Avere vent’anni: SATYRICON – Rebel Extravaganza

Geograficamente, Rebel Extravaganza rappresenta il punto esatto in cui candide nevicate sulle montagne norvegesi lasciavano spazio a una pianeggiante e infinita distesa di bianchissima bamba. D’uno scenario simile non ci saremmo affatto accorti con una vista aerea: da quel punto di osservazione abeti rossi e betulle si alternerebbero ai moderni palazzoni di Oslo, in uno scenario armonioso e per nulla disturbante nella sua improvvisa urbanizzazione, oltretutto in mezzo a così tanta neve. Ma Satyr, che c’era caduto rovinosamente di faccia affondandoci tutto quanto il naso, lui sì che ha conosciuto la differenza.

La mia passione per i Satyricon esplose intraprendendo una camminata verso il celebre viale Nenni, ora tranciato in due dal percorso della tramvia fiorentina, ma all’epoca sede di un ben fornito negozio di dischi. Con anticipo d’un annetto fui sul punto di comprarci l’ultimo di Burzum – Daudi Baldrs – ma l’irruzione di un carissimo amico al suono di “è fatto con le tastiere della Bontempi, prendine un altro” fece sì che potessi portarmi a casa, sano e salvo, sia il debutto che Det Som Engang Var. Chiesi consiglio sempre a lui in occasione di una delle sue rare forche, e averlo di nuovo accanto in un negozio del genere, inesperto in materia di black metal com’ero, si riconfermò cosa preziosa. Dei Satyricon, di cui avevo letto e riletto sulle riviste metal, mi consigliò di prendere l’ultimo, Nemesis Divina. Vidi che c’era perfino un EP, uscito di recente, e lo ignorai. La folgorazione totale. Quel tipo di folgorazione che avevo ricevuto dagli Emperor della copertina verde e di With Strenght I Burn, quel tipo di episodio che negli anni Novanta non era unico e nemmeno raro, ma che comunque non avrei facilmente dimenticato.

È bellissimo attendere il nuovo disco di quella band di cui ti dichiari un fan. Lo è ancor più se i suddetti tizi non hanno sessant’anni, e stanno vivendo un periodo roseo della loro carriera: così era per i Satyricon, che comunque già cacavano EP come se ne avessero fatta indigestione a una sagra, e questo aspetto non mi restava affatto in simpatia. All’improvviso quel fenomeno non più sotterraneo a nome Satyricon, di cui nel frattempo avevo amato e imparato a memoria ogni traccia del monumentale The Shadowthrone, si presentò a me sotto una forma del tutto inedita. Frost sembrava un cretino che si è divertito con gli accessori per il make-up della mamma, e che sta aspettando il suo rientro da lavoro per farle uno scherzo spaventoso uscendo da dietro a una porta qualsiasi. Satyr, invece, portò avanti con insuccesso il concetto di rasato è bello già espresso dal Phil Anselmo pre-gonfiaggio e dall’insegnante di scienze economiche Wagner Lamounier. Non durò molto, non rimaneva niente da lisciare nè eye-liner da coprire con generosi ciuffi, e tornò indietro, presumo su suggerimento dello stesso Frost.

Rebel Extravaganza si presentò come l’album più violento e misantropico mai realizzato dalla band norvegese. Nonostante il contorno, comprai in San Lorenzo la felpa dei Satyricon, ritraente i due – in quelle esatte condizioni – al centro di un’immagine bluastra. La portai dappertutto, fiero. L’album era il meno ispirato che avessero mai realizzato, anche se Filthgrinder e altre tre canzoni dimostravano che i Satyricon sapevano fare ancora bene il loro mestiere. Ma non erano dei mestieranti, non fraintendetemi: erano incazzati neri. Solo che il passare del tempo, la Nuclear Blast e un sacco di altri fattori avevano già trasformato i Satyricon in un qualcosa di distante, e non poco, dalla band black metal che noi tutti amammo indistintamente. Un album, Rebel Extravaganza, meno ispirato dei suoi predecessori ma ugualmente fichissimo, perché questi qua, su qualunque cosa mettessero sopra le mani, lasciavano ancora una firma tipica di pochi. Dopodiché ci sarebbero rimasti il rock’n’roll, i riff minimali scippati ai Celtic Frost, i festival, le troie, le basette ordinate di Frost e tutto quanto il resto che una band di mestieranti prevederà in scaletta, se vuole restare a cazzeggiare in copertina: il mio viaggio al fianco dei Satyricon, da più che fiero fan, era finito qui.

In conclusione dico che proseguire il percorso di Nemesis Divina non avrebbe avuto un gran senso. Un album perfetto come quello ammette un suo successore solo se accetti di tornare indietro, mentre oltre non si va. L’unica soluzione fuori da quel vicolo cieco era cancellare tutto quanto e riscrivere le regole da capo, o perlomeno tentare. I Satyricon ebbero le palle quadrate per farlo. Il risultato fu una delle cose più imperfette che mi fossi mai ritrovato davanti, ma insegnò a suonare una diversa concezione di black metal a un sacco di gente che doveva ancora muovere i primi passi. Perfino i Thorns, con Snorre Ruch che già aveva collaborato assieme a Satyr, presero in considerazione quella direzione nell’album del 2001. Una strada tracciata da seguire, un po’ come avvenne con lo stile che i Mayhem ereditarono da Blasphemer giusto al suo debutto, nel 1997. (Marco Belardi)

3 commenti

  • Mah, comprato all’uscita (proprio il giorno stesso), trovato subito noioso e ostico. Anche dopo mille ascolti non mi prese mai, a parte Moment of clarity che ancora ascolto e che ritengo la migliore del disco. E Daudi Baldrs era ed e’ nettamente meglio :-D

    Bell’articolo!!!

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  • Mah è un bel disco, sicuramente non avrebbe avuto senso ripresentarsi con la copia sbiadita di nemesis divina e il coraggio di rimettersi in gioco va comunque apprezzato. Però è un lavoro davvero dispersivo, uno di quei dischi che fai davvero fatica a tenere a mente e che difficilmente invoglia all’ascolto, nonostante il mood “urbano” che tutto sommato funziona. Personalmente preferisco la loro svolta post volcano, ruffiana e minimal quanto si vuole ma più riff oriented e attenta alla forma canzone, qua stilisticamente parlando erano in un vicolo cieco. Come esperimento a sé si tollera, ne avessero fatto un altro anche no.

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  • non lo ascolto da tempo immemore, ma i ricordi dell’epoca mi dicono che dopo moltissimi ascolti (e bestemmie per l’improvviso cambio di rotta) alla fine il disco mi piacque parecchio. Come dice il Belardi erano tanto incazzati, e si sentiva, e che proseguire sulla scia di Nemesis sarebbe stato impossibile, il risultato finale era qualcosa di moderno e deviato. Certo, dovrei risentirmelo e vedere a distanza di anni che effetto mi fa…

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