demon Shadow, più lento e atmosferico, ma anche le successive Port Darkness e The Core aiutano a lasciarti con una buona impressione una volta finito l’ascolto. Il resto ha alti e bassi, diciamo: qualche riff azzeccato, qualche riff bruttino (come quello dell’eponima in apertura, non proprio un bel biglietto da visita), partiture di tastiera ritirate fuori dal cassetto degli scarti degli Arcturus, eccetera. La prestazione di Hellhammer l’ho trovata tendenzialmente insopportabile, con volumi altissimi e manie di protagonismo che in un disco così volutamente retrò sono del tutto fuori contesto. Come giustificazione c’è però da dire che anche nei primi lavori degli Arcturus lui tendeva a voler spiccare a tutti i costi – ed è uno dei motivi per cui mi piacciono moltissimo i primi Arcturus ma non mi ritrovo mai così spesso a riascoltarli.

Alla fine Ravnsvart è un dischetto per nostalgici che fa il suo sporco lavoro: questa gente è in giro da trent’anni, e non  è che si possa pretendere più di tanto. Di certo poteva venire fuori molto peggio, ma è anche certo che se questo fosse il debutto di un gruppo di minorenni norvegesi non se lo sarebbe filato nessuno. (barg)

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