Avere vent’anni: CARPATHIAN FOREST – Fuck You All!!!!

Avevo un ricordo piuttosto annebbiato, mi sono fiondato a verificare ed era esattamente così: le recensioni di Black Shining Leather su Metal Archives lo classificano come il peggior disco della carriera dei Carpathian Forest, con un voto medio del 63%. Posso solo augurare a quell’ammasso di cocainomani appena ritornati da aggressivi apericena in alta Versilia, con le narici dilatate e la fronte sudata, buttati al MacBook in tarda notte a schimicare infangando un disco come quello, di finire al più presto come i protagonisti del testo di Pierced Genitalia. Fuck You All con tantissimi punti esclamativi, al contrario, mi fa senso, perché è l’ultimo album dei Carpathian Forest, fatta eccezione per quell’accrocchio che hanno tirato fuori pochi anni fa, giusto con un inedito dalla durata di una manciata di secondi e una cover dei Turbonegro in coda. In realtà i Carpathian Forest erano più che finiti con l’abbandono di Nordavind, lasciando Nattefrost a compiti creativi come vomitare sul palco del Wacken Open Air e, un anno più tardi, uscirsene col disco solista Blood & Vomit. Una bella mossa promozionale, direbbero i complottisti della remota periferia toscana. Ricordo Fuck You All, oltre che per i ridondanti punti esclamativi, quattro per l’esattezza, per il ritmo di batteria scemo con cui fecero aprire Vi Apner Porten til Helvete… Un batterista come Anders Kobro avrà tentato più volte il suicidio dopo avere inciso una roba del genere. I Nunslaughter, in apertura a Burning Away, diciamo che fecero un goccetto meglio.

Lo ricordo anche perché, dopo il piglio neanche vagamente sinfonico, anzi serioso, e in un certo senso funzionale, di Defending the Throne of Evil stando sempre agli utenti Metal Archives reduci dalle serate con Elkann, il loro capolavoro – ridussero tutto ai minimi termini un’altra volta. Buttarono, come si suol dire a Lastra a Signa e dintorni, ogni cosa ai maiali. Le tastiere dell’apripista puzzavano (in senso assolutamente buono) di depressive black, ingannevolmente, e le strutture dei brani seguenti rasentavano sì il minimalismo assoluto, però con quello spirito punk a loro caro tenuto bene in vista. Fuck You All!!!! uscì come un disco assolutamente vario, ma che non sapeva esattamente da che parte andare a parare. Certe volte iniziava a funzionare correttamente, poi a metà della stessa canzone ci rinunciava. I titoli erano da generatore casuale di titoli black metal, tra Submit to Satan!!!, un’altra pioggia torrenziale di punti esclamativi, e il sarcasmo di Shut up, There is no Excuse to Live… Lo ricordo pure perché il suo sottotitolo, Caput tuum in ano est, stava letteralmente per hai la testa dentro al culo. Una roba sublime, morigerata, una roba da Nattefrost all’ennesima potenza.

Un album sgonfio un po’ subito, appena dopo aver provato le incoraggianti sensazioni trasmesse da Vi apner porten til helvete…, tra l’inconsistente proto-thrash di Diabolism, un esperimento tanto trascurabile quanto Blasphemer dei Darkthrone su Total Death, e gli sbadigli al cospetto di Evil Egocentrical Existencialism, in parallelo ai Satyricon delle stesse annate. Carine, va detto, in mezzo alla scaletta, Dypfryst e Everyday I Must Suffer!, anch’essa rigorosamente dal titolo urlato. Peccato per non aver potuto godere dell’accoppiata Nordavind/Nattefrost un po’ più a lungo, ma tanto, con la risaputa riservatezza e voglia di starsene alla larga dai guai del primo, e coi casini in cui andava annegando il secondo, non avrebbe mai e poi mai funzionato. Piuttosto, quanto cazzo era bello Morbid Fascination of Death al confronto di questa robetta qua? (Marco Belardi)

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