Avere vent’anni: CARPATHIAN FOREST – Morbid Fascination of Death

Ho cominciato col black metal quando si poteva affermare che fosse moribondo, se non morto. Era più o meno il 1996 la prima volta in cui ne sentii parlare in modo diretto, e solo l’anno seguente lo approfondii e feci conoscenza dei fatti che l’avevano elevato a una delle cose più chiacchierate di tutto il metal anni Novanta. La percezione che avevo era grossomodo riassumibile così: pareva che alcuni sciacalli avessero trovato il cadavere di Oystein Aarseth, che avessero frugato bene e fatta propria una sua maschera. Quegli sciacalli se l’erano messa e avevano ripreso a girare e dire le stesse cose e ad atteggiarsi, anche se nulla di quanto avvenuto fino al 1994 potesse effettivamente esser ripetuto. Meno male, diranno alcuni, ma il black metal – intendo la sua forza – risiedeva certamente più lì che nei fiumi di discorsi e discorsi che sentimmo e leggemmo sulle riviste settoriali.

Così Emperor, Immortal e Satyricon erano diventati il piatto forte, e quindi ci fu qualcuno che ereditò la cosiddetta gallina dalle uova d’oro su cui mettere altri mattoni dorati. Nonostante gli ampi sorrisi di soddisfazione, ognuno di questi aveva una sorta di miccia corta pronta a rimettere a posto ogni cosa, e, che l’esplosione si chiamasse Prometheus o Volcano, non avrebbe fatto alcuna differenza. Sono generalmente d’accordo con le parole di Cortesi quando sostiene che Thorns è l’ultimo disco black metal, l’ultimo passo avvertito con frastuono e che abbia sinceramente guardato in avanti. Ma, oltre quel marzo 2001, l’ultima volta che avvertii un tonfo sordo nel black metal fu questa. In futuro, l’ammetto, sarei uscito pazzo per molti lavori, dai Craft ai Sargeist passando per Judas Iscariot e Deathspell Omega, oppure per Ad Majorem dei Gorgoroth, Xasthur o i recenti Molde Volhal e quant’altro: ma occorre esser sinceri e dare il giusto peso alle cose, e a me stesso ammetto che il black metal non si è ripetuto se non mediante qualcosa che lo raffigurasse da sbiadito. L’ultima volta che mi sono esaltato col black metal, a mia memoria, fu con Morbid Fascination of Death, il che è assurdo, dato che lo considero in tutto e per tutto inferiore ai suoi due predecessori, Black Shining Leather e Strange Old Brew, per non parlare dell’EP del 1995 col quale aveva un solo ponte di collegamento: il rifacimento della omonima traccia d’apertura.

Non so cosa abbia in più Morbid Fascination of Death rispetto agli altri ma fu amore a prima vista, sin da quando aprii il libretto e l’introduzione cedette il passo a Doomed to Walk the Earth eccetera eccetera, aperta da Nattefrost che, molto semplicemente, ne gridava l’interminabile titolo. Nonostante presupposti in tutto e per tutto sbagliati, leggibili non tanto fra le righe quanto dai caratteri cubitali che ci dicevano che Nordavind fosse divenuto una sorta di collaboratore part-time, qui trovai l’espressione ultima di un genere musicale che in tutta sincerità, e molto aspramente, si candidava a serbare per sé lo scettro di portatore supremo dei sentimenti negativi, su tutti quella perversione che dai titoli (Through Self Mutilation, o le vecchie Pierced Genitalia e Mask of the Slave) si sarebbe riversata graficamente nelle grasse e cadenti tette del gigantesco Vrangsinn, un colosso di strutto col quale potremmo friggere quintali di deliziose patatine finendo le scorte di ketchup dei magazzini centrali della Heinz. Morbid Fascination of Death, per quanto imperfetto, per quanto per nulla sorprendente come lo era stato il creativo Strange Old Brew (di cui semplicemente ricalca la forma giocando, stavolta, su una eterogeneità non più di fondo), spara autentiche palle di cannone: dalla title-track col death metal in apertura alla incredibile Knokkelman, con Anders Kobro in prima fila oltre che stabilizzato in line-up, il racconto cala soltanto nella seconda parte quando Carpathian Forest (sei anni dopo) torna a ruggire a metronomo rialzato, o quando Ghoul, una roba dei Mayhem scritta in pieni anni Ottanta, pone tutta quanta l’attenzione su quella che potremmo catalogare e archiviare come una semplice bonus track, o cover che dir si voglia. Per qualche motivo, questo è il disco dei Carpathian Forest cui sono maggiormente affezionato e quello che rimetto con la maggior frequenza: se non la fine di un’epoca, l’ultima fotografia nitida, seppur scattata da un punto di ripresa piuttosto lontano. (Marco Belardi)

One comment

  • Io trovo che sia una stronzata di disco e i Carpathian Forest una presa per i fondelli dopo Strange Old Brew. Raramente ho provato una tale irritazione nello sfogliare il libretto di un cd e musicalmente è una vera merda. Probabilmente il tutto era voluto, considerando il personaggio; ma ad ogni modo se si cercano argomenti per denigrare il black metal questo Morbid fascination ne è un ricco campionario.

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