Avere vent’anni: THORNS – st

Thorns è l’ultimo disco black metal. Dopo, il genere smetterà totalmente di esistere se non come burlesca riproposizione di quel che è già stato o, più di recente, indigeribili beveroni dove finisce dentro la qualunque nel tentativo di “evolvere”, i dischi soprammobili più o meno costosi a seconda della tiratura (e successivi rincari degli speculatori da bancarella), i concerti di chi è rimasto un pretesto per continuare a sentirsi vivi. Non importa: tutto quello che c’era da dire è stato detto, questa è la Z, il percorso è completo. Snorre “Blackthorn” Ruch era lì fin da poco dopo l’inizio e dall’inizio ha lasciato segni profondissimi per chi ha saputo cogliere: dalle frequentazioni con il futuro omicida Bard Eithun in Stigma Diabolicum alla prima uscita a nome Thorns, il fondamentale demo Grymyrk che è l’equivalente autistico del primo dei Velvet Underground ai tempi — ascoltato da 1000 persone che poi diventeranno 1000 mediocri musicisti a influenzare legioni di musicisti ancora più mediocri, tutti insieme a pubblicare robaccia che venderà a camionate, unica differenza i Velvet Underground qualcosa hanno raccolto negli anni, Snorre un cazzo. Il suo modo di suonare la chitarra rimane tuttora l’ultimo mistero insoluto del black metal: imitato da tutti, replicato da nessuno. Con frequentazioni migliori sarebbe potuto diventare il Jimi Hendrix del metal estremo, purtroppo andrà diversamente: problemi comportamentali ed essere finito “nel posto sbagliato al momento sbagliato” (come ha detto l’altro aficionado del coltello amico suo Vikernes, di cui sarà l’autista la sera dell’omicidio di Euronymous) lo terranno lontano dalle scene e confinato in qualche carcere norvegese di minima sicurezza per buona parte degli anni ’90. A fine millennio la prima uscita ufficiale, un CD diviso a metà con gli Emperor con rispettive cover l’uno degli altri e viceversa sul finale, in cui si intravede una parte del totale che Thorns (il disco) svela infine a marzo 2001. Uscito per l’etichetta di Satyr, che oltre a pubblicare co-produce, mixa e presta le corde vocali in tutti i pezzi cantati tranne il primo e l’ultimo, spesso affiancando il vocalist titolare Bjørn Dencker che pare uscito direttamente dal più apocalittico dei racconti di Lovecraft, Thorns è un’inestricabile teoria di raggelante industrial black metal, l’unica/ultima evoluzione possibile, la definitiva. Per l’ultima volta il black metal realmente malvagio, minaccioso, destabilizzante, in grado di insinuarsi in una psiche come nessun altro suono al mondo. Un disco che mette letteralmente paura, con il migliore primo pezzo di sempre (Existence), un interludio dark ambient (Underneath the Universe 1) che è il momento di musica registrata più terrificante in senso assoluto, Hellhammer a tenere dietro ai tempi disumani di batteria, la produzione più nitida sia umanamente plausibile concepire a rendere inequivocabile la spietatezza di ogni passaggio; dall’inizio alla fine la sintesi tra passato e futuro che in tanti avevano inseguito nella seconda metà degli anni ’90 (Arcturus, Dodheimsgard, …and Oceans, Covenant, i MayheM di Wolf’s Lair Abyss, gli stessi Satyricon del malriuscito Rebel Extravaganza), nel migliore dei casi solo lontanamente intravisto, e qui si svela finalmente nella sua cifra suprema. Piani di tournée e dischi successivi andranno a finire in niente, poi la trasformazione in Thorns Ltd. che però creano installazioni sonore per gallerie d’arte, infine il silenzio. Assimilati i classici dei due decenni precedenti, dopo Thorns non serve veramente nient’altro per proseguire questo viaggio. (Matteo Cortesi)

2 commenti

  • Sono entrato pronto a incazzarmi con chiunque avesse solo provato a non inquadrare questo disco nell’unica categoria possibile.
    E invece…

    Sì, esattamente. Capolavoro. Uno dei miei album feticcio.

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  • Stefano Mazza

    Un disco epocale, che va ascoltato con rispetto. Personalmente è una musica che trovo pesante e ostica, d’altra parte questa è la sua caratteristica principale e tale voleva essere, ma ha un fascino incredibile. Lo accosto ad alcune opere di musica contemporanea a cui certamente assomiglia per consapevolezza e profondità compositiva. Poco importa che qui si parta dal black o dall’industrial, questo è un disco che va oltre il metal, oltre il rock tutto e segna *qualcosa* nel panorama della musica. Se non vogliamo citare autori troppo distanti (Maderna, Berio, Ligeti), possiamo andare indietro con la memoria e pensare a dischi come “Bitches brew” o “Tutu” di Miles Davis: anche qui c’è un’arte forte, profonda, selvaggia e contemporanea, che prima non esisteva e che qui fu sintetizzata.

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