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Megalomania e passione: KLIMT 1918 – Sentimentale Jugend

20 dicembre 2016

6305207In altra sede, in occasione del ritorno dei Novembre, ci si chiedeva che fine avessero fatto i Klimt 1918. Neanche a farlo apposta si sono ripresentati entrambi al pubblico proprio nello stesso anno con Ursa e il doppio album Sentimentale Jugend, rispettivamente dopo un’assenza di nove e otto anni. Se devo essere sincero non avevo mai pensato all’italianità dei due gruppi di cui sopra (nonché del primo EP dei Lacuna Coil) come al loro dettaglio veramente caratterizzante. E in questo senso l’analisi già citata di Giuliano D’Amico sul ritorno dei catanesi-romani è stata illuminante.

Oltre alla melodia italiana e alla malinconia dell’artista espatriato, però, a caratterizzare i Klimt 1918 è anche quella sorta di nostalgia post-adolescenziale per i bei tempi che furono. I tempi spensierati delle musicassette e di quando non si doveva ancora fare i conti con la realtà o con l’organizzazione della propria vita. Personalmente trovo che questa sorta di utopia retrospettiva vagamente hipster e fine a se stessa a lungo andare risulti fastidiosa, poiché punta ad attivare delle pulsioni che poco hanno a che fare con la musica. È un po’ come quando viene proposto un videogioco che rimaneggia semplicemente glorie passate (vedi Pokémon Go); oppure una rimasterizzazione per PC dove viene migliorata la grafica dei personaggi, che ora sono in HD, ma lo sfondo rimane tale e quale, tutto pixellato (Final Fantasy IX). O ancora è il caso dei pessimi remake dei cartoni animati di cui consumavi le cassette perché li rivedevi troppe volte (ovvero i più recenti Tarzan e Il libro della giungla). Ci giochi e li guardi comunque, ma alla fine non ti lasciano nulla.

klimt1918_band

Per fortuna, i Klimt non fanno parte dell’accozzaglia di artisti della scena indie capitolina, che ha l’abitudine di sfruttare queste emozioni inconsapevoli. La storia personale e artistica e i diversi riferimenti culturali e musicali li elevano a ben altro contesto. Il quid in questo caso sta nella genuinità e nell’abilità con cui calano le loro ambientazioni giovanili in contesti suburbani. Le città elette a sede di questa messa in scena sono la Roma proletaria di Pasolini (Stupenda e misera città) e la Berlino degli album di David Bowie e del libro di Christiane F. Le influenze musicali del gruppo romano rimangono bene o male sempre le stesse: dark wave, shoegaze e i primi U2 su tutti. Invece sembra essere aumentato il peso del dream pop alla Sigur Rós, come esemplificato dai fiati di The Hunger Strike e Resig-nation, entrambe da Jugend. Persistono anche le incursioni post-rock e i suoi tipici climax che fanno salire la tensione di Montecristo e Belvedere, entrambe da Sentimentale. Infine le parti in cui si divide il doppio album risultano avere due anime diverse, sebbene siano strettamente legate dal punto di vista stilistico (più intima la prima, più dinamica la seconda).

Qualcuno potrebbe obiettare che questo è un format eccessivamente pesante e pedante – d’altronde la megalomania che lo scorso mese ha portato i Metallica all’autodistruzione e all’autocompiacimento ci è ben nota. Tuttavia la stessa voglia di strafare viene trasformata positivamente dal gruppo dei fratelli Soellner: la loro è una megalomania di cui, dopo otto lunghi anni di silenzio, si sentiva decisamente il bisogno. (Edoardo Giardina)

5 commenti leave one →
  1. Indec permalink
    20 dicembre 2016 11:52

    Difficile per me dare un giudizio su questo lavoro. Credo dovrò ascoltarlo almeno un mese prima di esprimermi.

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  2. 20 dicembre 2016 12:46

    Serviva proprio chiamare in causa i Metallica?

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  3. rain chaos permalink
    25 dicembre 2016 03:10

    Appunto, autodistruzione??? Hanno fatto il loro miglior disco dal black album, e grazie a dio se ne sono accorti in tanti…

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